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"Departures" di Yôjirô Takita

6 aprile 2010 Recensioni 1 Commento
Sandro Paté, 28 Aprile 2009: Malinconico
Tucker, 9 Aprile 2010

Kobayashi Daigo è un “maestro di deposizione nella bara”, un professionista che prepara la salma poco prima delle onoranze funebri. Ha iniziato dopo lo scioglimento dell’orchestra in cui suonava il violoncello, e anche se la moglie non approva lui la trova una professione come un’altra…


A inizio film il protagonista è chiamato a prestare la sua sapiente opera nel paesino in cui una giovane si è tolta la vita. Daigo comincia il rituale sotto gli occhi del maestro Sasaki, che lo osserva a un passo di distanza: sistema le mani, accarezza il viso, toglie i vestiti e comincia a lavare la salma. A un certo punto, sotto gli abiti tradizionali fatti di seta pregiata, Daigo sente “qualcosa” e chiede al maestro di toccare con mano. La giovane, in effetti, è un giovane.
Già da questa prima scena, che culmina con l’imbarazzo dei due impresari funebri, c’è un po’ il senso del film di Yôjirô Takita, proiettato in anteprima per l’Italia all’undicesima edizione del Far East Festival e vincitore, tra i tanti premi, anche di un Oscar come migliore film straniero.
Si può affrontare il tabù della morte parlando con leggerezza dell’ultimo saluto e, a volte, di questo attimo che sembra terribile, persino ridere di gusto. Succede, per esempio, quando a essere depositato nella bara è un uomo anziano circondato, tra figlie e nipotine, da numerose donne, tutte ben vestite e tutte perfettamente truccate. Una di queste bacia il proprio caro, scoppia a ridere quando si accorge di aver lasciato il segno del rossetto e subito viene imitata a ruota da tutte le altre che stampano baci sul viso del proprio parente.

Si piange, si ride e ci si stringe insieme attorno alla bara. Alcune famiglie sembrano trarre forza d’animo proprio dal rito di Daigo e Sasaki, uno straordinario Tsutomu Yamazaki, attore cresciuto con un certo Akira Kurosawa. In effetti, i momenti più riusciti di Departures sono quelli legati alle sottotrame di chi ha scelto di lavorare a contatto con i cadaveri e magari si ritrova poi di fronte a persone conosciute da vive.

Film che ha tantissimi elementi del cinema d’autore giapponese, tra cui la scelta delle location, i pochi movimenti di macchina e le inquadrature ad altezza tatami. Al di là delle banalità delle cose scritte sull’attaccamento alla vita dimostrato dall’opera, a Departures va riconosciuto l’indubbio merito di saper costruire un mood davvero originale. Tra lirismo, comicità, sentimentalismo e grazie a una buona dose di idiozia vengono mescolati diversi registri espressivi. Il risultato non è mai disturbante anche se, di fatto, si prende in giro un antico rito giapponese che non ha davvero nulla di comico. La sceneggiatura scorre veloce come l’acqua dei torrenti che Daigo percorre alla ricerca dei piccoli sassi bianchi che tiene in casa. Visto il tema trattato non è certo una cosa da poco. In Italia, probabilmente, sarebbe una vera e propria sfida produrre un film che affronta in maniera ironica l’amministrazione di un sacramento o la relativa cerimonia. Le scene caratterizzate da humour macabro – su tutte quella in cui viene realizzato un DVD che spiega passo dopo passo il lavoro del nokanshi – equilibrano quelle un po’ più prevedibili legate all’infanzia del protagonista, abbandonato dal padre in tenera età.


Titolo: Departures (Okuribito)
Regia: Yôjirô Takita
Sceneggiatura: Kundo Koyama
Fotografia: Takeshi Hamada
Interpreti: Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki, Ryoko Hirosue, Kazuko Yoshiyuki, Kimiko Yo, Takashi Sasano, Tôru Minegishi, Tetta Sugimoto, Yukiko Tachibana, Tatsuo Yamada

Nazionalità: Giappone, 2008
Durata: 2h. 11′


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  1. Sebastiano scrive:

    Mettere la stella, grazie!

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