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“Romanzo Criminale” di Michele Placido

1 ottobre 2005 2 Commenti
Tiziana Cappellini, 1 Ottobre 2005: Valido
Warner, 30 Settembre 2005

Il Libanese è un piccolo criminale che ha un sogno: conquistare Roma. Per realizzare quest’impresa, mette su una spietata banda di cui fanno parte anche alcuni suoi compagni di vecchia data come il Freddo e il Dandi. Per oltre vent’anni, saranno la banda più temuta della Capitale…


Tra gli anni ’70 e gli anni ’80 un’organizzazione criminale ha agito a Roma nel tentativo di arrivare anche a dominarla, fra investimenti, giri di prostituzione, traffico di droga e, forse, compiendo anche misfatti molto importanti nella storia del nostro Paese. Ma come per ogni sovrano ed imperatore del corso della storia, anche per questi criminali – che non disdegnano di sentirsi per l’appunto imperatori – la ruota della fortuna inesorabilmente gira…

Romanzo Criminale pone da subito un problema: di che cosa parla questo film? Il film di Michele Placido parla di un’organizzazione criminale romana che ha agito nella Capitale tra gli anni ’70 e gli anni ’80, ma parla anche di pagine cupe quanto tragiche ed irrisolte della storia italiana, come il rapimento e il delitto di Aldo Moro e la strage alla stazione di Bologna. Partendo dal presupposto che non è mai troppo ricordare delle tragiche pagine di storia e che è anche un dovere farlo, allora ben vengano film che se ne occupano e registi che adempiono a questo dovere realizzandoli. Ciò che invece lascia perplessi è l’ottica dalla quale si racconta tutto ciò, un’ottica che non è necessariamente sbagliata e da bocciare, ma che comunque si presta ad una certa discutibilità. La storia che viene raccontata è infatti quella della banda della Magliana, che si è appunto sì rafforzata ed affermata verso la fine degli anni ’70, ma che ha le sue radici nell’amicizia adolescenziale dei membri stessi.

Romanzo Criminale inizia con un prologo che dichiara da subito un’autonomia del film nei confronti del libro omonimo – scritto dal magistrato Giancarlo De Cataldo, che è anche uno degli sceneggiatori – da cui è tratto, perché totalmente cambiato rispetto a quello originale; ma questo prologo dichiara anche altro. In esso si trova già l’ottica del film: si vuole da subito puntualizzare l’amicizia che lega fin dalla prima adolescenza i membri della banda, si delineano gli acerbi caratteri dei futuri leader – Libanese, Freddo, Dandi – e si narra tutto da questa angolazione tornandovi anche più volte. Non che questo autorizzi a pensare che il film voglia giustificare i criminali in questione, ma di sicuro è in atto la loro umanizzazione.
Se al valore sacro attribuito da alcuni di loro all’amicizia si aggiunge il Freddo che cerca una storia seria, in mezzo al giro di prostituzione che loro stessi gestiscono, che si innamora di una ragazza pulita ed all’oscuro di tutto, che è molto legato al fratello minore e che ha sporadici ripensamenti, tanto da arrivare poi a voler cambiare vita, si rischia di offrire dei ritratti distorti di chi, per quanto essere umano sia, si è macchiato di gravi crimini. Soprattutto, si rischia di indurre lo spettatore a simpatizzare coi cattivi e a trovare magari antipatici i poliziotti perché, per fare giustizia – e carriera – mettono loro i bastoni fra le ruote, e a indurlo addirittura forse a sperare che il Freddo riesca con uno sconcertante – e toccante – raggiro ad evitare i meritati trent’anni di carcere. Insomma: il limite del film consiste proprio in questa azzardata umanizzazione che rischia di far superare un confine labile, di mescolare confusamente le carte tra ciò che è bene e ciò che è male.

Per meglio comprendere l’intenzione di raccontare il volto umano dei personaggi, bisogna considerare il modo in cui è stato gestito quello del Freddo, che nel film conquista spazio rispetto al romanzo, anzi: se non è l’unico capo della banda, nel film è però il vero protagonista. Una conferma di questo può arrivare dalla scelta dell’interprete Kim Rossi Stuart, che pare mirata – e indovinata – per un ruolo introspettivo e sfaccettato. Inoltre, se nel romanzo il Freddo è presente per lo più con i suoi silenzi, nel film è invece presente in modo attivo e praticamente in ogni scena. Il suo futuro desiderio di uscire dalla banda è intuibile già da una delle primissime scene nella quale, mentre gli altri compagni decidono di fondare la loro organizzazione in una sorta di tavola rotonda, lui se ne sta in disparte ad osservare, ed è appunto questo suo isolamento ad essere indicativo. Dal punto di vista del codice d’onore criminale, il Freddo è anche quello che, paradossalmente, non si macchia mai e che ne rispetta i “valori” – come quello della vendetta – a differenza di chi invece preferisce tradire in un modo o nell’altro. Sempre nel film, il personaggio del Freddo è stato ulteriormente ripulito tanto da risparmiargli la colpa di rubare la ragazza al fratello, dato che qui Roberta non è la fidanzata di questi. Ed alla fine ci si chiede come mai il Freddo è chiamato appunto Freddo.
Per quanto sia esagerato porre uno sconcertato Freddo sullo sfondo della strage di Bologna, conferendogli un’aura non eroica ma comunque positiva, è però legittimo domandarsi perché non mostrare il lato umano di questi criminali se viene mostrato anche quello dei poliziotti. Il commissario Scialoja infatti, in quanto uomo ha le sue debolezze, che lo portano a non resistere alle tentazioni impersonate da Patrizia, la prostituta compagna di Dandi, e a comportarsi non proprio eticamente. Per fortuna, nel film Scialoja è stato alleggerito da un certo sotterraneo malessere esistenziale che aveva nel romanzo e che lo induceva ad essere ancora più succube della donna, così il risultato è quello di un commissario più energico e graffiante.

L’epilogo, insieme al prologo – che però precede dal punto di vista cronologico – incornicia l’intera trama, la quale si conclude con un’ultima libertà rispetto al libro, ossia riservando un diverso finale al Freddo, volendo in tal modo essere coerente fino in fondo con l’ottica dalla quale si è deciso di raccontare la vicenda fin dall’inizio. I messaggi chiari del film sono la sacralità di amicizia e vendetta, l’esistenza di misteri inquietanti che riguardano lo Stato ed i suoi esponenti. Il resto risulta a volte confuso, perché non sempre è chiaro il rapporto di causa-effetto degli accadimenti, ed i vari personaggi non sono presentati a sufficienza tanto da poter comprendere bene tutte le dinamiche che scatenano sia alleanze – anche mafiose – che faide. Tuttavia, Romanzo Criminale ha dalla sua la bravura di tutti gli interpreti, il ritmo, la colonna sonora, il ricorso alla violenza solo quando è necessaria, qualche scena importante, ed il confronto di talenti Accorsi-Rossi Stuart nella scena del confronto Scialoja-Freddo, ed uno solo di questi pregi basterebbe a rendere il film meritevole di visione. Insieme al merito di aver rispolverato vicende sulle quali è ancora giusto riflettere.


Titolo: Romanzo Criminale
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Stefano Rulli, Sandro Petragli, Giancarlo De Cataldo, Michele Placido
Fotografia: Luca Bigazzi
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Anna Mouglalis, Stefano Accorsi, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Toni Bertorelli, Elio Germano
Nazionalità: Italia, 2005
Durata: 2h. 30′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. El Duderino scrive:

    L’ho visto un paio di anni fa e mi era sembrato abbastanza valido. Non mi era piaciuta l’eccessiva lunghezza e la compressione delle vicende, oltre a quell’aurea un po’ “mitizzante”.
    Ora ho rispolverato il ricordo di questo film perchè mi sono imbattuto nella serie. E fatevelo dire…quest’ultima svernicia alla grande il suddetto film.
    Saranno senza dubbio due prodotti diversi, ma comunque resta un piacere vedere come anche in Italia si riesca a produrre una serie di così alto livello.

    Consigliata, senza passare dal film di Placido

  2. Alberto Cassani scrive:

    La storia è la stessa, in entrambi i casi basata sul romanzo di De Cataldo, quindi è abbastanza normale che la visione di una possa escludere l’altro. Ovviamente, avendo più tempo a disposizione nella serie hanno ripristinato gli episodi che per necessità di sintesi erano stati eliminati dal film. Personalmente il film m’è piaciuto ma con riserva: è vero che è troppo lungo e ci sono momenti gestiti davvero male (la strage di Bologna, per dirne una). Sul voler mitizzare la banda della Magliana, la trovo una cosa automatica se ci si tuffa in un progetto simile. E’ che gli manca davvero qualcosa, non ha il respiro del grande film come vorrebbe.

    Della serie Tv ho visto solo le prima due puntate e non m’è piaciuta. Troppo evidente che si tratta di una serie italiana che scimmiotta quelle statunitensi. E’ quello che voleva il regista, ma secondo me è una scelta sbagliata che mal si adatta a quello che racconta. Molto meglio sarebbe stato se avesse cercato di riproporre i film “poliziotteschi” degli anni ’70, ma ovviamente non è una cosa che si può chiedere di fare al figlio di Sollima…

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