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"Summer of Sam" di Spike Lee

31 luglio 2010 Recensioni 5 Commenti
Francesco Manca, 20 Luglio 2010: Straordinario
Eagle Pictures, 19 Novembre 1999

Nella torrida estate del 1977, New York è soconvolta da una sconcertante serie di omicidi per mano di un killer psicotico autosoprannominatosi “Figlio di Sam”, che uccide con una Magnum 44 delle giovani coppie nelle loro auto…


Presentata alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival Di Cannes 1999, Summer of Sam è la pellicola con la quale Spike Lee decide di raccontare gli italoamericani che affollano il Bronx, già teatro di molte delle sue precedenti opere. Sebbene il titolo e la trama siano chiari riferimenti alla vicenda realmente accaduta del serial killer che terrorizzò New York tra il ’76 e il ’77, a Spike Lee non interessa raccontare una crime story quanto gli abitanti di Little Italy, evidenziandone non solo slang e dialetti caratteristici ma anche tradizioni e mentalità. In questo, Lee si conferma una volta di più la degna versione afroamericana di Martin Scorsese.

Sarebbe però sbagliato soffermarsi solamente sugli aspetti più superficiali di questo film, dato che la vera intenzione di Lee era di affrontare nuovamente il tema del razzismo. Non è necessario, infatti, che la vittima del razzismo dei bianchi sia una persona di colore, tant’è che in questo caso la vittima è un altro bianco, il punkettaro Richie, che pur frequentando assiduamente Little Italy è visto come un “diverso”, al punto da finire in cima alla lista dei sospettati degli omicidi del killer della 44.

Compatta e audace sia moralmente sia stilisticamente, l’opera di Lee ci conduce in una realtà che – pur nel suo forzato e innaturale perbenismo e nella sua aura di superiorità – non può nascondere corruzione, violenza e paura. Elementi apparentemente insignificanti come il sudore, gli odori e l’afa acquistano grande importanza grazie alla magistrale fotografia, che filtra luci e colori facendoli sembrare reali, fornendo allo spettatore le stesse vivide sensazioni percepite dai personaggi. Altri aspetti fondamentali rappresentati in modo come sempre sincero e spiazzante da parte di Lee sono la droga – da sempre presente nelle sue pellicole – e la musica, che il cineasta newyorchese pone sempre in risalto e che in questa occasione merita un discorso a parte. La radicale differenza di gusti musicali tra gli italoamericani e il punkettaro Richie riflette infatti la psicologia dei personaggi e, in generale, di due ben delineate fazioni.

In un periodo in cui discoteche come il famosissimo Studio 54 erano viste come l’irrinunciabile mecca del divertimento, e in contrapposizione cominciava a farsi strada la corrente punk, si creò – e di conseguenza si viene a creare nel film – una netta divisione tra conformismo e idealismo rivoluzionario. Una delle due figure maschili portanti della pellicola, il parrucchiere Vinnie, decide insieme alla moglie di seguire la massa e conformarsi alle mode del momento, spendendo le sue notti a ballare seguendo il culto della Febbre del Sabato Sera esploso proprio in quegli anni. Richie, invece, sceglie l’idealismo e la rivoluzione, coltivando la sua passione per il rock e il punk. Grazie all’ausilio del fido Terence Blanchard, Spike Lee inserisce nella colonna sonora brani musicali che hanno rappresentato l’apice della disco-music anni ’70 o che sono veri e propri cimeli della storia del rock, oltre alla doverosa “New York, New York” di Frank Sinatra che accompagna gli evocativi titoli di coda preceduti dall’intervento del giornalista Jimmy Breslin, presente anche all’inizio del film.

Assolutamente degne di nota le prove di tutto il cast, in cui spicca un Adrien Brody che regala al suo primo ruolo davvero importante un’interpretazione stupefacente e all’altezza della grande complessità del personaggio,  perché in fondo tutto il film è basato su di lui. Mirabili anche John Leguizamo, la splendida Mira Sorvino, Jennifer Esposito, Michael Badalucco, Ben Gazzara e un invisibile John Turturro che presta la voce allo spirito del cane che tormenta il killer.

Spike Lee dà vita qui alla sua opera forse più completa ed eterogenea, spaziando fra thriller, dramma, commedia, love story e gangster-movie, inserendo tutte le connotazioni e ossessioni che hanno da sempre popolato il suo cinema e che qui arrivano alla completa maturazione. Snobbato dal pubblico e non completamente apprezzato dalla critica, Summer of Sam è uno dei migliori film realizzati nella seconda metà degli anni ’90. Un film bello e maledetto, probabilmente anche l’ultimo – prima de La 25a ora, sempre di Lee – ad aver mostrato New York in modo estremamente sincero, spietato e assolutamente veritiero.


Titolo: S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York (Summer of Sam)
Regia: Spike Lee
Sceneggiatura: Victor Colicchio, Michael Imperioli
Fotografia: Ellen Kuras
Interpreti: John Leguizamo, Mira Sorvino, Jennifer Esposito, Adrien Brody, Anthony LaPaglia, Ben Gazzara, Michael Badalucco, Patti LuPone, John Savage, Bebe Neuwirth
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 2h. 21′


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Attualmente ci sono 5 commenti a questo articolo:

  1. Sebastiano scrive:

    E’ un piacere trovare questa recensione pur a distanza di tanti anni.
    Ricordo molto bene il film (chi lo ha visto non puo’ dimenticarlo) e sottoscrivo ogni parola di Francesco.

    Oltre al caldo afoso, avevi per caso un cane nei paraggi, mentre guardavi il film? :-)

  2. Mirko scrive:

    Se non ricordo male, l’altra recensione non era stata così benevola… o sbaglio? :D

  3. Alberto Cassani scrive:

    Sì, a me non era piaciuto poi molto. Però neanche la recensione che avevo scritto mi era piaciuta molto, per cui l’avevo tolta. Francesco mi ha chiesto se poteva recensirlo lui e gliel’ho fatto fare, però visto che io non l’ho amato non ho messo le stelline che avrebbe voluto mettere lui. Però l’ho accontentato sul cambio di aggettivo, che è diverso da quello che c’era fino a ieri.

  4. Francesco Cuffari scrive:

    Albe, cosa ne pensi di “Baby Boy – Una vita violenta”? Morandini dice che è buono mentre mereghetti gli ha dato voto “zero” definendolo ridicolo.
    Caso identico a ciò che accadde per il film “Frankenstein di Mary Shelley”: Morandini 3/5; Mereghetti 0 :)

  5. Alberto Cassani scrive:

    Ho continuato a ripetermi per anni “devo recuperarlo, devo recuperarlo…” ma ancora non l’ho fatto, scoraggiato dalla deriva che aveva preso la carriera di John Singleton.

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