In
ascolto - The Listening
Incontro
con Giacomo Martelli
a cura di Alberto Cassani
Com'è
nata l'idea del film?
Un mio amico che era in Marina aveva bisogno di una mano con una tesina
di inglese, e uno degli argomenti era Echelon, il sistema di sorveglianza
globale creato durante la Guerra Fredda. All'epoca io non ne sapevo
niente, ma durante questa ricerca pensai che sarebbe stato possibile
raccontarne la storia in un film indipendente a basso costo, utilizzare
Echelon come un guscio per poi raccontare la storia dei personaggi,
la storia di due amici che si tradiscono...
Come
mai ci sono voluti quattro anni, per riuscire a completare il progetto?
La parte grossa è stata lo sviluppo del progetto, e ovviamente
la ricerca e le varie riscritture della sceneggiatura. La post-produzione,
poi, è durata più di un anno e mezzo perché da
questo punto di vista "In ascolto"
è un film piuttosto intenso, soprattutto per quanto riguarda
l'uso del sonoro, e tutti i vari passaggi che normalmente vengono fatti
in parallelo noi li abbiamo fatti uno alla volta. Per cui - tra effetti
sonori, musica e tutto il resto - alla fine sono passati quattro anni...
Ma
il processo di preparazione com'è stato?
E' stato complicato perché l'argomento - per definizione - è
segreto, per cui è difficile raccogliere informazioni. E le informazioni
che si riescono ad ottenere riguardano un periodo passato, perché
vengono desecretate solo dopo quattro anni. La fase chiave, per noi,
è stato il momento in cui abbiamo reclutato Duncan Campbell come
consulente tecnico: Campbell è il massimo esperto europeo di
Echelon e ha scritto un rapporto sulla tecnologia di sorveglianza per
il Parlamento Europeo che nel 1999 fece scandalo... E' stato lui che
ci ha fatto entrare nella stazione di ascolto di Menwhit Hill, la più
grande del mondo.
Quanto
c'è di vero nella ricostruzione delle potenzialità di
Echelon, all'interno del film?
Purtroppo tutta la tecnologia che appare nel film è reale. O
meglio: era reale nel 1999. A quanto si vede nella pellicola bisogna
aggiungere 7 anni di sviluppo tecnologico, ulteriormente stimolato dopo
l'11 Settembre. Il sistema Tumbleweed di cui si parla nel film non esiste
con questo nome in codice, ma esiste con un codice diverso: esiste la
capacità da parte dell'NSA di ascoltare attraverso i telefoni
spenti, perché i cellulari GSM sono sostanzialmente dei computer
con cui l'NSA e gli stessi gestori telefonici possono entrare in contatto
in qualunque momento e a cui possono ordinare di accendersi pur sembrando
ancora spenti. Di recente c'è anche stato un dibattito tra alcuni
operatori telefonici europei e l'NSA, ma la materia del dibattito non
era la privacy dell'utente: era il costo di questo tipo di comunicazioni,
perché se l'NSA ascolta qualcuno per carpire delle informazioni
vuol dire che sta effettuando una chiamata intercontinentale che dura
diverse ore...
Ad
un certo punto del film, uno dei personaggi dice che questo tipo di
cose deve essere fatto per poter assicurare che la Libertà e
la Democrazia trionfino. Lei è d'accordo, con questo discorso?
Quel discorso nasce dalla necessità di raccontare la differenza
tra i due personaggi: due personaggi che hanno combattuto la stessa
guerra, che si ritengono uno alleato dell'altro e che in molte cose
la vedono allo stesso modo, ma che col tempo si sono distanziati uno
dall'altro. E' vero che questa differenza poteva essere espressa in
maniera meno plateale, ma ci tenevo che l'aspetto politico del discorso
non fosse superficiale. E' comunque un discorso un po' sterile, perché
questa è la direzione in cui stiamo andando: è impensabile
che con l'aumento del traffico delle telecomunicazioni non ci sia un
controllo da parte del Paese più potente del mondo. Il problema
è, semmai, quando questo controllo viene esercitato da persone
che non ha eletto nessuno...
Non
è difficile, guardando questo film, ripensare al cinema di spionaggio
che si faceva ad Hollywood negli anni Settanta...
Assolutamente... Mi ricordo il primo giorno in cui Cesare Barbetti ha
lavorato al doppiaggio di Michael Parks: sentire la voce di Robert Redford
che recitava le mie battute mi ha davvero emozionato... Io sono nato
nel 1976, e sono cresciuto con "Guerre Stellari" più
che con il cinema di spie, ma andando in seguito a riscoprire i film
che avevo visto da piccolo mi sono reso conto che non erano belli perché
ero piccolo: erano belli davvero! Quello era una grande cinema, sicuramente
è stato una fonte di ispirazione per questo lavoro. Tra l'altro,
rivedendo "La conversazione" mi sono accorto che già
lì si parla di una cosa analoga a Tumbleweed: nel film si accenna
ad uno strumento che, piazzato nel telefono, permette di chiamare quel
telefono e ascoltare anche se la cornetta è attaccata. L'evoluzione,
ovviamente, è che adesso non c'è più bisogno di
mettere la cimice nel telefono...
La
la figura della spia, al cinema, è sempre stata presentata in
due soli modi: l'agente segreto modello James
Bond, oppure la spia dimessa come appunto Gene Hackman ne "La
conversazione" o il protagonista di "In
ascolto". Non ci sono proprio altre strade?
Il concetto di spia è pieno di fascino, per cui è una
figura che il cinema continua a riproporci: seguire una strada o l'altra
dipende dal progetto che si vuole realizzare. Leggendo i libri di John
Le Carré o di chi questo mestiere l'ha fatto davvero, ci si rende
conto che ci sono senz'altro dei momenti di azione o di suspense,
ma che è un lavoro che si svolge soprattutto nel cervello della
spia. A me, poi, interessava raccontare che anche le spie più
tecnologiche del mondo non sono tecnologiche perché hanno una
penna che si trasforma in elicottero, ma perché fanno parte di
una struttura organizzata su scala industriale e passano la loro vita
a spiare gli altri. In questo caso, la scelta di raccontarle come persone
dimesse, come dei burocrati che sono l'esatto opposto di James
Bond o Ethan Hunt, era quasi obbligata.
Com'è
nata la scelta di rappresentare il genio delle telecomunicazioni, colui
che riesce ad infiltrarsi nella rete di Echelon, come un agente italiano?
Sicuramente il film ha una marcata entità europea, per quanto
poi lavorino tutti per conto degli Stati Uniti. Ma quel personaggio
nasce da una conversazione avuta con l'altro nostro consulente tecnico,
Federico Zarghetta, che ci ha parlato dell'uomo che ha costruito il
link satellitare per la base di Baia Terranova in Antartide.
Si tratta di un medico della Marina Militare italiana che è entrato
nel controspionaggio negli anni Settanta, e che tra l'altro ci ha fornito
le riprese dell'Antartide che si vedono nel film. Questa cosa dà
un'idea di come quei personaggi che nei film sono solitamente rappresentati
come spalle del super-eroe di turno, nella realtà degli anni
Settanta - quando l'Italia, nel grande gioco dell'Intelligence
tra i due blocchi, era più che altro la scacchiera - erano qualificati
quanto le loro controparti delle superpotenze alle quali dovevano fare
semplicemente da supporto logistico.
Il
film si chiude con una voce fuori campo che accenna a qualcosa senza
specificare bene cos'è successo e quando è successo...
L'idea è che tutto il film sia una versione alternativa di come
si è scoperta l'esistenza di questi sistemi di sorveglianza,
in particolare di quelli che permettono di ascoltare attraverso i cellulari.
Quella voce fuori campo ha il compito di rendere chiaro cosa sta succedendo
senza dire troppo. Non vuole raccontare esattamente un evento reale,
ma si rifà in qualche modo al rapporto di Campbell per il Parlamento
Europeo. Ci fu prima un libro del giornalista neozelandese Nicky Hager,
che si rese conto che quelle enormi cupole che vedeva davanti a casa
sua non erano utilizzate dal Governo neozelandese ma da quello statunitense,
intuendo così l'esistenza di un'allenanza internazionale e creando
l'esigenza di stilare un rapporto completo su questa tecnologia. Tecnologia
che permette di ascoltare anche attraverso le prese telefoniche a muro,
le linee ISDN e le linee ADSL. In questo senso, quello è l'evento
reale di cui parla la voce fuori campo alla fine del film.
Percorsi tematici
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