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La tematica dello sguardo nel cinema di Stanley Kubrick

30 novembre 2006 Articoli 31 Commenti

Generalmente, parlando di Stanley Kubrick si finisce col cadere nell’ovvietà. Questo perché di solito si dà peso soltanto alla forma estetica del suo cinema, senza approfondire quei significati nascosti che i suoi film intrappolano nelle tanto suggestive immagini. Eppure è risaputo che i suoi film facevano (anzi, fanno) scandalo: violenza inaudita e deplorevole per Arancia Meccanica, depravazione e sessualità malata in Lolita, insignificanza e banalità per Eyes Wide Shut.

Personalmente ritengo che per comprendere a fondo il cinema di Kubrick non basta conoscerlo bene; è invece necessario viverlo. Aver visto i suoi film non significa mai averne capito l’essenza. Non si tratta di storie banali, tutt’altro. È il lavoro onirico, a volte delirante, di un Autore che non solo sa come raccontare le sue storie, ma è anche in grado di narrare argomenti validi, spesso cocenti. Il fatto di trarre ogni sua sceneggiatura da un romanzo è significativo in questo senso. Kubrick legge, elabora, immagina, sogna. E lo fa con una precisione ed una certezza a dir poco assolute. Da qui la sua tanto famosa e riconosciuta pignoleria sul set, non solo nei confronti dei suoi attori, ma anche verso ogni suo collaboratore. Ancor di più verso se stesso.

Realizzare con mezzi cinematografici ciò che si vuole realmente mettere in scena non è cosa facile. E, ammesso e non concesso che la mia supposizione sia corretta, Kubrick è probabilmente uno di quei registi che ci è riuscito. Nel migliore dei modi. Sono la mano del regista ed il suo sguardo che seguono la storia. Non sono gli attori ed il cast tecnico ad essere diretti, ma sono i personaggi ed i luoghi, la storia e l’ambiente in cui essa si svolge. È l’occhio del regista che permette al mondo narrato di esistere.

In Shining tutto inizia e finisce in uno sguardo, in una concezione particolare del mondo creato sullo schermo. È un mondo tutt’altro che fantastico, è reale ed orribile, invivibile e sconcertante. Jack Torrance (Jack Nicholson) decide di assumersi un incarico: sarà lui il nuovo guardiano per l’inverno del famoso Overlook Hotel, un albergo di lusso completamente isolato dal resto del mondo. La sua famiglia dovrà ovviamente trasferirsi con lui su quelle montagne, ma questo non è certo un problema per la moglie Wendy (Shelley Duvall). Chi non ne è affatto contento è il piccolo Danny. C’è qualcuno che gli dice che cose orribili accadranno una volta raggiunto l’Hotel. È una voce nella bocca di Danny (Danny Lloyd), che minaccia il vero.

Una storia lunga un pugno di giornate. Una famiglia completamente isolata e persa nella neve. Un albergo fatto di corridoi e stanze enormi. Un silenzio che diventa rumore assordante nelle orecchie di Jack. Cose orribili sono accadute tra quelle mura. Non che Jack non lo sappia, ma non vi dà peso. Cose passate, superate. Il passato non torna mai sui suoi passi. Errore. Un errore colossale. Il passato è presente ora come non mai, nella mente di Jack come nelle mura che delineano quei corridoi. È proprio in questo che sta il terrificante di Shining: nel non mostrare ciò che è. Lo spettatore non sa cosa c’è in quell’albergo. È a conoscenza del massacro compiuto dal precedente custode, che ha ucciso e fatto a pezzi la propria famiglia, ma non sa cosa si nasconde ora in quegli spazi. Non ci sono fantasmi all’Overlook, non ci sono mostri. Solo una verità che Jack vive (forse) inconsapevolmente. Il silenzio lo distrugge, ed il romanzo che deve scrivere non viene fuori. Una pila di fogli con su scritto «All work and no play make Jack a dull boy» (tradotto in italiano con «Il mattino ha l’oro in bocca») spiega alcune cose. La voglia di evadere da uno spazio che, pur essendo molto ampio, lo tiene prigioniero. La necessità di non essere ancora se stesso. Quel se stesso che tempo addietro ha sterminato la sua famiglia.

Non è il passato che ritorna. È il racconto di una storia senza tempo. Il passato ed il presente lasciano il posto allo spazio. Nei corridoi vive la storia che non ha età alcuna. È il mondo che qualcuno dall’alto governa, pienamente consapevole di ciò che fa. Ed è così che si spiegano i numerosi carrelli che seguono Danny nei corridoi. Le soggettive non appartengono più ai personaggi, ma al Kubrick “burattinaio”.
Jack guarda dall’alto un modellino in scala del labirinto dell’Hotel. I suoi occhi diventano altro. Guardano altrove: il modello in scala si trasforma nel vero labirinto in cui Wendy e Danny stanno camminando. Un desiderio di potere e di controllo, esplicitato non tanto dal primo sguardo (quello appunto di Jack), ma da quello che lo sostituisce. Un punto di vista unico, quello del Dio-regista che tutto crea e tutto distrugge. È Kubrick che gioca con i suoi protagonisti, che li osserva e dice loro cosa fare (perché no) attraverso lo ‘shining’. Ma nel film ad avere il potere della ‘luccicanza’ è Danny… Che non sia proprio il bambino che “vede oltre” (Overlook è il nome dell’albergo) la vera chiave di lettura del film?

Dunque lo sguardo al centro del cinema kubrickiano. Non solo in Shining, ma in tutta la poetica dell’Autore.

Arancia Meccanica è probabilmente uno dei film che più ne fa uso. Alex (Malcolm McDowell), il protagonista, guarda dritto in macchina. Inizia una comunicazione di sguardi con lo spettatore: lo sfida su ogni fronte. Il suo occhio contornato di nero diventa simbolo (o sintomo) della sua follia. Una follia espressa con atti violenti e terribili, commessi in compagnia dei suoi fidati “drughi”. Alex, il capo dei quattro, è l’unico ad essere truccato. Ciglia lunghe e nere, contorni scuri e marcati. Uno sguardo che tanto ricorda quello della falsa Maria del Metropolis di Fritz Lang (1927). Qui Lang decide di truccare pesantemente gli occhi del simulacro meccanico di Maria, la ragazza dolce e buona che difende la sorte degli operai di Metropolis. L’unico modo per distinguere la Maria falsa e cattiva da quella vera è quello di notare i suoi occhi. Contornati di nero per la prima, completamente puliti per la seconda.
Kubrick compie la stessa scelta di Lang: occhi neri e diabolici per l’Alex folle e violento, puliti e sinceri dopo la cura Ludovico, un trattamento anti-violenza in cui il ragazzo veniva immobilizzato, gli occhi tenuti aperti da divaricatori, e costretto a guardare immagini di indicibile violenza. Il trattamento a modo suo funziona, e lo sguardo cambia direzione. Non ci sono più sguardi diretti verso lo spettatore, pronti alla sfida. È un Alex nuovo e mite, che non osa più attaccare lo spettatore-regista. È Kubrick-spettatore che coglie la sfida iniziale di Alex e decide di dargli una lezione. È Kubrick-burattinaio che impone al protagonista un cambiamento radicale, una svolta positiva nella sua vita (peraltro dopo averlo punito delle sue malefatte con il carcere). Alex sopravvive all’imposizione di Kubrick, seppur tra incredibili stenti. Non tutti ce la fanno, però.

Kubrick cambia le sorti degli uomini da lui creati, li condiziona, li distrugge e ricostruisce come meglio crede. Entra nella loro psiche e la modella a suo piacimento. L’unico modo per andare oltre è accettare la nuova condizione imposta. O morire. E quando il gioco di Kubrick diventa eccessivamente frustrante, c’è chi decide per l’ultima via di fuga. Il famosissimo soldato “Palla di lardo” (Vincent D’Onofrio) di Full Metal Jacket opta proprio per questa scelta. Timido ed imbranato all’inizio dell’addestramento, pazzo assassino dopo.
Innamorato del suo fucile e pienamente inserito nella nuova strada della follia, il soldato guarda lo spettatore, esattamente come fece Alex qualche anno prima. Ma lui, a differenza del protagonista di Arancia Meccanica, non sta sfidando lo spettatore. Ha solo deciso di avvertirlo: non ha superato la sfida impostagli dal regista. Avrebbe dovuto rimanere sano di mente, invece è impazzito. E prima ancora che Kubrick-burattinaio lo distrugga, lui prende una decisione. La comunica al mondo con uno sguardo in macchina che minaccia morte. Uccide colui che lo ha reso folle, il sergente Hartmann (probabilmente identificabile col regista stesso), e si uccide a sua volta. Fine primo capitolo. Una nuova vita inizia per gli altri personaggi che hanno deciso di cogliere la sfida e che sono riusciti a sopravvivere.

Full Metal Jacket è centrale nella cinematografia dello sguardo di Kubrick. L’occhio in questo film non è solo umano, ma viene direttamente meccanizzato già nella storia stessa. La guerra del Vietnam è affrontata dal soldato Rafterman con la macchina fotografica tra le mani. I soldati al fronte vengono intervistati da una troupe per un cinegiornale, e la macchina da presa degli intervistatori è direttamente mostrata agli spettatori. In questo Kubrick sembra affermare la centralità del suo operato nel film. È lui che fa vivere i suoi personaggi; li fa parlare, li ascolta, li osserva attraverso il suo occhio da Autore. Un occhio vigile ed onnisciente, che tutto osserva e vede. Ma non uno sguardo imbattibile.

In 2001: Odissea nello spazio è ancora Kubrick a vegliare sulla storia. Ma qui lo fa in modo diverso rispetto ai film precedentemente analizzati. Hal 9000 è il computer di bordo della navicella spaziale in orbita tra i pianeti. Un occhio meccanico (di nuovo), disumanizzato, ci offre il suo punto di vista. È l’occhio della macchina da presa che si umanizza e vede, attraverso lo sguardo del regista. Una soggettiva di Hal 9000 che osserva i due passeggeri protagonisti che decidono di spegnere il meccanismo che lo tiene in vita è emblematica. È un computer che vede, osserva, legge il labiale dell’uomo che vuole ucciderlo (o disattivarlo), e decide di vendicarsi, di riscattare il suo potere di controllo. Lo fa fino a morire, disattivato dall’uomo che avrebbe voluto distruggere. Un ritorno alle origini (quelle delle scimmie del segmento iniziale?), esplicitato nella canzoncina infantile cantata dalla voce morente di Hal. Una morte che rende lo sguardo dell’Autore vincibile. Un ritorno alle origini che culmina in uno sguardo, di nuovo. Quello del feto che galleggia nello spazio e guarda in macchina, dritto negli occhi dello spettatore. L’Autore non è morto, tutt’altro. Utilizza espedienti per controllare il mondo da lui creato (Hal è identificabile con la macchina da presa), ma Lui va oltre gli strumenti utilizzati. L’Autore è altro rispetto alla storia, è altro rispetto al cinema.

L’importanza dello sguardo è poi palesata nel titolo dell’ultima opera di Kubrick, Eyes Wide Shut. C’è chi ha bistrattato questo film, classificandolo come indegno di essere nato dalla mente geniale dell’Autore. A mio avviso si tratta invece di un’ottima opera di raccolta. In Eyes Wide Shut ritroviamo tutti gli elementi messi in scena da Kubrick nelle opere precedenti; tutte le manie, le ipotesi di follia, gli ammiccamenti, i significati e, chiaramente, gli sguardi. Non è il film del mancato tradimento o delle difficoltà matrimoniali di una coppia benestante. È una storia che non ha tempo, e racchiude ogni possibile idea del vivibile, oltre il tempo e, addirittura, oltre lo spazio.

Una notte in una città ampia e piena di fatti imprevedibili. Bill (Tom Cruise) scopre che sua moglie Alice (Nicole Kidman) ha pensato di tradirlo una volta, in vacanza. Un tarlo che si insinua nella mente del protagonista e lo tartassa di immagini oniriche sul mancato (forse) tradimento. Imprevisti invadono la nottata. Voglia di evadere e pensare, riflettere. Ma soprattutto necessità di vivere. Non si fugge dalla vita e dalle occasioni che ti offre, siano anche esse di morte. Bill è sfiorato dalla morte in ogni segmento del suo percorso notturno: va a casa della famiglia di un suo paziente appena venuto a mancare; incontra una prostituta che scoprirà avere l’AIDS; si recherà in una casa misteriosa che non promette nulla di buono. La morte è elemento costante nella vita dei protagonisti, fin quando essi decidono di ribellarsi al loro stato iniziale. Quando tentano di cambiare, di crescere, di provare cose nuove, sono minacciati dall’ombra della morte che li invade sfidandoli.

Una sfida a rimanere sani, che Bill accoglie nel finale. Una sfida che decide inizialmente di intraprendere, ma con una maschera a coprirne il volto. Il timore di mostrarsi per ciò che è, un uomo come tanti, con un destino già disegnato da qualcuno che è più in alto di lui, l’Autore. Si arriva ad un punto nella vita in cui l’inconscio si palesa divenendo reale. I sogni di Alice invadono la realtà di Bill, scatenando conformazioni oniriche che trafiggono la sua vita.

Eyes Wide Shut racchiude il cinema di Kubrick, proponendo elementi presenti in ogni sua precedente pellicola. Nella figlia giovane e maliziosa del proprietario del negozio di costumi rivediamo la bella protagonista di Lolita; l’onirismo distruttivo di Shining è presente nella minaccia di morte affrontata continuamente da Bill; la costante paura di morire è centrale in Full Metal Jacket (in cui, tra l’altro, la canzoncina finale cantata dai soldati, Viva Topolin, riprende il ritorno alle origini di Hal disattivato in 2001).

L’Autore, col suo sguardo onnisciente, tiene in vita il suo mondo, quello creato nel cinema per il cinema. Non c’è modo altro di fruirne se non grazie alla messa in scena del padre fondatore di questa nuova realtà, destinata ad essere ricordata, letta e vissuta nel corso dei decenni come un’unica storia, quella senza tempo né spazio di uomini che sognano, vivono e giocano le loro carte in una sfida con l’Autore persa in partenza.


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Attualmente ci sono 31 commenti a questo articolo:

  1. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Per me Stanley è stato un buon regista.
    Ha esplorato diverse tematiche nei suoi 46 anni di carriera: La violenza, la guerra, la mente umana, le passioni sessuali, il romanticismo e l’eroismo.
    Pochi registi hanno fatto come lui.
    Credo che sia questa la forza di questo gran regista, proprio aver affrontato tematiche diverse.

  2. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    E dimenticavo anche il tema dello scontro fra l’uomo e la macchina e l’evoluzione in 2001.

  3. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Peccato non abbia vinto degli oscar alla regia.
    Ha realizzato anche delle pietre miliari dalla perfetta direzione artistica.

  4. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Il mio film preferito di Stanley, resta sicuramente FULL METAL JACKET, e forse anche ARANCIA MECCANICA. Cosa ne pensate voi di CineFile e non?

  5. Alberto Cassani scrive:

    Full Metal Jacket è uno dei miei film preferiti.

  6. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Sì, Full Metal Jacket è un capolavoro ma non sono d’accordo con la recensione. EYES WIDE SHUT, non mi pare affatto banale e insignificante, anzi lo posso definire uno dei migliori lavori di Stanley, perché ha realizzato un film sulla mente umana, niente di pornografico, solo le immaginazioni e i desideri più primordiali dell’uomo: passare una notte con una donna tradendo la moglie o viceversa oppure gettarsi in un’orgia.
    Alcune scene sono sì d’effetto, altre potrebbero essere anche eliminate, ma non lo considero un fiasco nella carriera di Stanley.
    è stato il primo film di Kubrick che ho visto e preso in dvd e già dai primi cinque minuti di film ho capito che non avevo a che fare con un dilettante o con un regista così così.

  7. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    A proposito di film sul Vietnam, Alberto. Dovresti scrivere una recensione sul bellissimo IL CACCIATORE di Michael Cimino, con Robert DeNiro e Christopher Walken.
    E se non lo hai visto devi assolutamente vederlo.
    è un film intenso, agghiacciante e stupefacente. Te lo consiglio.

  8. Alberto Cassani scrive:

    Eh, ma sai quante sono, le recensioni che devo scrivere?

    Attualmente ci sono già pronte nel database in attesa del momento giusto per la pubblicazione quindici recensioni mie, più altre tre scritte da altri; devo ordinare gli appunti di altri dodici film, che non è ancora detto diano poi vita ad altrettante recensioni; e ho qui un centinaio di film che a vario titolo dovrei vedere o rivedere e magari recensire…

  9. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Ho appena visto Spartacus in dvd, e mi è piaciuto tantissimo cosa ne dite voi?

  10. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Dei tre film di Kubrick che possiamo considerare fantascientifici Il dottor Stranamore, 2001 e Arancia Meccanica, 2001 è quello che rispetto di più perché narra di un’umanità in continua evoluzione e che decide da sé il suo destino. è come su quel racconto di Asimov, Razza di deficienti! dove l’autore parla di alieni per condannare il continuo processo tecnologico dell’umanità che potrebbe portare alla sua distruzione.

  11. max scrive:

    Che dire kubrik e’ il Michelangelo del cinema ,per me non e’ arte ma tecnica pura . L’unico film realmente artistico di Stanley e’ Arancia meccanica, gli altri film sono banali nella loro perfezione .La purezza delle immagini le luci fotografie ,tutto rievoca un luminare della tecnica ,bensi’ il cinema che mi sveglia la creativita’ e’ ben altro .

  12. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Bhè, diciamo che Arancia Meccanica è quello che mi è piaciuto di più del repertorio di Kubrick, ma non possiamo lasciarci influenzare dalle candidature agli oscar. anche gli altri film da lui diretti sono dei veri capolavori, come ho spiegato sopra, ha spaziato in molti temi che nessun regista aveva affrontato così approfonditamente come lui. Comunque hai ragione Max. Arancia Meccanica è il meglio riuscito. Rievoca un futuro violento e una società ai limiti della moralità umana. Ed è una cosa che non va sottovalutata.
    Alcuni dicono che sia pura violenza gratuita ma a me non sembra. Stanley Kubrick condannava la violenza, non la alimentava.

  13. Riccardo ( ex Mickey Rourke ) scrive:

    Ho visto oggi Barry Lyndon e ho da dire una cosa.
    Non è perfetto come hanno detto, i costumi sono certamente perfetti, la storia scorrevole e anche abbastanza satirica, nel suo complessivo è bello ma la seconda parte del film è una vera palla: lo abbiamo capito che gli aristocratici giocavano d’azzardo, andavano a cavallo e facevano le corna a mariti e mogli, però bastava soltanto poco per mostrarlo.
    Invece in un film di tre ore ti mostrano quasi un’ora di giochi con le carte e la musica è così bella ma tremendamente ripetitiva che infine la odi.

  14. Riccardo scrive:

    Di kubrick ho visto orizzonti di gloria con michael douglas e l’ho trovato molto toccante e realistico, ed è diventato parte della mia top ten ( per ora sono dieci i miei film preferiti ma spero che lo divengano di più ) dei miei film preferiti ( PS, questa non è una classifica perché tutti e dieci sono da primo posto ):

    1: Il gladiatore
    2: Non è un paese per vecchi
    3: Orizzonti di gloria
    4: Apocalypse Now
    5: Via col vento
    6: Cape Fear
    7: Scarface
    8: La sottile linea rossa
    9: Taxi Driver
    10: Nosferatu

    Tu che ne pensi dei miei dieci film preferiti, alberto? In particolare di orizzonti di gloria?

  15. Alberto Cassani scrive:

    “Orizzonti di gloria” è un grandissimo film. La tua classifica è soggettiva come tutte le classifiche di questo tipo, quindi incontestabile.

  16. Sabbynegger scrive:

    Riccardo (ex Michey Rourke) dice che Stanley è stato un buon regista….chi è stato migliore di lui?

  17. Edoardo scrive:

    Kubrick non è stato affatto un “buon” regista,bensì un ottimo regista. Il mio preferito di Stanley è “Arancia Meccanica” alla pari con “Full Metal Jacket”.

  18. Riccardo scrive:

    Vedendo 2001 non si può non assistere all’immensità delle immagini perché Kubrick non era un regista ma un fotografo, un pittore, il film è il quadro, la macchina da presa è il pennello.
    Kubrick cercava la perfezione dell’immagine nella sua semplicità fino alla sua colossale imponenza e in 2001 c’è riuscito benissimo.
    Alla fine della visione si è sfiniti, le lunghe sequenze senza dialoghi, ripercuotono il silenzio del cosmo, ogni manovra fatta dalle astronavi, è interminabile e percepibile con tutti i sensi ed è come se gli spettatori attraverso l’obbiettivo della camera da presa fossero i protagonisti, partecipassero a questa odissea nello spazio. Non ci sono stati altri viaggi così.

  19. Marci scrive:

    655321… i numeri in Kubrick non sono mai casuali, perchè sceglie proprio questo numero per Alex De Large?
    ho pensato che potesse significare un interruzione anomala di una catena “naturale” di numeri
    dovrebbe essere 654321 invece c’è un 5.. può essere sensata come interpretazione?

    Un altra cosa, i polsini con l’occhio, richiamano soltanto all’occhio truccato di Alex, che rimanda alla follia, o significano altro ed hanno un significato proprio?

  20. Alberto Cassani scrive:

    Non ho sottomano il film per controllare, ma nel romanzo di Burgess il numero di Alex è 6655321. Penso che nel film sia uguale, magari t’è sfuggita la prima cifra. I polsini non saprei, non mi pare vengano citati né nel libro né nella sceneggiatura.

  21. Riccardo scrive:

    Ieri sera ho rivisto Eyes Wde Shut e mi è ripiaciuto ma tre cose ancora non mi spiego:
    1) Cosa dice la lettera che il vecchio passa a Tom Cruise quando questo torna nella villa?
    2) Quando cruise entra nella villa per la prima volta c’è un tizio in maschera che lo saluta, è per caso Sidney Pollack?
    3) Come cavolo è finita la maschera sul letto, alla fine?

    Qualcuno mi può spiegare?

  22. Sebastiano scrive:

    E cosa c’e’ nella valigia di Pulp Fiction?

  23. Alberto Cassani scrive:

    Sebastiano ti sta dicendo che non ci sono risposte, tranne quelle nella mente degli spettatori.

  24. Riccardo scrive:

    quale significato assume l’ occhio sulla manica della divisa dei drughi in arancia meccanica?

  25. Riccardo scrive:

    Ehm, un mio omonimo?

  26. weach1952 scrive:

    Ciao Tania Varroni le tue 5416 battute mi intrigano per il tema trattato,la peculiarità delle tue osservazioni; il tentativo di cogliere le analogie fra le varie filmografia di Kubrick; la voglia di dare un senso compiuto alpersonaggio Kubrick.
    Ma questo universo” credo non abbia un vero senso ;in realtà Stanley kubrick fa vibrare nell’universo materico e sottile il suo infinito conflitto di essere “sensiente”, senza pace, irrequieto , disperato, solo,disturbato, misantropo in quanto non accettato.
    Per il momento ti devo salutare ma sarà mi premura riaprire un dialogo su questi input esoterici che aleggiano nella cinematografia kubrickiana.
    ciao con piacere
    weach illuminati

  27. Riccardo scrive:

    Volevo dire una cosa a proposito di Shining: Il tempo,lo spazio,il ghiaccio il ghigno “satanico” di Jack “Torrance”Nicholson.Questo ennesimo CAPOLAVORO di S.K.è una metafora di come “funziona”il cervello umano a livello inconscio.L’OVERLOOK HOTEL è un buco nero e,come ci dicono gli scienziati, nei buchi neri le leggi fisiche vengono stravolte; ed è appunto quello che succede in “SHINING”.Jack diventa una marionetta nelle mani dei misteriosi padroni dell’OVERLOOK HOTEL e,se vuole diventare un nuovo adepto della setta,deve commettere un sacrificio di sangue.E sarà MR.Halloran,il vero obiettivo dei misteriosi abitanti dell’Overlook,a cadere sotto i colpi d’ascia di Jack.Alcuni “critici” hanno scritto che Jack non raggiunge il suo scopo.Secondo me lo raggiunge eccome,altrimenti non avrebbe senso la scena finale con quella foto e quella data.Jack Nicholson è eccelso e G.Giannini che lo “doppia” è memorabile.

  28. Riccardo scrive:

    A quando la recensione di Arancia Meccanica?

  29. Alberto Cassani scrive:

    Francesco Binini sta prestando molta attenzione al recupero dei classici, ma al momento sta seguendo altri percorsi autoriali. Però non è detto…

  30. Francesco Binini scrive:

    Non è detto… :-)

  31. […] dei primi 45 minuti di pellicola non sarebbe corretto nei confronti della sceneggiatura di Kubrick, Hasford e Michael Herr, perfettamente in grado di trasmettere la durezza dell’addestramento, la […]

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