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"Aguirre furore di Dio" di Werner Herzog

24 novembre 2015 Recensioni 0 Commenti
Aguirre furore di Dio

1983 – Epico

Perù, 1561. A capo di una spedizione di conquistadores spagnoli, Lope de Aguirre discende il fiume Urubamba alla ricerca della mitica città di El Dorado. Ma la giungla nasconde molte insidie, e dell’oro tanto agognato sembra proprio non esserci alcuna traccia…


Una scena di Aguirre furore di DioRivedere Aguirre furore di Dio a più di quarant’anni dalla sua prima apparizione lascia addosso la sensazione di trovarsi di fronte a un tipo di cinema estinto. Un cinema “di avventura” nel senso più letterale del termine, privo cioè di qualsiasi tipo d’effetto speciale, che traeva dalla realtà la sua linfa vitale e spesso costringeva regista, troupe e cast a girare in condizioni impossibili e in posti inesplorati, a proprio rischio e pericolo. Questo tipo di cinema trovò forse in Werner Herzog il suo massimo esponente, e nei lungometraggi con l’amico-nemico Klaus Kinski la più felice trasposizione, un percorso di cui Aguirre furore di Dio è il primo indimenticabile inizio.

Klaus Kinski in una scena di Aguirre furore di DioGià dalla prima scena Herzog riesce a trasmettere una sensazione di meraviglia che accompagnerà lo spettatore per il resto del film: duecento tra conquistadores e indios peruviani scendono a piedi le montagne di Machu Picchu. La macchina da presa si sofferma sulla fila indiana che cammina a un passo dal precipizio, e poi si sposta sulle cime delle Ande lasciando che il paesaggio contribuisca a caricare di tensione la scena. La natura non è una scenografia muta che si limita a fare da sfondo alla storia, ma diventa a sua volta protagonista del dramma (tratto distintivo della cifra stilistica di Herzog, che sarà sviluppato una decina d’anni più tardi in Fitzcarraldo). Per accompagnare il dramma di Aguirre, Herzog sceglie la foresta pluviale peruviana e il fiume Urubamba, una terra dove Dio – come un indio ammonirà la ciurma guidata da Kinski – «deve ancora finire la sua creazione». Herzog porta in scena tanto il paesaggio quanto i suoi invasori, diretti verso un El Dorado che è “sempre un po’ più in là”, senza preoccuparsi di indugiare il tempo necessario sulle panoramiche del fiume e della foresta perché allo spettatore giunga intatto quel senso di sacralità terrificante che la giungla sprigiona e che Aguirre, con la sua pazzia e violenza, reincarna.

Klaus Kinski in Aguirre furore di DioGià, Aguirre. Nel documentario che gli avrebbe dedicato molti anni più tardi (Kinski, il mio nemico più caro) Herzog racconta che gli scatti d’ira incontrollabile di Kinski minacciarono più volte di mandare all’aria l’intero progetto, e che una volta in scena l’attore si scagliava contro gli indios e i suoi commilitoni con la stessa violenza che avrebbe usato Aguirre (pare che Kinski abbia quasi sfondato il cranio di una comparsa a colpi di spada). Se è vero che il film non avrebbe saputo sprigionare la sua bellezza ed energia senza la scenografia naturale della giungla peruviana, è altrettanto vero che senza Klaus Kinski Aguirre furore di Dio sarebbe stato tutt’altra cosa. Il suo volto grottesco, la voce spiritata, gli occhi che fissano la giungla come quelli di un animale, lo aiutano a fare di Aguirre un personaggio inquietante e terribilmente credibile. Pochi altri attori hanno saputo “diventare” e trasformarsi nei loro personaggi come con Aguirre riuscì a fare Kinski.

Il risultato non è solo il racconto della spedizione di un manipolo di conquistadores affamati d’oro, alla ricerca di una terra promessa. È anche, e soprattutto, il manifesto di un tipo di cinema che purtroppo appartiene al passato, e che a svariati decenni dal suo esordio, rivedere può solo che fare un gran bene.


La locandina tedesca di Aguirre furore di DioTitolo: Aguirre furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes)
Regia: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog
Fotografia: Thomas Mauch
Interpreti: Klaus Kinski, Helena Rojo, Del Negro, Ruy Guerra, Peter Berling, Cecilia Rivera, Daniel Ades, Edward Roland, Alexandra Chavez, Armando Polanah, Daniel Farfán, Julio Martínez, Alejandro Repullés
Nazionalità: Germania Ovest, 1972
Durata: 1h. 33′


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