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"La donna della mia vita" di Luca Lucini

30 novembre 2010 Recensioni 10 Commenti
CineFile

Universal, 26 Novembre 2010 – Piacevole

La vita di due fratelli è diversa quanto le loro personalità, almeno finché il più giovane conosce Sara. L’unico fatto che li accomuna è destinato però a separarli, mentre tutto intorno a loro sembra essere altrettanto paradossale e mentre alcuni segreti familiari cominciano a emergere…


Valentina Lodovini in La donna della mia vitaPartendo dal presupposto – non certo improbabile nella realtà – che niente è come sembra, il film si discosta ben presto dal livello medio del genere per diventare una sorta di commedia degli equivoci. Ciò che all’inizio pareva essere di semplice lettura viene messo in discussione in un gioco di specchi, che svelano maschere, e in una serie di capovolgimenti alla fine dei quali nemmeno lo spettatore sa più in chi o che cosa credere. Il cliché della famiglia borghese viene ancora una volta utilizzato come simbolo di falsità, ma è evidente che questa falsità è riscontrabile nelle nature umane a prescindere dal ceto sociale e dall’essere uomini o donne. Non solo i due protagonisti, ma chiunque intorno a loro – dalle donne, ai genitori fino ai personaggi minori – ha qualcosa da nascondere oppure da rivelare a se stesso. Infatti, non solo viene mostrato come la falsità sia presente nei rapporti familiari e coniugali, ma viene anche mostrato come a volte si menta a se stessi per mantenere un ruolo che altri hanno scelto per noi.

Alessandro Gassman e Luca Argentero in un'immagine pubblicitaria di La donna della mia vitaLa sceneggiatura non è un meccanismo congegnato alla perfezione, né si può parlare di commedia sofisticata, che può essere colta solo nell’ispirazione, tuttavia spesso i tempi sono quelli tipici appunto di una commedia degli equivoci. Inoltre, tutti gli attori con la loro interpretazione permettono alla struttura di reggere e al film di funzionare con risultati non eccessivamente brillanti, ma di sicuro apprezzabili. Questo è vero specialmente nel tentativo di proporre uno stile non tanto praticato, anziché scegliere di percorrere la via più classica e banale.


Titolo: La donna della mia vita
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Teresa Ciabatti
Fotografia: Alessandro Bolzoni
Interpreti: Luca Argentero, Alessandro Gassman, Valentina Lodovini, Stefania Sandrelli, Giorgio Colangeli, Sonia Bergamasco, Lella Costa, Gaia Bermani Amaral, Franco Branciaroli
Nazionalità: Italia, 2010
Durata: 1h. 36′


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Attualmente ci sono 10 commenti a questo articolo:

  1. Tiziano scrive:

    ….Sapete benissimo che io considero il vostro sito non solo “il mio preferito” ma anche ben curato e soprattutto mi trovo in linea con le descrizioni, i commenti e le votazioni sempre azzeccate che date sui film in uscita ; visionati con attenzione dalla vostra squadra e senza un filo di “criticità chic” quanto più una visione attenta e di cultura medio-alta che dovrebbe essere lo standard per tutti i siti e i mezzi che vogliono proporre critica e cultura in un paese come il nostro.
    La premessa, perchè non mi sarei mai immaginato di andare a vedere un film “italiano” di questo genere e poi trovarmi d’accordo anche in questo caso con la vostra analisi. Mi devo ulteriormente ricredere perchè il film risulta esattamente così come lo avete descritto e giudicato…”piacevole”, una commedia discretamente veloce e basata su un cliché un pò trito e ritrito che però viene fatto funzionare proprio al massimo delle sue possibilità.
    Non sono un grande amante delle produzioni italiane in genere (con le ovvie eccezioni) sia perchè basate su sceneggiature di scarso rilievo e soprattutto perchè sia il cinema che la tv sono piene di “immondizie cinematografiche” frutto del parentismo e nepotismo di alcune famiglie o gruppi di persone legate ai finanziamenti pubblici e a quei gruppi politici e/o editoriali che di volta in volta detengono il potere della finanza e quindi quello di decidere se, come e quando fare o fare uscire un prodotto.
    Ancora di più trattando della “nuova leva” degli attori italiani che appena sbarcano oltre oceano ce li rimandano indietro con clamore perchè non raggiungono neppure minimamente la bravura recitativa della peggiore comparsa mai scritturata ad hollywood e tutti qui tacciono queste informazioni perchè siamo un paese “provinciale” , qui si fa fortuna anche se non si ha una grande bravura….tanto tutti prima o poi avranno una parte in una fiction per conoscenza …..non ho scritto nulla di così scandaloso per la realtà in cui viviamo e non serve una grande capacità analitica per arrivarci. Ma non volendo entrare troppo in questioni più socio-politiche che di cinema, gli attori di oggi riflettono proprio questi problemi e questa caduta/scadenza di qualità in un bacino che invece negli anni passati ha riservato per il nostro paese autentiche sorprese.
    Eppure ieri alla visione del film (perdonatemi se non capisco di parti complesse, di recitazione e non sarò aggiornato come lo siete voi) mi ero perso di vista nel tempo una persona che forse può fregiarsi di essere, di lavorare, di scrivere sulla carta di identità “attore” e non semplicemente “tutto fare-showman-uomo spettacolo-ruba soldi nostri” etc…
    La sua parte per carità non era quella di protagonista di un colossal ma caspita se la gavetta e l’impegno ha aiutato: Alessandro Gassman è (se volete mettete “quasi” ma io non lo metto perchè basta considerare i figli peggio dei padri solo per meriti di anzianità!) all’altezza del papà, un attore vero, spicca in certe scene sugli altri in maniara colossale. Lui è la scena, lui è l’emozione, la risata di alcuni tratti del film. Per carità Argentero e le donne del cast ci provano (parlo dei giovani lasciamo stare la Sandrelli e Colangeli per cui andrebbe un discorso a sè) ma lui è sopra, cioè ha proprio una spanna di credito in più nella mimica del volto e delle movenze….a me è sembrato superlativo, un attore che consuma la parte e non la subisce.
    Che cosa ne pensate? Forse abbiamo trovato qualcuno che può andare oltre oceano con la carta di identità italiana?
    Saluti a tutti.
    Tiziano

  2. Alberto Cassani scrive:

    Alla presentazione di un suo libro qualche tempo fa, Roberto Escobar fece notare come i nepotismi e soprattutto i divani dei produttori siano sempre esistiti, nel cinema italiano. Quello che però è cambiato è il modo di gestirli. Una volta il regista che si trovava a dirigere l’amante del produttore *la dirigeva* davvero: la obbligava a recitare, la obbligava a stare sul set finché non era soddisfatto, e di conseguenza anche la comparsa fuori fuoco sullo sfondo finiva per essere stimolato a impegnarsi. Oggi no, oggi si lascia correre, ci si accontenta senza neanche provarci. E allora quei pochi registi che ci mettono attenzione senza pretendere troppo dalle proprie capacità fanno una figura ancora migliore in mezzo ai Brizzi, al Neri Parenti e ai tanti registi improvvisati. Allo stesso modo, gli attori che si impegnano e/o hanno una solida carriera alle spalle (tranne la Sandrelli, che secondo me è ed è sempre stata una pessima attrice) risaltano ancora di più. E’ tutto qui, il fatto: in un mare di sciatta mediocrità, le rare volte in cui ci capita di vedere un film onesto e ben curato, ne usciamo entusiasti invece che “solo” soddisfatti. E non sono sicuro che, in generale, sia una cosa di cui essere contenti.

  3. Tiziana Cappellini scrive:

    Per fortuna ogni tanto capita che ci sia un film come questo che si differenzia dal resto del panorama italiano, perché appunto bisogna riconoscere che nel cinema italiano (ma anche nella tv, in cui fra l’altro i prodotti sono seriali fino all’eternità) i risultati sono quelli che sono anche perché c’è piattezza di idee e di scrittura. Pochi prodotti sono brillanti (e non significa che per esserlo debbano necessariamente essere delle commedie) , ci sono poche idee nuove oppure, quando ci sono, vengono sviluppate male.
    Questo film si discosta da quello che siamo abituati a vedere e infatti ci stupiamo pure.

    Circa Gassman, sì, è stato bravo e ha saputo creare il personaggio nel modo giusto. Ormai fa questo mestiere ereditario da moltissimi anni e quindi avrà di sicuro sviluppato anche una certa tecnica, anche se sappiamo che senza talento la tecnica naturalmente non basta.
    Anche Argentero ha interpretato nel modo giusto il suo personaggio, dandogli le debite sfumature che alludono senza troppo svelare e senza renderlo ridicolo, cosa non semplicissima.
    L’importante era che i due protagonisti avessero gli interpreti giusti, ma di base resta una buona idea sviluppata bene, specie dal punto di vista della scrittura.

  4. Fauno scrive:

    Ho letto tutti e tre i commenti di cui sopra…

    Interessante il fatto che ancora prima di visitare questa pagina e quindi leggere ciò che avete scritto, l’argomento della mia prima riflessione circa questa pellicola sia stato la mediocrità del cinema italiano su cui già voi avete espresso dei pareri.

    In generale sono piuttosto concorde con quanto detto già da voi fatto salvo per l’assenza sulla nostra piazza di attori davvero valenti; non posso dire di essere un esperto di recitazione ma, di film (e non solo) ne ho visti a badilate e quindi mi concedo di fare alcuni nomi:

    Neri Marcorè, Pierfrancesco Favino, Sergio Castellitto, lo stesso Alessandro Gassman anche se devo ammettere di conoscerlo poco, Roberto Benigni, Paola Cortellesi, Marina Massironi, Luigi Lo Cascio, Claudio Bisio (sebbene conosciuto ai più per film forse discutibili…), Flavio Insinna, Gigi Proietti (ma lo terrei fuori, ormai è fra i “vecchi”) etc etc…

    Ho preso dei nomi piuttosto sparsi, quindi condivisibile o meno che sia il mio elenco, il punto non è che in Italia non ci sia talento recitativo quanto occasioni per sfoggiarlo!

    Ogni volta che guardo un film italiano, il mio commento finale è inevitabilmente da collocare in due/tre categorie:

    a) piacevole e senza pretese ma non dice nulla di che. Per una serata tranquilla è ok.

    b) film carino, leggermente diverso dalla media (tipo quello in esame) ma che comunque fa poca strada. Buono ma si può fare di più.

    c) solita cagata tipo cine-panettone. Non lo prendo come opzione nemmeno per una giornata che sono costretto a passare sul cesso a causa della dissenteria!

    Accidenti! In Italia non siamo capaci di osare! Diciamo sempre “adesso vi facciamo vedere noi” e poi siamo sempre lì a far film sulle storie d’amore che han sempre le solite linee guida, i soliti film ambientati o nella Milano/Roma bene o nei sobborghi più poveri delle stesse. Le nostre fiction sono quanto di più pacchiano, stucchevole ed irreale si possa concepire dietro ad una macchina da presa e nella pagina scritta di una sceneggiatura!

    Per la miseria, almeno gli americani quando vogliono fare qualcosa di assurdo lo fanno col botto! Qui si ha sempre paura di fare troppo casino e finiamo col dover dire che le opere più “fuori dagli schemi” siano quelle di registi stile Moretti che negli anni di carriera si è scritto e costruito un mondo tutto suo in cui ambientare i propri film.

    Per favore, datemi il titolo di una pellicola italiana degli ultimi cinque anni che chiamereste “capolavoro”; DATEMELO!

    GRAZIE! :-)

  5. Alberto Cassani scrive:

    Curioso che in questi giorni su CineFile si parli tanto di cinema italiano… Ne abbiamo parlato anche ieri nella pagina dell’ultimo Ozpetek (peraltro patrecipai a un podcast sull’argomento lo scorso autunno: http://www.playersmagazine.it/2011/11/21/players-podcast-episodio-1-dove-sta-andando-il-cinema-italiano/).

    Sugli attori, in realtà a me moltissimi paiono estremamente limitati (Marcoré e Isinna, per dirne due tra quelli che hai citato), ma è anche vero che è capitato più di una volta che alcuni registi riuscissero a far recitare anche i sassi, quindi magari è solo colpa della direzione e/o delle poche occasioni per brillare. Se pensiamo che Virzì e la Comencini sono riusciti a far recitare persino Nicoletta Braschi, allora tutto è possibile… Peraltro Favino primo, secondo e terzo nella mia classifica dei migliori attori italiani.

    Ripeto quello che ho scritto ieri (tra l’altro raccontando ancora l’aneddoto di Escobar, non ricordavo di averlo già scritto), le professionalità nel cinema italiano ci sarebbe anche, quello che manca è l’atteggiamento professionale da parte di chi decide (in ufficio e sul set), che si ripercuote sulla qualità delle pellicole, o meglio: si manifesta nella mancata ricerca di qualità in ciò che si fa. E’ un discorso che va purtroppo oltre il tipo di storie che si raccontano e le ambientazioni che si sfruttano: è proprio una sorta di menefreghismo artistico che segna la maggior parte dei nostri prodotti e che finisce, paradossalmente, per far risaltare maggiormente i pochi prodotti curati e magari anche coraggiosi.

    Per quanto riguarda la tua domanda, personalmente ritengo che l’ultimo vero capolavoro del nostro cinema sia stato “Le conseguenze dell’amore” (soprattutto se soprassediamo sull’indecente recitazione della Magnani e tagliamo l’ultima inquadratura), ma risale al 2004…

  6. Tiziana Cappellini scrive:

    Sono sostanzialmente d’accordo con le tre categorie che hai individuato, Fauno, come sono d’accordo sulla stucchevolezza delle fiction italiane, troppo piatte e buoniste per riassumerne la loro sostanza, tranne alcune eccezioni.
    Secondo me, però, più che mancanza di coraggio si tratta di mancanza di fantasia e di abilità di scrittura, quella che appunto c’è nel cinema americano ma anche, aggiungerei, in quello inglese.

    A volte il cinema americano viene giudicato una pietra di paragone negativa perché sembra inevitabile associarlo a kolossal o a grandi operazioni di botteghino, quando in realtà delle semplici commedie di puro intrattenimento dimostrano come gli sceneggiatori siano in grado di trattare sì con leggerezza, ma allo stesso tempo con una certa capacità e intelligenza, dei temi che per quanto già sfruttati risultano invece interessanti o almeno accattivanti. Per esempio, il rapporto di coppia o un tema familiare nel cinema italiano sono sempre trattati in modo melodrammatico mentre altrove sono invece sviluppati anche con una certa leggerezza intelligente non per questo priva di messaggi o di spunti di riflessione.
    Quando invece nel cinema italiano simili temi non vengono trattati in modo deprimente ma brillante, o quasi, come nel caso appunto del film di Lucini ce ne stupiamo e non a torto.

    Per quanto riguarda i nostri attori, ogni tanto c’è anche il ricambio generazionale e mi sembra che Elio Germano sia stata una recente rivelazione, ma trovo che pure Alessandro Preziosi sia un attore di grande talento anche se principalmente teatrale.
    Però è vero, è un peccato che in Italia non ci siano sufficienti occasioni per sfoggiare il talento recitativo come si dovrebbe.

  7. Fauno scrive:

    Siamo condannati ad assere fan di “Don Matteo”, “Liceali”, “Cesaroni” e co….Devo essere sincero però, la fiction “Ho sposato uno sbirro” aveva qualcosa che mi incuriosiva…

    Ragazzi, voi conoscete il regista Al Festa? Il protagonista del suo ultimo film, “L’Eremita”, è Marco DiStefano, attore e regista che vive e lavora principalmente a Roma; anni fa lo aiutai nell’allestimento di una data di beneficenza per uno spettacolo che metteva in scena in duo con un mio caro amico. Ecco, “L’eremita”, visto il trailer, sembrerebbe una di quelle pellicole che va contro la solita regia dei film italiani…

    Mi dite qualcosa a riguardo?

  8. Fauno scrive:

    Comunque verrebbe da dire che in Italia non esistano generi fantasy o fantascienza o altro…Bah…Solo sempre le stesse ambientazioni “fin troppo reali”…

  9. Sebastiano scrive:

    Suggerisco L’uomo che verra’

  10. Alberto Cassani scrive:

    Fausto, io conosco il critico Pierpaolo Festa e il regista James Merendino, ma questo Al Festa non l’ho mai sentito nominare. Il trailer dell'”Eremita” sembra effettivamente una cosa curiosa, anche se in realtà il cinema italiano indipendente di questo tipo di film ne ha sempre prodotti, però la pochezza di fotografia e recitazione si nota anche dalle poche immagini che si vedono.

    Fantascienza e fantasy costano, e non è detto che dell’investimento si riesca a rientrare in tempi utili. Per questo il cinema italiano ha sempre frequentato poco questi due generi, anche ai tempi “storici” dei Cozzi e dei Margheriti si facevano solo film di serie b. L’horror invece, come ho accennato sopra, è sempre vissuto nei meandri del cinema autofinanziato, spesso con risultati imbarazzanti, più raramente con prodotti degni di nota.

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