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"Boogeyman - L'uomo nero" di Stephen T. Kay

17 luglio 2005 Recensioni 2 Commenti
Fabrizio Formenti, 17 Luglio 2005: Raffazzonato
Eagle Pictures, 8 Luglio 2005

Sono trascorsi quindici anni da quando il piccolo Tim vide scomparire il padre davanti ai propri occhi, a suo dire per mano dell’Uomo Nero. A quel tempo nessuno gli credette ma Tim crebbe conservando quel suo convincimento infantile. Anche ora, da adulto, sente di essere perseguitato da Boogeyman…


Un prologo efficace e alquanto funzionale, che paradossalmente rappresenta il vero picco espresso da questa pellicola. Dopo di che solo scontatezza, ripetitività e una sceneggiatura a corto di idee e cosparsa di evidenti forzature a nascondere l’assenza disarmante di un seppur sottile filo conduttore. Boogeyman non è dunque niente più che il classico, prevedibile horror estivo – in mezzo a diversi altri in uscita in questo periodo – realizzato a basso costo e, probabilmente, senza grosse pretese artistiche, nonostante il film abbia alle spalle Sam Raimi quale co-produttore e supervisore.

L’Uomo Nero, come detto, ha una partenza benaugurante, che riesce a colpire da subito lo spettatore più o meno avvezzo allo spavento, ma una volta superato il seguente intermezzo riservato ai main title, capiamo presto che l’incipit di cui sopra fungeva più che altro da specchietto per le allodole. Perché ciò che di potenzialmente disturbante verrà poi seguirà esattamente la falsariga di quei minuti iniziali, col risultato che il tutto diventa alla lunga poco interessante ma, quel che è peggio, ben presto poco spaventoso, considerando che la meccanica dell'”evento spaventevole” (porte che si aprono con infinita lentezza, il protagonista in trepidante attesa dinanzi ad armadi e stanzini vari…) si affida con eccessiva fiducia ad improvvisi effetti sonori che sopraggiungono come lame metalliche ogni due minuti. E’ impossibile sperare che lo stratagemma possa reggere la durata – per quanto in questo caso limitata – di un lungometraggio, ma gli horror d’oggi sembrano non poterne fare a meno, di questi ormai logori espedienti.

Tutto ciò potrebbe tutto sommato essere anche accettabile, se almeno la sceneggiatura avesse la sua ragion d’essere. Ma così non è. Lo script è raffazzonato e scarno, e sostanzialmente ci riserva un nulla fatto di personaggi (vedi la madre di Tim) che spuntano di tanto in tanto con la funzione di inquietare ma senza una vera logica, in attesa dell’inevitabile confronto fra il protagonista (Barry Watson, direttamente dalla serie Tv Settimo Cielo) e quella figura malefica che da sempre lo ossessiona. Il confronto naturalmente avviene, ma il Boogeyman si rivela essere tutto ciò che non avremmo voluto vedere, di sicuro quello che non avevamo immaginato. La lotta che anima il finale ha poi un qualche cosa di ridicolo, nonostante tutti gli sforzi fatti per assemblare una sequenza tecnicamente valida e movimentata al punto giusto: il problema infatti non sta tanto nella costruzione tecnica della stessa, quanto piuttosto nell’assurdità di ciò che avviene al suo interno.

In fondo Boogeyman è esattamente tutto ciò che ci saremmo potuti aspettare da una produzione di questo genere, nonostante il manifesto del film ci dicesse chiaramente che era Raimi a presentarcelo. Pretendere qualche cosa di più e di meglio da questa regia di Stephen T. Kay sarebbe stato certamente lecito, ma ancor meglio sarebbe stato non riporvi eccessive speranze e preparasi ad accettare quasi di buon grado qualunque cosa ci fosse stata propinata. Perché, evidentemente, far paura al cinema sta diventando un’impresa maledettamente ardua, per gli addetti ai lavori.


Titolo: Boogeyman – L’uomo nero (Boogeyman)
Regia: Stephen T. Kay
Sceneggiatura: Eric Kripke, Juliet Snowden, Stiles White
Fotografia: Bobby Bukowski
Interpreti: Barry Watson, Emily Deschanel, Tory Mussett, Skye McCole Bartusiak, Andrew Glover, Lucy Lawless, Charles Mesure, Philip Gordon, Aaron Murphy, Jennifer Rucker, Scott Willis, Michael Saccente, Louise Wallace, Brenda Simmons
Nazionalità: USA – Nuova Zelanda – Germania, 2005
Durata: 1h. 29′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Ottima recensione. All’inizio debbo dire mi era anche piaciucchiato (a 15 anni…) ma col tempo…bah, fuffa!
    Ne approfitto per esprimere un mio parere su di un altro film della Ghost House di Raimi secondo me troppo sottovalutato: “The Messengers” del 2006.

    Un’eccelsa confezione (bellissima la fotografia e la colonna sonora) inserita in un film che di originale non ha nulla ma che sa regalare risvolti di trama ben congegnati, originali ed inaspettati, soprattutto se ci si accinge a vedere il film senza fare supposizioni e dimenticando totalmente altri film di genere visti.
    Perchè gli sceneggiatori riprongono clichè già visti in quasi tutti i film fino ad allora con l’aggiunta di spiriti cari al J-horror cha tanto di moda andavano nel primo decennio del nuovo millennio, ma lo fanno sapendo che alla regia ci sono i fratelli Pang, che con una regia di maniera e mai noiosa, riescono a far divertire e far passare veloce veloce (altro punto a favore l’esile durata) il film.
    Ovviamente si tralascia il rancore presente nei film, e nel folklore, giapponese per occidentalizzare i fantasmi secondo le motivazione solite di film americani (“The Gift”, “Echi Mortali”, “Amityville Horror”, “Le Verità Nascoste”, “Il Sesto Senso”).
    Note dolenti sono i dialoghi imbarazzanti ed alcune trovate non ben approfondite.
    Quindi tutto già visto, sentito e risentito ma trama e regia che sa far risaltare il prodotto, non vanificando la visione.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Mah… A me “The Messengers” (quello con la Stewart, no?) non era piaciuto. Però mi sembra che tutti i j-horro occidentali girino intorno al concetto di fantasmi che hanno lasciato qualcosa in sospeso nel mondo dei vivi, non necessariamente una vendetta.

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