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"8" di Aa.Vv.

8 novembre 2008 Recensioni 0 Commenti
Gabriele Marcello, 26 Ottobre 2008: Intoccabile
Inedito in Italia

Adberrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Mira Nair, Gus Van Sant, Jan Kounen, Gaspar Noé, Jane Campion e Wim Wenders. 8 corti sulle grandi emergenze: fame, istruzione, emancipazione femminile, mortalità infantile, salute materna, AIDS, ambiente e sviluppo mondiale…


Non capita mai di iniziare a parlare di un film partendo da una riflessione d’attualità e, se vogliamo, di costume: lo stato di salute del cinema italiano. Tra chi afferma che ci siano grandissimi e importanti autori – attendiamo i nomi e soprattutto le vere critiche – e che ci siano capolavori degni di parlare di “rinascita”, si rimane di sasso quando a una manifestazione come quella del Festival del Film di Roma si assiste ad un’opera come 8. Non è l’argomento o gli argomenti che puntellano l’operazione (furba e sfacciata ma intoccabile), né l’urgenza delle problematiche mondiali che rendono questo patchwork di frammenti degno di nota e quindi di una visione. In un universo nazional-popolare che tenta di trovare altre teste da incoronare dopo Sorrentino e Garrone, ma senza alcun risultato tangibile e raccogliendo gli sberleffi degli addetti ai lavori e le spallucce del pubblico – che diserta le sale perché se un film è brutto, è brutto a prescindere dall’effige della bandiera tricolore – s’insinua l’ombra geniale di una grande cineasta per dimostrare come il vero cinema si possa fare anche solo con un frammento di 10 minuti: Jane Campion.

Il film propone otto storie sulle emergenze mondiali: fame, istruzione, emancipazione femminile, mortalità infantile, la salute materna, l’AIDS, l’ambiente e lo sviluppo globale. Adberrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Mira Nair, Gus Van Sant, Jan Kounen, Gaspar Noé, Jane Campion e Wim Wenders sono i registi d’eccezione riuniti per raccontare rappresentare queste spinose tematiche. Al di là dell’aurea reverenziale che la nobiltà dell’opera possiede e, quindi, l’impossibilità di un attacco artistico che si abbatte sul critico desideroso di analizzare e far emergere quello che non va in questi otto segmenti, non si può non rimanere incantati di fronte al lavoro della sempre più geniale Campion. Non bisogna essere dei laureati in cinematografia per capire come i dieci minuti girati dalla regista australiana siano i più potenti e importanti dei 105 dell’opera. Con l’occhio antropologico, che ha contraddistinto la sua opera dai tempi di Lezioni di Piano fino a In the Cut, la Campion segue le vicende di due bambine nell’aridità di una zona dell’Australia non utilizzando lo stringato e a volte fastidioso percorso a tesi, ma sforzandosi di rendere il messaggio non quadro bensì cornice di un racconto molto più profondo e complesso, che da solo vale tutta la visione di un film altrimenti utile per la divulgazione ma non per l’emozione.

La natura, l’infanzia turbata, il rapporto della femminilità con l’altro da sé e il desiderio della conoscenza sono gli stilemi tipici della regista che emergono in forma prepotente nel raccontare il problema della siccità attraverso la delicata ‘perdita dell’innocenza’ da parte di una bambina che si vede privata dei suoi “tesori”: due cavalli abbattuti per denutrizione. L’aridità non è mostrata dalla terra priva di acqua ma dall’atteggiamento poco risolutivo degli adulti che non riescono ad aiutare i bambini ad approcciarsi alla realtà della vita. Sola e munita delle sue lacrime, la giovane protagonista si unisce a tutti gli altri ragazzini della zona in una sorta di rito per generare la pioggia. Immagini che catturano e profonda delicatezza di sguardo rendono il frammento un piccolo capolavoro dove svetta, bellissimo, un omaggio a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (la salita dei ragazzini sulla collina riprende la danza della morte del maestro svedese).

Il resto di 8 è un onesto lavoro di supporto, forse stucchevole, ma pur sempre degno di nota. Se Mira Nair cattura le tensioni di un tipico interno multietnico borghese di New York con una confezione patinata e accattivante, Gaspar Noé tenta la carta sperimentale con un claustrofobico impiego della macchina da presa su un malato di AIDS e sulla sua voce fuori campo. Nulla di nuovo ma la secchezza e la violenza del frammento rimangono impresse nella mente. Il resto è puro de ja vu, con Wim Wenders impegnato in una patinata pubblicità progresso (con inserti di Bono Vox) e un Gus Van Sant che vuole ripercorrere lo stile del docufiction anni 70; passano così, senza infamia e senza lode, anche Gael Garcia Bernal e company che si sforzano di rendere piacevole quello che per propria natura non può esserlo. Ma a salvare tutto rimane solo Jane Campion.


Titolo: 8
Regia: Abderrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Gaspar Noé, Mira Nair, Jane Campion, Gus Van Sant, Jan Kounen, Wim Wenders
Sceneggiatura: Abderrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Rashida Mustafa, Suketu Mehta, Jane Campion, Régine Abadia, Jan Kounen, Erin Dignam
Fotografia: Dominique Gentil, Rain Kathy Li, Gaspar Noé, Declan Quinn, Craig Frasier, David Ungaro, Franz Lustig
Interpreti: Nigist Anteneh, Tefera Gizaw, Fekadu Kebede; Ingvar Eggert Sigurðsson, Hringur Ingvarsson; Dieudonné Ilboudo; Konkona Sen Sharma, Ranvir Shorey, Birsa Chatterjee; Alice Englert, Tintin Kelly, Isidore Tillers, Harry Greenwood, Geneviève Lemon, Miranda Jakich, Justine Clarke, Russell Dykstra; Loydi Hucsva Haynas, Olivia Aravelo Lomos, Denis Rafael Barbaran, Auristela Brito Valles; Megan Gay, Gerhard Gutberlet, Robert Seeliger, Thomas Spencer, Bhasker Patel, Erin Dignam, Ian Dickinson, Toni Froschhammer, Pendo Duku, Tsehaie Abraham Kidan
Nazionalità: Francia, 2008
Durata: 1h. 40′


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