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“10 canoe”: incontro con Rolf de Heer

31 maggio 2006 Interviste 0 Commenti
A cura di Alberto Cassani, 31 Maggio 2006

A pochi giorni dall’uscita della sua ultima fatica registica, il regista olandese Rolf de Heer ha raccontato la genesi di questo suo nuovo film australiano alla stampa milaese…


Com’è nato il progetto di questo film?
Mi era stato chiesto di realizzare un film con David Gulpilil, uno dei nostri migliori attori indigeni, e con la sua gente. Un film sulla loro terra. Così ne ho parlato con loro, per capire cosa avrebbero voluto vedere in questo film. Abbiamo ipotizzato diverse storie, ma poi David mi ha mostrato una fotografia scattata settant’anni fa da Donald Thompson, che ritraeva dieci uomini in canoa nella palude, e questo è stato il vero inizio della nostra storia. Ci sono numerose fotografie scattate nel 1937, quando gli aborigeni vivevano con uno stile di vita molto tradizionale, e grazie anche a quelle fotografie mi hanno raccontato le loro storie, le storie dei loro antenati. E grazie a quelle storie abbiamo sviluppato quello che poi è diventato 10 canoe. Il mio approccio generale a questo progetto è stato di non andare là e raccontare una storia, mi ci sono avvicinato in maniera molto diversa da come lavoro di solito. In genere scrivo una sceneggiatura e la dirigo imponendo il mio punto di vista, ma questa volta sono stato solamente il mezzo attraverso cui loro hanno potuto raccontare la loro storia con le loro parole. Non sono stato io l’origine del film, né ne sono realmente l’autore: ho semplicemente reso loro più facile raccontare ciò che volevano.

Con il doppiaggio, l’interpretazione che David Gulpilil ha dato della voce narrante è andata persa. Ce la può raccontare?
David è un attore straordinario. Io ho scritto una bozza della voce narrante conoscendolo molto bene e conoscendo bene il suo modo di parlare e raccontare, poi lui ha visto il film – emozionandosi tantissimo – e abbiamo lavorato insieme per scrivere la versione definitiva. Abbiamo realizzato una versione in inglese per il pubblico internazionale, e quindi David ha tradotto e adattato il testo nella sua lingua per il pubblico indigeno. Le due versioni sono abbastanza diverse, perché si rivolgono a due tipi di pubblico completamente diverso. Ad esempio, all’inizio del film la voce fuori campo dice «c’era una volta, in una terra lontana lontana… no, sto scherzando», ma questo incipit non fa parte della cultura narrativa della sua gente, così la loro versione inizia con «questa è la storia degli uomini bianchi… no, sto scherzando». Sono due versioni diverse, ma lui è stato bravissimo in entrambe le lingue.

Per quanto tempo ha condiviso il loro stile di vita, nella preparazione del film?
Oggi vivono in maniera molto diversa da come si vede nel film, anche se il loro territorio è il paese più straniero che io abbia mai visto, nonostante sia anche il mio paese… Durante la preparazione ho vissuto con loro una settimana alla volta, tutti i mesi, in un periodo di quasi due anni. Le riprese, invece, sono durate tre mesi.

Ma le persone che si vedono nel film sono attori o sono non professionisti?
Nessuno di loro aveva mai recitato in vita sua. La difficoltà principale che abbiamo avuto è stata quella della comunicazione, perché pochi di loro parlano inglese e io non parlo assolutamente la loro lingua – o meglio: le loro lingue. A complicare le cose c’è anche il fatto che il loro linguaggio riflette la loro concezione dell’Universo, che è completamente diversa dalla nostra, e quindi ci sono molti concetti che non è possibile tradurre da una lingua all’altra. La nostra concezione del Mondo si basa sulla divisione, noi lo dividiamo in piccoli pezzi e diamo loro un’etichetta per poterli riconoscere e poter capire l’Universo. Loro invece ragionano in maniera esattamente opposta: mettono tutto insieme, considerano tutte le cose come una singola cosa, e questo permette loro di capire l’Universo. Quindi, quando dicono “io sono la Terra, la Terra sono io” lo intendono in maniera letterale, non è una cosa religiosa o spirituale, è proprio una cosa fisica: loro e la loro terra sono la stessa cosa. Nella loro recitazione non c’è alcuna recitazione, perché loro non hanno il concetto di finzione: per loro tutto è reale. Di conseguenza, quando noi dicevamo che avrebbero dovuto interpretare i loro antenati, per la loro Cosmologia il modo corretto di agire era andare nella palude e aspettare la venuta dei loro antenati, di modo che potessero diventare i loro antenati. A quel punto, la macchina da presa perdeva di importanza, anche se erano sempre consci di ciò che stavamo facendo.

Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ma com’è stato accolto in Australia?
E’ troppo presto per dirlo, l’Italia è il primo paese al mondo in cui viene distribuito. Uscirà in Australia solamente il mese prossimo. Nelle proiezioni in anteprima che abbiamo fatto la risposta del pubblico è stata molto entusiasta, probabilmente gli spettatori lo stanno apprezzando anche perché racconta una storia di aborigeni senza colpevolizzare i bianchi. Il distributore australiano è specializzato in cinema indipendente, anche se ogni tanto si occupa anche di cinema mainstream, e inizialmente pensava ad una distribuzione modesta; ora però ci stanno ripensando alla luce della risposta del pubblico australiano ed europeo. Ma dove il film potrà andare, ancora non lo sappiamo.

Ma qual è stata la reazione della popolazione aborigena, quando hanno visto il film?
Abbiamo fatto una proiezione apposta per loro subito prima di chiudere definitivamente il film, in modo da poter fare degli ultimi cambiamenti se ci fosse stato bisogno. L’abbiamo mostrato all’intera comunità, ed è stata la proiezione più fuori di testa a cui ho mai partecipato! Tra tutte le risate e gli applausi, penso siano stati un grado di sentire soltanto il 30 % dei dialoghi del film… Probabilmente questo entusiasmo dipendeva anche dal fatto che quella è stata la prima volta in cui hanno potuto vedere una storia nel loro linguaggio, una storia che raccontava la loro gente.
Una delle cose cui tenevo particolarmente, era di riuscire a salvaguardare gli interessi degli investitori che hanno prodotto il film così come quelli dellla comunità aborigena, che ci teneva che il film potesse piacere non solo alla loro gente ma anche alla nostra. Loro hanno una tradizione narrativa molto forte, ma è molto diversa dal modo classico in cui noi bianchi raccontiamo una storia, così il nostro film doveva necessariamente trovare il modo di combinare queste due tradizioni narrative così diverse. Il risultato finale è un film che appare diverso ad entrambi, ma che funziona per entrambi.

Lei cos’ha imparato, realizzando questo film. E cosa il film ha lasciato alla comunita aborigena?
Quello che il film mi ha lasciato, quello che mi ha insegnato, ancora non lo so. Penso di aver imparato ad essere più paziente e più tollerante. Ho certamente un sacco di amici che prima non avevo, all’interno della loro comunità… Per quanto riguarda loro, e credo che questo sia vero già fin d’ora, li ha riempiti di orgoglio. Il film ha dato loro l’orgoglio e la fierezza di essere ciò che sono, ha dato loro una sicurezza in se stessi che prima non avevano, e questo vale soprattutto per le persone che sono state coinvolte direttamente nella lavorazione del film. Quando hanno saputo di aver vinto un premio a Cannes sono esplosi di gioia, hanno continuato a dire «ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta… gli è piaciuto il nostro film!». Questo perché chi ha visto il film e l’ha premiato, ai loro occhi ha dimostrato grande rispetto nei confronti della loro cultura – che è proprio quello che volevano: volevano che la loro cultura avesse il rispetto del mondo esterno. Soprattutto, volevano poter mostrare ai loro figli quali sono le loro origini. Ma cosa il film lascerà sul lungo periodo, a me come a loro, non lo so…


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