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Tommaso Tocci, 4 Febbraio 2004: Classicista |
Medusa,
5 Marzo 2004
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Terra
di confine
di Kevin Costner
Si
respira classicità in questo nuovo film di Kevin Costner, una
classicità che si costituisce elemento portante di tutto il film.
Si ha l'impressione che il regista di "Balla
coi Lupi" l'abbia voluta eleggere a cifra stilistica di spicco,
rendendo ben chiaro il suo punto di vista nei confronti del western.
Dalla presunta morte del genere, le cui ceneri sono state sparse negli
anni '70 (dopo Leone, dopo Peckinpah) nessuno hai mai tentato un approccio
di "rottura", segnando una nuova evoluzione che rimettesse
in forma uno dei contesti narrativi più vecchi e prolifici del
cinema. Solo Clint Eastwood, ormai più di dieci anni fa, è
riuscito a dire qualcosa di significativo al riguardo con un'opera densa
e consapevole dello stato critico in cui versava il genere. "Gli
spietati" potrebbe essere (è stato) il giusto e degno epitaffio,
ma periodicamente assistiamo, com'è giusto che sia, ai tentativi
degli autori più disparati che accorrono al capezzale del western
all'insegna del reciproco interesse. E Kevin Costner, assolutamente
consapevole dello scenario che ho qui ricostruito, per il suo rilancio
come regista sceglie di tornare a narrare storie di uomini di frontiera.
Questo "Open Range" è comunque più vicino al
capolavoro del vecchio Clint che al suo film
pluridecorato agli Oscar 14 anni fa.
I
protagonisti sono uomini in fuga da se stessi, incapaci di trovare la
giusta dimensione o di accettare il passato, ma tuttavia meno tormentati
del tenente John Dunbar, animati anche da un salutare spirito di auto-conservazione
che dona al film delle sfumature di pragmatismo d'altri tempi stridente
con il classico immaginario western. Al tempo stesso però, la
prima parte del film è interamente giocata sull'attesa dell'ineluttabile,
quel conflitto che i protagonisti di certo non cercavano, ma che capiscono
di non poter evitare in ossequio alle leggi non scritte della prateria.
Boss Spearman (il sempre carismatico Duvall, saldamente in parte) è
il più vecchio dei due, ed è lui che con placida rassegnazione
decide di muovere guerra all'arrogante padrone del villaggio (di nome
Baxter, citazione di Leone o coincidenza? Opterei per la seconda) colpevole
di aver offeso e ricattato per primo: mi asterrò dal cercare
riferimenti alla politica estera americana, convinto che Costner abbia
fatto lo stesso.
Con
l'arrivo nella cittadina scopriamo di più sul rapporto umano
tra due vecchi amici, legati dal destino di outcast ma divisi
da una reciproca diffidenza di fondo. La condanna all'espiazione interiore
non consente quindi un'apertura all'altro, tant'è che solo le
circostanze straordinarie e la gentilezza di Annette Bening cambieranno
le carte in tavola. Il momento del confronto tra i due mandriani sotto
la pioggia torrenziale, davanti al saloon in cui hanno gridato la loro
rivolta di fronte alla popolazione cittadina, sottolinea la fragile
ma ferma convinzione negli occhi di Duvall e Costner. E proprio gli
agenti atmosferici giocano un ruolo importante: la pioggia incessante,
da sempre suggestivo elemento cinematografico, fin dall'inizio governa
la storia costringendo i due cowboys alla sosta e seguendo le loro vicende
nella città. Spesso è anche lo spunto per approfondire
il disagio del protagonista immerso in un ambiente "alieno",
nella fattispecie la casa di Annette Bening, sporcata dal fango di Charley
con grande imbarazzo di quest'ultimo.
Scene
che sembrano farsi vanto della loro prevedibilità, fino al momento
dell'atto finale. Una sparatoria prolungata, cui Costner non si sottrae,
e di cui anzi azzecca in pieno la rappresentazione, squarciando l'atmosfera
fin lì creata con la pesantezza e il frastuono degli spari. Come
a voler dire che passi l'introspezione del cowboy, ma quando c'è
da far fuoco pigiare sull'acceleratore è sempre la soluzione
migliore. Eppure è questa la parte migliore del film, una messa
in scena potente e inaspettata, una sequenza dall'ottima fisicità
che stordisce e inchioda lo spettatore con forza uguale e contraria
a quella che fa volare i corpi sullo schermo. Scelte notevoli, soprattutto
nell'ottica della rivisitazione personale del genere, nell'aggiungere
quel qualcosa in più che consente di evitare topoi e stilemi
inflazionati.
Nonostante
questo efficace cambio di marcia nel finale, però, il film soffre
l'impostazione classica di cui pure ho citato gli elementi positivi.
Inoltre il finalissimo smaccatamente rassicurante, quasi compiaciuto
della sua ricercata e annunciata banalità, tira troppo la corda
della complicità con lo spettatore. Peccato, anche se si tratta
di una scelta precisa rivendicata dallo stesso regista, che d'altronde
più volte ha dichiarato di sentirsi soprattutto un "narratore"
e quindi non esita a dare in pasto al pubblico ciò che esso si
aspetta e allo stesso tempo teme.
Percorsi
tematici
Balla
coi lupi - di Kevin Costner; con Kevin Costner, Mary McDonnell,
Graham Greene.
Titolo:
Terra di confine (Open Range)
Regia:
Kevin Costner
Sceneggiatura:
Craig Storper
Fotografia:
James Muro
Interpreti:
Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening, Michael Gambon, Michael
Jeter, Diego Luna, James Russo, Abraham Benrubi, Dean McDermott, Kim
Coates, Herb Kohler, Peter MacNeill, Cliff Saunders Patricia Stutz,
Ian Tracey, Julian Richings, Rod Wilson, Diego Del Mar, Tom Carey, Patricia
Benedict, Tim Koetting, Kurtis Sanheim
Nazionalità:
USA, 2003
Durata:
2h. 15'
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