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"Ombre" di John Cassavetes

17 novembre 2006 Recensioni 3 Commenti
Emanuela Perozzi, 17 Novembre 2006: Necessario
Globe, 1962

La storia di due fratelli neri e della loro sorella che, come uno dei due, potrebbe essere scambiata per una bianca. La ricerca della loro identità nella Manhattan degli anni Cinquanta…


«Shadows è una visione di verità quasi insostenibile». Con queste parole si è espresso Martin Scorsese nel suo Viaggio nel cinema americano a proposito della prima prova registica di John Cassavetes. E in effetti, la forza eversiva del film risiede nei colori dell’ombra che emergono dalle inquadrature fisse casualmente adagiate sulle verità non celabili delle persone, che si sovrappongono a delineare i contorni di volti ripresi in primi piani violenti, anticipatori della poetica di Volti (1968). Non a caso ho definito “persone” e non “personaggi”, come sarebbe più corretto parlando di un film, le figure che si dipanano in questa che appare come una non-storia.

Tutto ha il sapore di una verità arrivata a noi senza mediazione. Il messaggio, inteso come ciò che il regista vuole trasmettere, in Ombre sono le persone stesse, la loro verità personale che può venire a galla grazie a delle situazioni solo apparentemente diegetiche, ma che in realtà si rivelano subito come semplici tracce, schizzi, “canovacci” (per usare il linguaggio teatrale dello stesso Cassavetes) sulla base dei quali gli attori articolano la propria sensibilità personale. Ombre è il grido delle persone che vi hanno recitato, uscendo spesso dal recinto del ruolo e immergendosi in una improvvisazione attoriale basata su criteri di immedesimazione. Il grido, spesso muto, della profonda insoddisfazione verso una generazione che «non sa perché fa quello che fa».

Gli scampoli di storie metropolitane della beat-generation servono a Cassavetes per tracciare il profilo di un’espressione che si può collocare esclusivamente al di fuori delle regole dello spettacolo. La verità individuale dei personaggi è la sola cosa cui il regista è interessato. Un cinema antropomorfico che mira al raggiungimento del “grado zero” della costruzione, all’analisi dei rapporti tra gli individui, alle emozioni reali degli attori colte sul nascere. Un cinema tecnicamente “sporco” e privo di sofisticatezze narrative che corre il rischio del dilettantismo pur di non risultare insincero nel proporre costantemente la verità di uomini che mettono in scena prima di tutto se stessi.

Non c’è analisi psicologica finalizzata allo sviluppo di un plot, tanto è vero che non c’è proprio un plot. Alla fine del film nulla è cambiato, non siamo stati condotti verso nessuna conclusione morale. La conclusione è dentro l’animo in subbuglio dei tre protagonisti, e solo lì può scegliere di trasformarsi in qualcosa di diverso o rimanere intrappolata nella noia esistenziale e nella disgregazione del senso. Non serve una trama, né una sceneggiatura quando le improvvisazioni, la casualità e la frammentarietà con cui vengono raccontati gli incidenti che irrompono nella vita di Ben, Hugh e Leila, bastano già a rendere il film così spontaneo, così vero. Ne è proprio la fuga da qualsiasi finzione a renderlo così insostenibilmente credibile.

Il problema dell’identità razziale è vissuto in maniera differente e assolutamente personale dai tre fratelli: il volto afroamericano del cantante jazz Hugh, quello portoricano del giovane perdigiorno e solitario Ben e quello delicatamente mulatto della ventenne aspirante scrittrice Leila rappresentano semplicemente l’ultimo strato di un problema ben più profondo, di cui l’ansia da accettazione e la paura dell’esclusione non rappresentano che una minima parte.
Il razzismo diventa solo «un piccolo problema» se paragonato al dramma dell’omologazione che ha finito per provocare dei ribelli forzati non più capaci di credere in qualcosa, di identificarsi in qualcosa, di cambiare la realtà circostante. Di fronte ad un tale scenario di inutilità, neppure essere bianchi o neri può fare più alcuna differenza. La frustrazione è avvertita allo stesso modo. La vera diversità espressa da Ombre non risiede nel colore della pelle. E’ nel volto buono di Hugh, cui piace litigare e che non sa rinunciare all’orgoglio. E’ nella fragilità di Leila e nel prezzo da pagare per essere una donna indipendente tra uomini che le chiedono «a chi appartieni», nel vuoto che lascia solitudine e delusione dopo aver fatto l’amore per la prima volta. E’ nell’amara inquietudine di Ben che vaga per le strade di New York, che non sa più rispondere ad una vita che lo ha stancato nella continua ripetizione di se stessa. E’ nella musica eversiva del jazz che si contrappone all’invadenza del rock ‘n roll. E’ nel tema della contaminazione e nella dialettica tra le alterità e la cultura dominante che il regista fa vivere in modo rivoluzionario.

La notte scende silenziosa, il jazz continua il suo giro di accordi. E le ombre, quelle della disillusione, sono sempre in agguato, ingrate e impietose, ad offuscare lo sguardo e a limitarne gli orizzonti.


Titolo: Ombre (Shadows)
Regia: John Cassavetes
Sceneggiatura: John Cassavetes
Fotografia: Erich Kollmar
Interpreti: Ben Carruthers, Lelia Goldoni, Hugh Hurd, Anthony Ray, Dennis Sallas, Tom Reese, David Pokitillow, Pir Marini, Rupert Crosse, David Jones, Victoria Vargas, Jack Ackerman, Jacqueline Walcott, Cliff Carnell, Lynn Hamilton
Nazionalità: USA, 1959
Durata: 1h. 24′


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Attualmente ci sono 3 commenti a questo articolo:

  1. Martín scrive:

    É talmente reale da risulare poetico. Tutti i temi affrontati sono universali. non é cambiato niente? razzismo, risse, difficoltá della donna, cittá vuote e piene, false promesse parole false, costrizioni, il tema della beat generation é ancora vivo. Non si trova la via non se ne esce la vita é troppo piena sembra che sfugga eppure é sempre lí, sempre uguale. e quando ti guardi allo specchio vedi un capello bianco, ma il centro del cerchio non é cambiato. cerchi che si chiudono per altri che stentano ad aprirsi. dove stiamo andando? il mondo attuale é dominato da internet dai viaggi low cost dagli studi universitari, ma gli occhi che vedo sono gli stessi. e viene voglia di gridare. forse troppo poco.

  2. Alberto Cassani scrive:

    E’ una delle caratteristiche più belle di quasi tutti i film di John Cassavetes: possono essere invecchiati dal punto di vista tecnico, ma erano così coraggiosi da quello tematico che sono ancora perfettamente attuali. Purtroppo, verrebbe da aggiungere.

  3. […] insoddisfazione verso una generazione che «non sa perché fa quello che fa». (Emanuela Perozzi, Cinefile.biz) Condividi:MoreLike this:Mi piaceBe the first to like this. Questa voce è stata pubblicata in […]

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