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“Anche libero va bene” di Kim Rossi Stuart

2 maggio 2006 Recensioni 4 Commenti
Alberto Cassani, 2 Maggio 2006: Esasperato
01 Distribution, 5 Maggio 2006

Tommi ha 11 anni, è timido e solitario. Vive con la sorella e il problematico padre dopo che la madre è fuggita con un altro uomo. Ma un giorno la madre torna a casa, e per il bene dei figli il marito la riaccoglie. Tommi, però, resta freddo nei confronti della donna, convinto che presto o tardi sparirà di nuovo…


Kim Rossi Stuart esordisce alla regia con un film da lui anche co-sceneggiato, che non riesce però a trasmettere il grande amore che l’attore romano sicuramente aveva nei confronti della storia che ha voluto raccontare. La storia di un’infanzia difficile, di una famiglia problematica, di due genitori impreparati… Temi certo non nuovi per il cinema italiano, non solo recente, che Anche libero va bene affronta purtroppo attraverso una lunga serie di dialoghi troppo spesso innaturali e un gruppo di personaggi nella maggior parte dei casi appena schizzati, mai disegnati a tutto tondo e quindi mai pienamente convincenti.

Il Kim Rossi Stuart regista ha pochi guizzi, crea qualche bel momento ma non riesce a dare scorrevolezza alla narrazione, senza però neanche riuscire a rendere il film intenso come probabilmente ha cercato di fare. Le musiche della Banda Osiris ben si prestavano ad una pellicola più introspettiva, fatta soprattutto di silenzi e momenti di riflessione, ma i personaggi non avrebbero permesso agli autori di spingere in questa direzione. L’unica nota realmente positiva è la recitazione del piccolo Alessandro Morace, esordiente dotato di un talento naturale che Rossi Stuart – attore attento e intelligente – è stato bravo a far sbocciare.


Titolo: Anche libero va bene
Regia: Kim Rossi Stuart
Sceneggiatura: Linda Ferri, Domenico Starnone, Francesco Giammusso, Kim Rossi Stuart
Fotografia: Stefano Falivene
Interpreti: Alessandro Morace, Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Marta Nobili, Pietro De Silva, Roberta Paladini, Sebastiano Tiraboschi, Francesco Benedetto, Roberto Lena
Nazionalità: Italia, 2006
Durata: 1h. 48′


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Attualmente ci sono 4 commenti a questo articolo:

  1. Guido scrive:

    Ciao.
    Ieri sera ho guardato questo film e, mi dispiace ammetterlo, ma non sono d’accordo con quanto è stato scritto qui sopra. Da sempre fan di Kim ho apprezzato molto il film e ho trovato molte parti veramente interessanti. Certo, ci sono alcuni difetti, ma come film d’esordio alla regia mi sembra molto buono. Per assurdo, l’aggettivo “esasperato” che tu usi mi sembra anche adeguato, ma in senso quasi positivo (ripeto, per assurdo). Alcune scene sono veramente di buon livello e soprattutto vorrei sottolineare, come giustamente hai già fatto tu, la bravura del piccolo Tommi / Alessandro Morace che, a mio modestissimo parere, dà la paga a vari “attoracci” italiani ;-). Il motivo per cui scrivo questo commento è per sapere, caro Alberto, cosa veramente fa propendere la tua rispettabilissima recensione verso il giudizio negativo. Inoltre, mi sono chiesto cosa ne pensi dell’uso delle bestemmie nei film. Grazie per l’attenzione.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Ciao Guido. In una trasmissione radiofonica di cui ero ospite un paio d’anni fa mi capitò di parlare brevemente di questo film, e feci notare come tutta la stampa italiana ne avesse parlato benissimo con una singola eccezione: la mia. In realtà anche Maurizio Cabona sul Giornale ne aveva parlato male, ma lui parla sempre male dei film di Barbora Bobulova quindi non conta.

    L’aggettivo che usiamo, in effetti, può essere di difficile interpretazione. Il colore è l’unica cosa che definisce davvero il giudizio di merito al film, perché l’aggettivo in quanto tale si può riferire ad aspetti qualitativi come anche ad aspetti contenutistici, e quindi non entrare nel merito della bellezza della pellicola. Ad esempio, un film d’azione può essere “spettacolare”, ma questo non vuol necessariamente dire che l’aggettivo sia scritto in verde, perché se la spettacolità è l’unico pregio in un mare di difetti la recensione è comunque negativa. Nel caso di “Anche libero va bene”, la sceneggiatura presenta personaggi esasperati, ma con un diverso sviluppo globale quello stesso aggettivo sarebbe stato di un altro colore. Il film non è brutto perché è “esasperato”, ma è esasperato e brutto.

    Quello che non mi è piaciuto è il modo in cui i personaggi sono definiti, che forse non è giusto definire “appena schizzati” come ho scritto nella recensione ma sono senz’altro monodimensionali, nonostante nell’intervista che gli ho fattto Rossi Stuart abbia detto di aver cercato di raccontare “personalità complesse, contraddittorie, non stereotipate”. Forse non sono stereopate, ma di sicuro non riescono ad essere complesse come avrebbe voluto. Due cose, però, mi hanno davvero infastidito: il creare più di una volta l’impressione che possa succedere qualcosa per poi invece far succedere sempre la cosa più ovvia, quasi che si sia cercato di rendere artificialmente più interessante la sceneggiatura, e il modo in cui i personaggi parlano, che a me è suonato totalmente inrrealistico e a tratti anche fastidioso. Però oggi come oggi non sarei in grado di fare esempi concreti di scene o battute precise per spiegare la mia impressione.

    A me l’idea di presentare delle bestemmie nei dialoghi di un film non infastidisce, sempreché non le si usi per fare sensazione e abbiano un senso in bocca a quei personaggi. Ovviamente la cosa deriva anche dal fatto di non credere in Dio, quindi a me una bestemmia non fa né caldo né freddo, però trovo sia ridicolo censurare il nome di Dio in un film se ha senso al suo interno. Ad esempio, ho apprezzato molto il fatto che ne “L’esorcista” (gioà nella prima versione) l’imprecazione “goddamn” sia stata tradotta con “Dio Cristo” invece che con “maledizione” o simili come si fa di solito, perché in questo modo le si dà il giusto peso rispetto ad un semplice “damn”. Ma questo in realtà è un discorso un po’ diverso, perché comunque nelle altre lingue non esistono le bestemmie come in italiano e negli Stati Uniti è comune e non legato alla religione “pronunciare il nome di Dio invano”.
    Rimanendo alle bestemmie vere e proprie, penso che la loro infrequenza nel nostro cinema finisca per aggiungere qualcosa alla loro “forza” nei rarissimi casi in cui vengono pronunciate. Nel senso che quando ho visto questo film mi ha colpito il fatto di sentire una bestemmia, ma in realtà ha perfettamente senso detta da quel personaggio in quel modo e in quel momento. Quindi non fosse stato per l’eccezionalità della situazione fimica la cosa non mi avrebbe colpito: se mi fossi trovato lì nella realtà non l’avrei trovata una cosa strana, al cinema sì. E forse questo è stato controproducente per il film, anche per il resto dei dialoghi, perché non sempre quello che succede nella realtà poi fa lo stesso effetto anche sul grande schermo, perché la “realtà” proposta dal cinema non è mai stata la realtà “vera”, anche e soprattutto per il modo in cui i personaggi parlano.
    Non so se mi sono spiegato. In sostanza, trovo che sia giusto usare le bestemmie al cinema quando hanno un senso, ma quando lo si fa non si può non prendere in considerazione lo scarto che c’è tra la realtà e il cinema. Invece, ad esempio, non m’è piaciuto per nulla il modo in cui ha usato la bestemmia Bellocchio ne “L’ora di religione”, dandogli un’enfasi filmica totalmente ingiustificata e che mi fece pensare si volesse solo cercare lo shock, in qualche modo la polemica. Quello, secondo me, è il modo sbagliato.

  3. Guido scrive:

    Direi che è una risposta più che esauriente!!! :-D
    Cosa ne pensi invece del Kim attore nei suoi diversi film?
    E’ stato anche accusato di essere monocorde. Che ne pensi??

  4. Alberto Cassani scrive:

    Kim Rossi Stuart è di gran lunga meglio di quasi tutti gli attori italiani delle generazioni successive alla sua, però secondo me non sempre trova il modo giusto per interpretare il personaggio. Ad esempio in “Le chiavi di casa” non mi era piaciuto per niente, però è stato praticamente l’unica cosa positiva di “Pinocchio”. Non è monocorde nel senso che non interpreta tutti i personaggi sempre allo stesso modo – cosa che invece fanno praticamente tutti gli attori e attrici italiane, che sono in realtà caratteristi più che attori veri e propri – però di rado all’interno di un singolo film la sua interpretazione ha dei guizzi. Ha il grande pregio, comunque, di lavorare solo a progetti cui crede davvero invece di fare millemila film solo per soldi e/o esposizione mediatica come fanno molti.

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