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Soundtrack: The Old Man & The Gun di Daniel Hart

7 gennaio 2019 Soundtrack 0 Commenti
Old Man & the Gun

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

Per quella che dovrebbe essere l’ultima interpretazione della lunga carriera di Robert Redford, Daniel Hart confeziona una partitura jazz elegante e nostalgica. Un lavoro che dimostra per l’ennesima volta il notevole eclettismo di cui il compositore è dotato…


Se pensiamo che lievità, malinconia e disincanto sorridente, persino un po’ sornione, siano le cifre che caratterizzano le più recenti interpretazioni dello splendido ottantenne Robert Redford, non si fatica a comprendere le ragioni e la fisionomia della squisita, elegante e nostalgica partitura jazz confezionata da Daniel Hart per quella che l’attore ha annunciato essere la sua ultima prova di recitazione, nei panni del rapinatore e maestro in evasioni Forrest Tucker (1920-2004, solo omonimo del celebre caratterista hollywoodiano di tanti western…). A ciò si aggiunga la collaborazione che il rampante quarantenne compositore sembra ormai aver allacciato con il cinema del regista indie David Lowery (Il drago invisibile, ancora con Redford; A Ghost Story; Senza santi in Paradiso), che riflette con leggerezza ma acume sulla caducità della condizione umana e le illusioni che la accompagnano.

Naturalmente, per riuscire appieno in un’operazione così dichiaratamente vintage senza correre il rischio di risultare stucchevoli serve – oltre a un notevole eclettismo, di cui Hart è molto dotato – anche tenere presente alcuni punti di riferimento importanti. Senza dubbio il compositore ha qui assorbito la lezione asciutta, “metropolitana” e sobriamente pensosa delle tante score scritte dal grande Dave Grusin per i film dell’accoppiata Redford-Pollack, da Corvo rosso non avrai il mio scalpo a I tre giorni del Condor, da Il cavaliere elettrico a Havana: se ne avverte l’influenza soprattutto nelle pagine di più ampio respiro, come “Three day bank”, dove lo sviluppo apparentemente improvvisato di un tema “easy listening” enunciato per ottave ascendenti possiede anche qualcosa di ossessivamente incisivo, quasi da poliziesco anni 70, anche nell’oculata scelta dell’organico: pianoforte, batteria, sax e rinforzo di archi e fiati.
L’eleganza morbida, suadente e un po’ artefatta che domina le due parti di “The diner” (molto slow la prima, più mossa la seconda) ammicca senza mezzi termini ai moduli della lounge music (riproposti con accuratezza quasi accademica in “John and Maureen”), ma s’interseca abilmente con prestiti da altre fonti (il “Theme” d’apertura deve qualcosa al John Williams di Prova a prendermi) e si mantiene comunque in un territorio di mezzo anche strumentale, con la presenza continua ed emergente degli archi non solo in funzione di raccordo o accompagnamento ma come autentica “voce” interiore, come accade nel bellissimo, sospiroso duetto con il sax, basato sul Leitmotiv, in “Freeze sailor”, e ancor più forse in “Two different things”, dove il loro fruscio sotterraneo sorregge e accompagna il pulsare profondo del basso e il girovagare del pianoforte, con parchi interventi della batteria spazzolata. Anche “He must be thinking of you” denota un lavorìo molto più complesso di quanto non appaia in superficie: qui sono ancora gli archi a suonare piuttosto freddi e distaccati mentre l’ostinato del piano innerva di tensione il tema esposto da chitarra e sax.

Vi sono anche pagine che di jazzistico hanno poco o nulla, come “Keep on pushin'”, che parte con un pedale di violini in sol e apre poi su un soffice tappeto dei violini divisi, a uno struggente assolo chitarristico defluendo poi in una suadente ballata pianistica; si tratta di una tipologia che Hart riprende più volte, iniziando con strumenti solisti e poi progressivamente aggiungendo elementi e voci. Accade anche nella toccante “Jewels for Jewel” (gioco di parole sul personaggio interpretato da Sissy Spacek), che vede entrare in scena pianoforte, basso, batteria per concedersi nello sviluppo alla piena orchestra; e se “When you find something you love” si muove spigliatamente su ritmi più sostenuti, l’intensa “The gun and the kiss” è una nuova elaborazione melodica di tenue ma penetrante consistenza, basata su un fraseggiare lentissimo, ipnotico degli archi, come pure in “Officially retired”, che utilizza di nuovo un pedale violinistico, stavolta in la, per costruirvi sopra una serie di vaporosi interventi di piano e batteria.

Dopo un’incursione in atmosfere quasi tzigane, con tanto di assolo di violino e battimani, nella trascinante “Rub a dub dub”, Hart ci lascia con un ultimo sorriso a mezza bocca in “Samuel Anselm”, manifesto finale di un jazzismo sicuramente più di testa che di cuore: ma – oltre che estremamente gradevole all’ascolto – anche simbolico di quella stagione di “eterna giovinezza” venata di tristezza e magnificamente incarnata dal protagonista.


La copertina del CDTitolo: The Old Man & The Gun (Id.)

Compositore: Daniel Hart

Etichetta: Varese Sarabande, 2018

Numero dei brani: 22 (19 di commento + 3 canzoni)

Durata: 58′ 23”


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