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"The Road" di John Hillcoat

28 maggio 2010 Recensioni 24 Commenti
Tommaso Tocci, 3 settembre 2009: Diligente
Videa-CDE, 28 Maggio 2010

Dopo un’apocalisse che ha sconvolto il mondo, un padre e un figlio viaggiano tra le macerie di quelli che una volta erano gli Stati Uniti sulla “strada” verso sud, così da sfuggire al rigore dell’inverno e ai predatori umani dediti al cannibalismo.


A lungo atteso dai molti fan di un romanzo di straordinario successo, l’adattamento cinematografico de La strada anima i primi giorni di Venezia66 con quasi un anno di ritardo sulla data di uscita prevista. Mesi passati a rifinire il fondamentale background paesaggistico e ambientale, che rende giustizia alla prosa tattile e poco cerimoniosa di Cormac McCarthy.

Un disastro generico, senza attribuzione, ha sconvolto il mondo e lo ha velato di cenere, uccidendo la gran parte dei suoi abitanti: così come non interessavano al romanziere, le circostanze dell’evento vengono trascurate anche da Hillcoat, ubbidiente nel cucire insieme frammenti del rapporto tra padre e figlio. La sceneggiatura ripropone i dialoghi originali, inalterati e di universale semplicità. Peccato che venga smussato il lato conflittuale del rapporto del padre con il suo Dio, ma per fortuna non abbondano le occasioni in cui la musica e i soliloqui di Mortensen (bravo, credibile e lieve) annacquano l’atmosfera.

Il regista, scelto per la resa visiva del suo La proposta, addobba di devastazione luoghi reali della provincia statunitense, calibra bene l’impatto dei pochi personaggi oltre ai due protagonisti (intense apparizioni di Duvall e Pearce) ed è ben servito dal giovane Kodi Smit-McPhee nel ruolo centrale del figlio, spugna che assorbe la weltanschauung d’emergenza di suo padre. Forse troppo, visto che la figura dei “buoni che portano il fuoco” si rivolta facilmente in auto-condanna isolazionista: eppure rimane necessaria, come tutti gli assolutismi sono necessari per autodifesa. E’ questa, del resto, una delle leggere ambiguità di una storia magnifica, che il film sceglie di ripetere piuttosto che reinterpretare; ottimo per chi non riesce ad allontanarsi dalla “strada”, o per chi non l’ha ancora imboccata.


Titolo: The Road – La strada (The Road)
Regia: John Hillcoat
Sceneggiatura: Joe Penhall
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Interpreti: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce, Michael K. Williams, Molly Parker, Brenna Roth, Jeremy Ambler, Bob Jennings, David August Lindauer, Jack Erdie, Nick Pasqual, Aaron Bernard
Nazionalità: Usa, 2009
Durata: 2h.


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Attualmente ci sono 24 commenti a questo articolo:

  1. Massimo scrive:

    è stato carino apparte quelle brutte scene hillocoat a dimostrato di saperne molto sulla regia

  2. Anonimo scrive:

    caro massimo, sei un analfabeta.

  3. Marco scrive:

    Indubbiamente il lavoro svolto dalla fotografia e scenografia è quantomeno eccellente, la musica di Nick Cave è stupenda e adattissima al climax, le prove attoriali di tutti i partecipanti sono di ottima fattura (Mortensen al meglio).
    La regia di Hillcoat è molto buona.
    A me sinceramente non è dispiaciuto come trama, l’alchimia che si crea fra in padre e il figlio è ben descitta e molto appassionante, sicuramente deve piacere il genere e lo stile appunto di regia molto lento, io lo apprezzato anche se non sono fan di questo genere di film molto introspettivi.
    Comunque è un pregevole prodotto, non c’è che dire, alcune scene veramente d’impatto (l’incontro con il negro, la scoperta dei prigionieri dei cannibali e la [morte del padre] ).
    Buoni anche i pochi effetti digitali.

  4. Riccardo scrive:

    Film angosciante. La recitazione e la fotografia trasmettono perfettamente l’incubo del dopocatastrofe. Mortensen dopo aver lavorato con Jackson, è migliorato in maniera vertiginosa. La vetta che quì ha raggiunto è veramente da Oscar.

  5. Sebastiano scrive:

    E’ sempre il personaggio che va giudicato, non l’attore.

  6. Alessandro scrive:

    @Sebastiano: non credo. Pensa se l’avesse interpretato Fabrizio Corona!

  7. Riccardo scrive:

    Ma non solo il personaggio, anche l’attore va preso in considerazione.
    Mortensen è nato per fare ruoli come il padre in the road o aragorn nel signore degli anelli è perfetto per il ruolo dell’eroe tenebroso, misterioso, riservato e anche fascinoso ( vedere la promessa dell’assassino per farsi un’idea )

  8. Sebastiano scrive:

    Ale, ho scritto “attore”.
    Resto della mia idea, non voglio inoltrarmi in discorsi che poi lasciano il tempo che trovano.

  9. Riccardo scrive:

    comunque tornando al film più di una volta sarei venuto qui a gridare al capolavoro se non era per due difetti: uno è di poco conto: la mancanza della brutalità presente nelle pellicole post-apocalisse e quest’altro che invece è imperdonabile: che bisogno c’era di far morire Mortensen se poi il finale è talmente orrendo da sembrare fantascienza di terza categoria. il film secondo me avrebbe fatto una figura migliore se staccava sul padre e il figlio in viaggio, sospendendo la narrazione.

  10. Andrea scrive:

    Personalmente non mi piace che non venga spiegato che tipo di disastro ha colpito il pianeta, per il resto è un film bello: angosciante ma bello.

  11. Sebastiano scrive:

    Riccardo, scusa la mia di brutalita’ ma credo che il finale di questo film sia perfetto.
    La morte del padre e’ necessaria perche’ spesso (purtroppo) necessaria e’ la morte di tutto quanto appartenga al passato per un futuro migliore; se ci pensi, poi, la narrazione e’ comunque sospesa, giustamente (e a pensarci proprio bene, TUTTI i film sono una narrazione sospesa!)

    Andrea: sei sicuro che sia necessario sapere tutto? Secondo me no, non importa. La scelta fatta rende se possibile piu’ angosciante il film.

    Scriviamone, comunque.

  12. Andrea scrive:

    Sì che sono sicuro: troppo comodo non spiegare cosa è successo costruendo un’ambientazione ad arte senza dover mai giustificare niente.

  13. Riccardo scrive:

    d’accordissimo con te andrea, solo che il finale presentato nel film mi sembra stonare con l’atmosfera generale.

  14. Sebastiano scrive:

    Vediamo un po’ se riesco a convincervi: pensate a una causa, una qualunque, ad esempio una guerra nucleare che ha reso il mondo cosi’ come si vede nel film, e una volta stabilita fate partire il racconto cosi’ come e’ stato fatto, preciso. Poi pensatene un’altra, magari l’impatto di un meteorite, e ripartite con tutta la storia.
    Bene. Cosa cambia del film?

    Probabilmente non vi convinco, e allora, mi scuso se insisto, faccio la domanda posta altrove: cosa c’e’ nella valigia di Pulp Fiction?

  15. Andrea scrive:

    L’impatto di un meteorite ha conseguenze ben diverse di una guerra nucleare o di una epidemia o di qualsiasi altra causa che poteva tranquillamente essere inventata.
    Se non ricordo male (lo dovrei rivedere) sono scomparsi tutta la flora e la fauna: ciò comporta scelte e comportamenti ben precisi lungo tutto il film da parte dei protagonisti. Per questo motivo avrei voluto sapere cosa è successo. Resta il fatto che stiamo parlato di una piccola nota dolente che non pregiudica il giudizio positivo che do del film.

    La valigia di pulp fiction? Non lo vedo un paragone azzeccato. Qualsiasi cosa contenesse era di enorme valore per Marcellus Wallace, secondo me basta quello.

  16. Plissken scrive:

    La valigia di pulp fiction credo possa definirsi un classico “MacGuffin” come ci insegna Hitchcock, ovvero un accorgimento atto a conferire dinamismo alla trama; solitamente trattasi di un “contenitore” il cui contenuto non ha alcuna importanza ai fini dello sviluppo della vicenda.

    E’ un espediente molto usato: di primo acchito mi vengono in mente esempi eclatanti quali “Ronin” di Frankenheimer o “Frantic” di Polansky.

    Se sbaglio ci penserà il Cassani a tirarmi le orecchie…

  17. Riccardo scrive:

    a proposito di pulp fiction: ho letto tempo addietro che il film di Tarantino è la versione amorale di Forrest Gump. Io a parte l’anno di uscita non vedo alcuna somiglianza fra i due film.

  18. Alberto Cassani scrive:

    Plissken, diciamo che una definizione più corretta l’ha data (involontariamente?) Andrea: è qualcosa di esterno alla trama vera e propria, che ha molta importanza per i personaggi ma non ne avrebbe per gli spettatori anche se spiegato nei minimi dettagli. Ma a conti fatti, la valigetta di “Pulp Fiction” non è molto diversa dal motivo dell’apocalisse di “The Road”: non ha importanza cosa sia e come ci si sia arrivati, ma ha inciso profondamente nelle vite dei personaggi e le sue conseguenze sono ben visibili anche a noi. Se anche ci fosse stato illustrato bene, non avrebbe cambiato ciò che succede nel corso del film. Tra l’altro, in realtà è un’abitudine dei film postapocalittici, non perdere troppo tempo a raccontare la catastrofe: quasi mai (se non proprio mai) ci è stata raccontata davvero l’apocalisse che ha generato il mondo in cui vivono i personaggi di un film postapocalittico, al massimo ci viene accennata nel senso che ci viene detto che c’è stata la Terza Guerra Mondiale oppure un virus o cose così. Il postapocalittico fa proprio dello straniamento dell’universo filmico rispetto al nostro mondo la sua base di partenza, se non proprio il suo punto forte. La catastrofe non fa mai parte del postapocalittico, perché questo racconta una civilità (?) già sviluppata (?), non la lotta dei sopravvissuti per ricreare un barlume di civiltà: è sempre il nuovo status quo, al centro del postapocalittico. Poi, se ci pensiamo, anche nei film di zombi di Romero (e in molti altri successivi) non viene spiegato perché i morti si rispegliano e vogliono mangiarci…

  19. Alberto Cassani scrive:

    Sul parallelo Pulp Fiction – Forrest Gump non credo di aver niente da dire.

  20. Plissken scrive:

    Si, credo che Andrea abbia di proposito centrato il punto. In verità citando il McGuffin mi riferivo alla valigia di Pulp fiction, elemento che assume importanza per il protagonista e la vicenda al di là del contenuto che allo spettatore non deve interessare. :-)

    Riguardo l’apocalisse/catastrofe atomica o naturale concordo ovviamente sul fatto che trattasi di un pretesto per ambientare una vicenda in uno scenario “surreale”.

    Che Mad Max o Kenshiro agiscano in ambienti devastati dall’una o altra causa, in effetti non assume grande importanza.

  21. Sebastiano scrive:

    Soddisfatto dello scambio di vedute, non ho altro da aggiungere.

  22. Riccardo scrive:

    Non voglio fare la figura dell’ignorante: ma tirare in ballo Mad Max e Kenshiro per commentare the road mi sembra piuttosto eccessivo.
    facciamo piuttosto i paragoni con quel capolavoro di the day after.

  23. Alberto Cassani scrive:

    Be’, in realtà ha senso perché si tratta di film che raccontano una società molto lontana temporalmente dalla catastrofe che ha distrutto il mondo. “The Day After”, invece, racconta la catastrofe e il tentativo di ricostruzione, i “risultati” immediati della catastrofe.

  24. Plissken scrive:

    Forse Riccardo mi sono spiegato in maniera superficiale. :-)

    Secondo me c’è anche un altro film piuttosto recente a cui poter applicare detto ragionamento (Mad & Ken) ovvero “Codice genesi” il cui protagonista (non ricordo il nome…) vaga in terre disastrate in seguito ad un conflitto post-atomico.

    Quello che volevo dire è che nei già citati “zombie-movies”, Mad Max, Kenshiro, “Codice genesi” e quindi “the road” (ma ce ne sono molti altri…) la causa che ha portato all'”armageddon” tutto sommato assume minima importanza, in quanto funge da solo pretesto per creare ciò che è davvero essenziale, ovvero un’ambientazione la cui peculiarità è il decadimento della civiltà.

    Vi sono invece altri film sempre ambientati in uno scenario apocalittico futuro quali ad esempio “Io sono leggenda” in cui il motivo che ha portato alla catastrofe assume valenza più forte.

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