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"Noi credevamo" di Mario Martone

10 novembre 2010 Recensioni 2 Commenti
Emanuele Rauco, 7 Settembre 2010: Complesso
01 Distribution, 12 Novembre 2010

Le guerre risorgimentali, l’Unità d’Italia, le spedizioni garibaldine e i complotti e i dissidi interni al movimento unitario visti attraverso personaggi secondari e sacrificabili, come Domenica, combattente incarcerato, Angelo, un appassionato militante, o Saverio, giovane camicia rossa…


E’ il momento topico della Storia nazionale, il Risorgimento, quello su cui si è costruita l’intera retorica della Patria che dall’inno di Mameli al fascismo e oltre ha contraddistinto i discorsi italiani. Mario Martone decide così di rileggere quella decina d’anni di storia patria attraverso chi combatté o chi, dietro le quinte, cercò di rendere possibili i sogni di Garibaldi e Mazzini.

Martone, assieme a Giancarlo De Cataldo, adatta un libro di Anna Banti e ne tira fuori un corposo affresco popolare e antieroico in cui l’impostazione teatrale si sposa con la profonda “emotività” filmica del regista. Il film mette in scena la rivoluzione politica e sociale che portò dal mosaico di regni e ducati nello stivale all’Italia unita, soffermandosi soprattutto sul confronto “di classe” tra la pianificazione strategica, i dissidi e le tensioni, i compromessi e le difficoltà dei padri della nazione e i loro figli, i militanti, i carcerati, i combattenti che diedero spesso il sangue vedendo spesso traditi i propri ideali: ma soprattutto, Martone ne fa un’allegoria dell’Italia attuale, che patisce non solo la corruzione di una classe politica ma anche l’incapacità di cambiare, uccisa dalla necessità di non dare fastidio a nessuno. E lo fa in crescendo, dopo una prima parte statica, didattica un po’ scolastica, macchiandosi di sangue – come spesso nel suo cinema – andando a scavare nella morte e nell’impossibilità di quella stessa rivoluzione (Garibaldi è solo un’ombra da un monte), dando il meglio nella parte in carcere.

La sceneggiatura riesce ad arricchire la struttura di base con notazioni acute sull’educazione, l’istruzione la cultura e la questione meridionale e il crescendo drammatico della regia si sposa con un intelligente uso dei suoni e dei rumori, anche se – forse a causa della produzione Rai Fiction – il film resta meno evocativo di altri di Martone, che si trova anche in difficoltà a gestire un cast fin troppo eterogeneo (da Luigi Lo Cascio a Toni Servillo, da Valerio Binasco a Michele Riondino). Cosa che toglie al film solo una piccola parte della sua forza.


Titolo: Noi credevamo
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone
Fotografia: Renato Berta
Interpreti: Lugi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Renato Carpentieri, Ivan Franek, Stefano Cassetti, Michele Riondino, Toni Servillo, Luca Barbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti
Nazionalità: Italia – Francia, 2010
Durata: 3h. 24′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. Anonimo scrive:

    Inguardabile. Altri soldi buttati

  2. domenico scrive:

    Abbiamo visto “ Noi Credevamo “ diretto da Mario Martone.
    Sette anni per prepararlo e poterlo realizzare, sette sono circa i milioni che sono serviti per poterlo portare a compimento. Un “ colossal “ di tre ore ( quattro per la versione televisiva ), con un cast “ stellare “ per il cinema italiano. Un po’ come l’ultimo film di Tornatore, ma questo – anche se con una sceneggiatura non del tutto precisa e riuscita – è sicuramente un film forte e possente, senza bozzettismi, velleitarismi e slogan. Argomento essenziale della nostra storia, Il Risorgimento è stato visitato poco dal nostro Cinema e non sempre con efficacia: c’è sempre stato il rischio del ‘ santino ‘ o del didascalico se non del didattico. Ricordiamo i film di Visconti con il potentissimo “ Senso “ con il gusto per il melodramma e lo stile epico ideologizzato e con il ‘ fantasmagorico ‘ e mitico “ Gattopardo “ in cui Visconti cerca più che la Storia soprattutto la ricerca del mondo perduto. Ricordiamo Luigi Magni con i suoi film “ Nell’anno del Signore “, “ Il nome del papa re “, “ In nome del popolo sovrano “, “Arrivano i bersaglieri “ e “ La Carbonara “ in cui la romanità e ‘ il popolaresco ‘ smitizzano gli eroi e quei tempi. Ricordiamo, andando indietro nel tempo, “ San Michele aveva un gallo “ e “ Allonsanfans “ dei Fratelli Taviani, “ Bronte, cronaca di un massacro “ di Florestano Vancini. E poi il calligrafico “ Piccolo mondo antico “ di Mario Soldati che racconta le delusioni prodotte dalla conquistata unità e dagli ideali traditi, “ 1860 “ di Alessandro Blasetti del 1934 che si conclude con una imbarazzante e retorica visione delle falangi fasciste che sfilavano davanti ai reduci garibaldini. E poi, ricordando alla rinfusa, “I Viceré “ di Roberto Faenza “, “ Li chiamarono… briganti “ di Pasquale Squitieri, “ Il brigante di Tacca del lupo “ di Pietro Germi, “ Viva l’Italia “ di Roberto Rossellini, “ La pattuglia sperduta “ di Pietro Nelli, “ Quanto è bello lu murire acciso “ di Ennio Lorenzini, E altro ancora…
    Abbiamo già scritto che “ Noi credevamo “ è un film potente e anche coraggioso, nonostante una forma algida e poco “ melodrammatica “ – ma questa è la cifra stilistica di Martone –, ma dobbiamo anche dire che se c’è una grave colpa questa è nella sceneggiatura; ed è un peccato mortale. Perché un ‘ operazione culturale ‘ del genere, in un’epoca di questo genere, richiederebbe un’attenzione maggiore, anche maniacale: Visconti si serviva di scrittori come Suso Cecchi d’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa o Giorgio Bassani; Martone si serve solo di Giancarlo De Cataldo, uno scrittore legato a “ Romanzo criminale “ e a pochissime sceneggiature di gruppo, forse con un’esperienza e una professionalità non sufficiente per uno script di tale complessità epica, culturale e storica. A quanto pare Martone si è voluto caricare sulle spalle l’Epica della nostra Storia ed ha effettivamente rischiato in alcuni passaggi solo un esercizio di stile, se non di creare ‘ la meglio gioventù ‘ dei nostri bisnonni. Eppure la sceneggiatura è stata costruita sulla falsa riga di “ Rocco e i suoi fratelli “: un’introduzione ( la più confusa e lenta, che un montaggio più coraggioso avrebbe snellito e forse emotivamente più coinvolto lo spettatore ), i tre atti divisi sui tre protagonisti e il finale ( la parte più forte del film, più emotiva, più politica, più chiara e anche più teatrale ), anche se questo tipo di ‘interpretazione’ o svelamento dei lati bui e “osceni” del Risorgimento è stata già raccontata dai fratelli Taviani, da Vancini e da altri ancora. Altra scelta stilistica interessante ( ma non nuovissima ) è la ‘ marginalità ‘ dei tre protagonisti nella storia; lottano, pagano dei prezzi alti come il carcere o la morte, sono a breve contatto con Mazzini o Garibaldi, ma non condizionano o indirizzano la Storia.
    Come gran parte dei film sul Risorgimento, anche “ Noi credevamo “ è tratto da un romanzo, di Anna Banti, pubblicato nel 1967. E’ la storia di tre amici del sud Italia, due figli della nobililtà agraria e un figlio di contadini agiati. Domenico, buono, silenzioso, coriaceo e coerente fino alla fine – l’unico che assisterà alla disillusione degli ideali; Angelo, instabile, inquieto che si trasforma in un fanatico estremista; e Salvatore, il figlio del popolo, concreto, caparbio, deciso.
    Reagiscono alla repressione borbonica del 1828 giurando fedeltà alla Giovine Italia e agli ideali repubblicani e democratici di Mazzini. Una curiosità, ma come fa Mazzini che ha ventisei anni nel 1831 a essere come Toni Servillo ?
    In una girandola di trasferimenti i tre passano tra Torino e Parigi, il sud Italia e Ginevra. Il primo, ripetuto e un po’ confuso temporalmente destino è giungere presso l’affascinante, sensuale e lucida politicamente Cristina Belgioioso che vive in esilio a Parigi dopo essere stata bandita dalla Lombardia, dall’Impero Autro-Ungarico. I tre amici partecipano o assistono al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all’insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questa delusione porterà i tre amici fraterni a prendere strade diverse e a creare una frattura irrimediabile. A questo punto partono i tre ‘ blocchi ‘ narrativi che riguardano i tre amici. Ma sarà con lo sguardo di Domenico che noi spettatori osserveremo l’evoluzione e il tradimento della lotta mazziniana e del cambiamento di ‘epoca’: se il giovane prende coscienza grazie alla repressione criminale delle truppe borboniche, perderà la speranza dopo decenni quando vedrà sempre i contadini uccisi e maltrattati dall’esercito piemontese e urlerà per la prima volta disperato quando un ufficiale piemontese farà fucilare dei garibaldini. In tutto questo c’è un Mazzini ieratico e distante, un Garibaldi lontano, un Filippo Orsini che prepara il complotto contro Napoleone III, la “follia” di Angelo, il carcere di Domenico assieme a Carlo Poerio, un Crispi concreto e complottatore “politico”. Su tutto questo lo scontro tra repubblicani democratici e monarchici.
    Martone ritorna al cinema dopo sette anni, dopo “ L’odore del sangue “. “ Noi credavamo “ è diretto con sicurezza e ci regala alcuni momenti molto belli, alcune scene corali sono efficaci anche se sembra che narrativamente l’autore sia troppo interessato a dover rendere cinematografico il suo pensiero e le sue idee, mentre come regia prevale un’idea più teatrale e quando lo manifesta chiaramente – nella parte finale – sembra più compatto e coinvolgente. A
    volte però non riesce a regalare quelle emozioni e quei sentimenti che un tempo i registi riuscivano a trasmettere al pubblico e far ‘nostri’ senza problemi. Un piccolo dettaglio da segnalare: ogni tanto compaiono strutture in cemento armato e scale moderne, non ci sembra del tutto sbagliata l’idea ma almeno potevano essere dei ‘ mostri ‘ più cinematografici.
    Il cast d’attori risulta ricco e variegato, tra i tanti attori, tutti bravi e credibili, vanno segnalati Valerio Binasco ( Angelo, da adulto – lo ricordiamo in “ Lavorare con lentezza “, e “ La Bestia nel cuore “ ), Francesca Inaudi ( Cristina di Belgioioso da giovane – la ricordiamo in “ Dopo mezzanotte “ e “ Io, Don Giovanni “ ), Luigi Pisani ( Salvatore – al suo debutto al cinema ).
    Da segnalare tutti i reparti, dalla fotografia, alle scenografie, ai costumi.

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