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Soundtrack: "Colazione da Tiffany" di Henry Mancini

22 agosto 2011 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 16 Agosto 2011: * * * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

Quinta collaborazione ufficiale tra il regista Balke Edwards e il compositore Henry Mancini, quella di Colazione da Tiffany è forse una delle colonne sonore più famose della storia del cinema, grazie soprattutto – ma non solo – alla splendida ballata di Moon River…


Sesto capitolo della leggendaria collaborazione fra Henry Mancini e Blake Edwards (contando anche Operazione sottoveste del 1958, dove il compositore italoamericano affianca – non accreditato – David Rose), Colazione da Tiffany è senz’ombra di dubbio quella che consegna entrambi a un Eden dell’immaginario che ha investito numerosissimi aspetti sociali, di costume, di moda e culturali. Prova ne siano le analisi e i “remembering” fioriti intorno al mezzo secolo dall’uscita del film tratto dal romanzo di Truman Capote, che debuttò nelle sale newyorkesi il 5 ottobre del 1961. Il look-Givenchy di Audrey Hepburn, la sua aspirazione al “bello” (cioè al “ricco”) in conflitto con il suo mestiere (pochi ricordano che Holly Golightly è il nome d’arte di una prostituta d’altissimo bordo…), l’ambientazione metropolitana finemente malinconica, i dilaganti tratti di amarezza e sarcasmo che Edwards sparse nel film – pur edulcoratissimo rispetto al romanzo originale, il che non mancò di causare le ire del bizzoso Capote – fanno del film uno dei capolavori della poetica edwardsiana fondata sul disincanto, il sorriso amaro e un sostanziale, oceanico cinismo.

Si è già detto e scritto più volte come, in questo universo così complesso e conflittuale, nel quale commedia e dramma spesso si (con)fondono, il contributo di Henry Mancini alla sua decifrazione e trascrittura simbolica si sia rivelato fondamentale: sia che esso lavorasse in aperta controtendenza (musica soave, carezzevole e lirica per situazioni grondanti disillusione e tristezza), sia che assecondasse gli stilemi di genere magari eccedendoli paradossalmente (la serie della Pantera Rosa, Operazione terrore, Uomini selvaggi…).
Colazione da Tiffany, che ora l’inglese Harkit (etichetta, ricordiamolo, specializzata in jazz) ci ripropone in una preziosa “Anniversary Edition” corredata da un booklet con una fitta analisi del musicologo Randall D. Larson e comprendente tutti i cuts utilizzati nel soundtrack originale, è sicuramente un punto di non ritorno per quanto riguarda il primo aspetto di questo sodalizio; al netto del successo planetario e forse galattico dell’hit “Moon river”, scritto in un mese e pensato per la voce fanciullesca e incantatoria della Hepburn sull’indimenticabile testo dell’amico Johnny Mercer («Fiume Luna, più largo che un miglio, un giorno ti attraverserò con classe oh, sognatore, rubacuori, dovunque tu stia andando, io verrò per la tua strada») e riproposto in centinaia di cover da artisti di tutto il mondo, è tutto lo score – laureato, insieme alla canzone, dall’Oscar, oltre ai tre vinti per altre categorie – a giocarsi su quel terreno di intrattenimento ambiguo e malizioso che è da un lato la cifra del film dall’altro una delle caratteristiche precipue di Mancini.

Partitura sostanzialmente jazzistica, Colazione da Tiffany attinge anche alla nascente pop music, alla musica da ballo, al citazionismo esotico caricaturale (“Mr. Yunioshi” interpretato da Mickey Rooney!) con la disinvoltura e il controllo totale sugli stilemi tipicamente manciniani, forte anche del fatto che nel film è presente una grande quantità di cosiddetta “source music”, o musica di livello “interno” per dirla con Sergio Miceli. Ciò da un lato esentò il compositore dal doversi attenere a compiti strettamente di “commento”, consentendogli d’altro canto di ricreare un climax più avvolgente e psicologico. Jazz, si diceva: pane quotidiano per Mancini, i cui modelli glennmilleriani sono ancora bene evidenti in “Something for cat”, ironico e sincopato, non meno che nel pirotecnico “The big blow out”, swing allo stato puro, anche se è un brano come “Sally’s tomato”, con gli svisati di tromba e jazz e il coro in sottofondo, a restituire in pieno il “sound” sapientemente seduttivo del musicista. Coro – muto sempre, tranne che nella conclusiva “vocal version” di “Moon river” – che ritorna, suadente e quasi distratto, nella ballad che prende il titolo direttamente dal film, su accenni divagatori del piano e un fraseggio composto e notturno di archi e fiati. L’impasto dei suoni e della memorabile orchestra di Mancini tocca vertici struggenti in “Holly” (chitarra, tromba, archi, e ancora la struttura di un ballabile da “mattonella”) e sarcastici in “Hub caps and tail lights”, sorta di omaggio ironico alla “funeral music” di New Orleans: Mancini, si diceva, padroneggia ogni stile e variazione interna non solo al jazz ma più in generale a tutto l’universo della musica da intrattenimento, che egli può coniugare ai massimi livelli di autoironia, citazione e decantazione. Ulteriori esempi ne sono i due gioielli frizzanti di “latin jazz” costituiti da “Latin Golightly” e soprattutto lo scatenato “Loose Caboose”, dove lo spazio per l’improvvisazione lasciato ai solisti (flauto, tromba, sax, piano) è decisivo quantunque sempre governato dalla ferrea scrittura del maestro. “The big heist” anticipa nettamente, nello stacco ritmico iniziale e nel gioco tra batteria e fiati seguito dall’assolo del sax, il celeberrimo “Pink Panther theme”, mentre “Moon river cha cha” è una variazione di esilarante efficacia sdrammatizzante intorno al tema principale.

Già, “Moon river”: una ballata, una lullaby, una serenata…? 50 anni e qualche centinaio di riproposizioni dopo, la versione originaria per chitarra e voce di Audrey Hepburn ne fa quasi un soliloquio interiore, massimamente stilizzato. Le tre note di partenza, do-sol-fa, su un blando ritmo in ¾, sembrano slanciare un tema patetico che invece si ripiega in una specie di riflessione mestamente tenera. Lo si evince meglio, sia nella versione corale dei titoli di testa che nella versione finale, dopo la prima esposizione dell’armonica, nella ripresa degli archi, in cui i violini si dividono e i secondi raddoppiano il tema una terza sotto, esaltandone il pathos contrappuntistico e liederistico: prima che, su una modulazione, il coro – anch’esso diviso – ne riprenda il testo. Un momento di ispirazione unico, fissato nell’Olimpo della musica per film e in quello della perfetta unione, sino alla fusione, fra una mitologia dell’immaginario cinematografico e il suo imprescindibile substrato musicale: perché, come ebbe a scrivere la stessa Audrey Hepburn a Mancini, «un film senza musica è come un aereo senza carburante».


Titolo: Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s)

Compositore: Henry Mancini

Etichetta: Harkit Records, 2011

Numero dei brani: 14 (13 di commento + 1 canzone)

Durata: 39′ 40”


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