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"Ossessione" di Luchino Visconti

24 ottobre 2007 Recensioni 4 Commenti
Emanuela Perozzi, 24 Ottobre 2007: Mitico
Ici – M & R, 16 Maggio 1943

In uno spaccio lungo il Po arriva un vagabondo di nome Gino. Ed è subito amore con Giovanna, la giovane moglie dell’anziano proprietario del locale. La donna riesce a convincere l’amante a uccidere il marito per incassare i soldi dell’assicurazione, decidendo di inscenare un incidente automobilistico…


Dagli uomini riuniti intorno alla rivista Cinema nasce, nel 1943, Ossessione, opera d’esordio di Luchino Visconti nonché ideale manifesto del nuovo cinema italiano del dopo-regime. Ossessione segna infatti una netta frattura col cinema del fascismo, portando avanti un primo fondamentale avvicinamento all’elemento etico del realismo, pur mantenendo ancora una struttura estetica molto diversa da quella che si sarebbe andata delineando negli anni a venire con il rivoluzionario Neorealismo italiano. Rispetto a quest’ultimo, non abbiamo ancora nell’idea di Visconti una vera e propria dispersione narrativa, l’amalgama tra attori professionisti e non professionisti e, soprattutto, non si è ancora delineato quello speciale rapporto tra sceneggiatura e riprese che si avrà con i film successivi. In Ossessione troviamo un ambiente decontestualizzato dal concetto di attualità, quasi mitico. E’ ancora, sotto certi aspetti, un film che raccoglie i caratteri dell’estetica di Visconti, soprattutto la tendenza a teatralizzare la realtà ricorrendo alla prevalenza della messa in scena oppure all’uso espressionistico delle luci e delle ombre.

Ossessione ricalca dunque un realismo di carattere operistico, basato sull’accentuazione dell’espressività. I suoi personaggi appaiono come fusi con l’ambiente circostante, un ambiente che diventa autentico e vivo, entrando in dialettica con quelle “maschere tragiche” che sono i personaggi reali che lo attraversano. Non a caso, nello stesso anno Visconti scrisse un importante saggio su Cinema, intitolato Manifesto del cinema antropomorfico, nel quale espose i motivi che lo avevano condotto al cinema, ovvero l’impegno di raccontare «storie di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse». Nella sua concezione di cinema antropomorfico, il peso dell’essere umano, la sua presenza, è la sola “cosa” che veramente colmi il fotogramma. E’ l’uomo che con la sua viva presenza crea l’ambiente; esso acquista verità e rilievo grazie alle passioni che lo agitano, mentre una sua assenza (anche momentanea) dal grande schermo ricondurrebbe ogni cosa ad un aspetto di natura inanimata. Il più umile gesto dell’uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che lo circondano. Si tratta di un cinema che ruota attorno all’analisi dell’uomo e che mira a rappresentare la realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi, una realtà fatta dagli uomini e da essi continuamente modificata.

L’ambiente rappresenta uno degli elementi di maggiore innovazione rispetto alle opere realizzate fino a quel momento dal cosiddetto “cinema dei telefoni bianchi” dell’epoca fascista. Visconti decide di rinunciare ad un’ambientazione costituita da paesaggi da cartolina per affidarsi invece alla campagna ostile della Pianura Padana, che diviene in tal modo l’emblema del tormento della psiche dei personaggi.

Un altro elemento assolutamente rivoluzionario è costituito dalla messa in crisi della sacralità della famiglia. La trama è infatti incentrata sull’incontro tra una giovane donna, Giovanna, e Gino, un affascinante avventuriero che diventerà in breve tempo il suo amante e con il quale progetterà l’omicidio di suo marito. La presenza squilibrante di un terzo incomodo (l’amante) va ad incrinare la concezione classica del matrimonio attraverso un intreccio di dinamiche torbide che si verranno a instaurare tra i tre personaggi e attraverso l’irruzione, all’interno dell’apparente stabilità della coppia, di elementi quali la passionalità, la carnalità e la morte. Gino è un personaggio assolutamente immorale e può essere definito un “eroe dello spreco”, anche in considerazione della moralità professata dal recente regime fascista.

Nel film vi sono degli elementi particolarmente significativi e che si ripetono, quasi a tracciare un ideale disegno estetico e formale. Uno di questi è indubbiamente la strada, legata inizialmente ad una simbologia positiva, intesa come un orizzonte senza fine che sembra permettere la fuga per i due amanti; successivamente la strada riconduce tutto verso un’impossibilità di fuga, andando a simboleggiare l’illusione di una vita nuova che per i protagonisti non riuscirà mai a realizzarsi. Parallelamente alla strada scorre il fiume, reso paesaggio primordiale e decontestualizzato, lungo il quale si dipanano i momenti più significativi del film, tra i quali la scena d’amore tra Gino e Giovanna, che rende l’arenile del Po l’unico luogo possibile per i due amanti per poter finalmente realizzare la loro passione. Nello stesso tempo, il fiume diviene, nel suo carattere deserto, il presagio dell’imminente sviluppo drammatico della storia.


Titolo: Ossessione
Regia: Luchino Visconti
Sceneggiatura: Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Antonio Pietrangeli, Gianni Puccini, Luchino Visconti
Fotografia: Domenico Scala, Aldo Tonti
Interpreti: Clara Calamai, Massimo Girotti, Juan De Landa, Dhia Cristiani, Vittorio Duse, Elio Marcuzzo, Michele Riccardini, Juan de Landa, Michele Sakara
Nazionalità: Italia, 1943
Durata: 2h. 20′


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Attualmente ci sono 4 commenti a questo articolo:

  1. Dario Lodi scrive:

    E’ un melodramma quasi insopportabile. Quasi credibile la Calamai, incredibile Girotti. Il film manca totalmente di spessore, è tutto finto. Novità è il taglio cinematografico ma non basta certo a caratterizzare culturalmente un epoca, quella, infatti, molto sopravvalutata del meorealismo.

  2. Riccardo scrive:

    se a te questo non è piaciuto non oso immaginare i vari la terra trema, rocco e i suoi fratelli e il gattopardo o il sottovalutatissimo Vaghe stelle dell’orsa.

  3. yuri scrive:

    Articolo davvero molto interessante!
    Complimenti!
    E onore al mitico Visconti.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Ti ringrazio a nome di Emanuela, Yuri.

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