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“Mon Colonel”: interviste a Laurent Herbiet, Costa-Gavras ed Eric Caravaca

18 ottobre 2006 Interviste 0 Commenti
Gabriele Marcello, 18 Ottobre 2006

In occasione della presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma 2006, il regista Laurent Herbiet, il co-sceneggiatore Costantin Costa-Gavras e l’attore Eric Caravaca hanno accompagnato la pellicola nella Capitale. CineFile ha avuto la possibilità di intervistare tutti e tre…


Intervista a Laurent Herbiet

Nel tuo film c’è una splendida alternanza tra la visione del passato e poi il presente che fa da cornice, senza mai perdere di vista la Storia in senso lato. Come ci sei riuscito?
Sono sempre stato molto interessato alla Storia fin da quand’ero ragazzino, e poi ho un legame particolare con quella franco-algerina. C’è questo legame tra l’oggi e ieri, questa alternanza su cui si basa buona parte della nostra esistenza civile… In fin dei conti si tratta di una duplice visione: guerra della liberazione e guerra di occupazione, due cose che sono agli antipodi. Mio padre ha preso parte a questa guerra, e io fin da bambino rimanevo affascinato dai suoi racconti e mi impaurivo su determinate descrizioni, come ad esempio le torture. Lo scuoiamento della pelle è una di quelle che mi è rimasta più impressa. Purtroppo oggi si sente il bisogno di dimenticare determinate cose, perché non è politicamente comodo. All’inizio volevo fare un film ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, periodo che comunque amo molto, poi ho letto il romanzo e mi sono reso conto che la guerra d’Algeria sarebbe stata un argomento altrettanto interessante. La difficoltà principale era quella di riuscire a trovare l’elemento drammatico senza banalizzare il contesto. La storia di ogni soldato giovane contiene in sé molti elementi di drammatizzazione e abbiamo iniziato a lavorare su questo, su una commistione tra il pubblico e il privato in uno specifico clima politico.

Ci sono elementi autobiografici nel film?
No, il libro era già molto ricco di temi. Forse ho tentato di inserire quelle che sono le ansie e le paure della mia generazione, che è quella figlia della guerra d’Algeria. Siamo cresciuti con questo spettro che ci accompagna fino ad oggi. Ho inserito il mio disgusto per le torture e per l’idea di mancanza di libertà. In Francia ci sono molti film e telefilm che parlano di questa questione, ognuno ha toccato una corda differente, ma molti mi hanno ispirato. Senza contare La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, uno degli esempi migliori. Fare un film sui crimini di guerra è sempre difficile, e diciamo che è stato anche difficile trovare i soldi necessari. Pochi produttori hanno avuto il coraggio necessario, ma alla fine ci siamo riusciti.

Quali sono stati i punti di riferimento cinematografici che ti hanno ispirato per il film, e in generale nella tua carriera?
Tanti. Della mia Patria senza dubbio Jean Cocteau, poi Bresson e Clouzot. Italiani ci sono Antonioni, Pontecorvo e Visconti. Adoro la Caduta degli Dei, lo ritengo un film potente e imponente.

Come hai scelto gli attori del film?
Eric Cavaraca è stato il primo che ho scelto, lo ritengo bravissimo. Volevo lavorare con lui dai tempi di Son frére. È un cavallo di razza, basta dargli una sola indicazione e lui ricrea un personaggio dalle mille sfumature. Il protagonista doveva essere una specie di angelo, un ragazzo malinconico, con gli occhi intensi, e Robinson Stévenin era perfetto. Per il ruolo del Colonnello avevo in mente una figura imponente, una sorta di cattivo a tutto tondo, che ricordasse molto un gerarca fascista. Quando ho contattato Olivier Gourmet, lui è stato felicissimo perché sapeva di poter sperimentare un personaggio particolare, che è cattivo, ma anche umano nella sua anima. Penso di essere stato molto fortunato a lavorare con questo cast: tutti bravissimi e, penso, i migliori che ci siano in circolazione.

Intervista a Costantin Costa-Gavras

Il binomio cinema e Storia è sempre un argomento molto difficile. Lei come è riuscito ad affrontarlo, sia nella scrittura sia nella messa in scena dei suoi film?
Per me il cinema è fondamentalmente spettacolo. Non possiamo allontanarci da questa considerazione, commetteremmo un grosso errore. Detto questo, però, non dobbiamo dimenticare quella che è l’etica della situazione e il rispetto dello spettatore. Si può, anzi si deve, usare la drammatizzazione nel cinema storico, ma l’importante è farlo con coerenza e correttezza. Soprattutto quando si tratta di parlare di personaggi storici. Rispettare l’etica vuol dire anche far agire il personaggio secondo determinati dettami, determinate azioni, senza stravolgere troppo le cose.

E’ stata difficile l’operazione di adattamento del romanzo per il grande schermo?
Abbastanza. Nel senso che ho amato alla follia questo libro, ma sapevo che dovevo modificarne alcuni aspetti. Innanzitutto, ho inserito il personaggio femminile dell’investigatrice. Doveva esserci una donna per riuscire a garantire la vena di melodramma del film, inoltre lei, leggendo il diario del protagonista, è come se si innamorasse di lui. In fondo hanno la stessa età e quindi lei lo comprende e lo capisce. Oggi poi, se ci pensi, ci sono molte donne nell’armata. Quindi ho introdotto in un film tutto al maschile una sensibilità femminile.

Alla fine scopriamo che il diario di Guy Rossi non è indirizzato ad una ragazza, ma al padre. Perché?
Volevo mostrare il rapporto tra padre e figlio che si sviluppa tra Guy e il Colonnello, un rapporto che si distrugge con il tempo.

Il Colonnello a volte si mostra anche in maniera umana, quasi a voler indicare che non ci sono né buoni né cattivi…
Oggi tutti voglio vedere con chiarezza il Male e il Bene, sembra che non si dia importanza alle sfumature. Io volevo far vivere le sfumature, per questo ho creato questo personaggio.

Il film ha anche una forte valenza politica…
Il cinema è sempre di destra, di sinistra e di centro. Fondamentalmente, la politica per me è un comportamento generato dalle passioni e dalle azioni dell’uomo.

Quindi per lei non esiste un cinema che non sia politico?
Il cinema è sempre politico, in ogni modo. Tutti i film sono politicamente girati ma pochi sono politicamente schierati. La penso come Bartes: il cinema è un elemento socialmente fruibile, quindi politico, perché è legato ai sentimenti. Io vengo dalla sensibilità greca, dove tutto è basato sul pathos, quindi sulla politica.

Ma la banalizzazione della Storia, come La Vita è bella, per lei è giusta?
Mah… Non esprimo giudizi sul film, ma posso dire che più che banalizzare bisognerebbe trovare una metafora che possa servire a rendere la Storia più appetibile.

Lei pensa che fare film sulla Storia sia necessario per non dimenticare?
Sì, ma anche per ricordare quello che non si sa. Il regista diviene una sorta di profeta della società, che deve riuscire a mostrare al meglio quello che sa fare per non inquinare il messaggio.

Per lei è più facile scrivere un film o dirigerlo?
Sai, è come l’amore: ci sono gli alti e i bassi. L’inizio è sempre travolgente, poi ci sono le mancanze di idee e i problemi tecnici, ma alla fine la parte che preferisco è il montaggio.

Intervista ad Eric Caravaca

Parlami un po’ del tuo personaggio, Ascencio. Nella tua filmografia è senz’altro uno dei più complicati e il più ambiguo, quello con la maggiore connotazione politica…
Assolutamente, hai perfettamente ragione. Quello di Ascencio è forse il personaggio più politico che abbia mai interpretato. Nella mia carriera ho spesso ricoperto il ruolo di soldato, come negli Amanti del Nilo o in Cette la Femme, ma erano sempre personaggi romantici, il cui scopo nella vita non è la lotta. Stavolta è stato differente: Ascencio combatte per la libertà degli algerini, per la libertà di esseri umani, e crede talmente in questa lotta da perderci anche un braccio. Il mio personaggio è ambiguo forse perché rappresenta una parte della storia abbastanza oscura, e la scrittura di Costa-Gravas era volutamente ambigua: non si riesce a capire fino a quanto si può spingere il doppio gioco di un rivoluzionario e si rimane nel dubbio se lui fosse davvero un buon amico del protagonista. Inoltre, un personaggio del genere mi ha portato ad un confronto con quella che era una situazione storica lontana, dove il contatto tra le persone era molto difficile, come anche il rapporto tra le persone ed i luoghi. Ho tentato di immaginare come potesse essere la vita di una spia in un luogo nemico ed estraneo anche culturalmente. Mi sono domandato: che vita può condurre? Cosa potrà mai leggere? Alla fine ci sono state delle modifiche con Costa-Gravas sul mio personaggio e abbiamo velato il tutto con un pizzico di malinconia: Ascencio è un lettore di Camus perché condivide le sue idee, ma allo stesso tempo è consapevole che non tutto potrà andare per il meglio, proprio come Caligola.

Cosa ne pensi della situazione in Algeria?
Indubbiamente è spinosa, nel senso che quella della guerra franco-algerina è una sorta di piaga ancor oggi viva, non solo per le persone che sono rimaste vittime, ma anche per gli equilibri politici, sempre più deboli. Penso che quella fosse una situazione di grande censura e il mio personaggio leggeva Camus, ma questo splendido autore era bandito… C’era un clima di terrore che non colpiva solo gli algerini, ma anche i francesi. La cosa più vergognosa rimangono le torture, nulla di peggiore poteva essere fatto, senza ombra di dubbio. Non potrei concepire un simile clima di terrore in un paese civile.


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