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"Death of a President": incontro con Gabriel Range

6 marzo 2007 Interviste 0 Commenti
Death of a President

Milano, 6 Marzo 2007

Accompagnando l’uscita italiana del suo film Death of a President, il regista Gabriel Range ha incontrato la stampa milanese in un’affollata e interessante conferenza stampa…


Il regista Gabriel Range in un momento di pausa sul set di Death of a PresidentDeath of a President è un mockumentary, ossia un film che utilizza la realtà per raccontare una finzione. Questo è un genere che avevi già affrontato con il tuo film precedente, The Day Britain Stopped, che ipotizzava il collasso del sistema dei trasporti britannico, ma perché credi così tanto in questo tipo di racconto cinematografico?
In realtà mi sono avvicinato a questo genere quando la BBC mi ha commissionato un documentario sul sistema dei trasporti britannici: non potevo pensare ad un argomento più noioso di questo, per un documentario… Così, piuttosto che rifiutare il progetto ho pensato di raccontare un evento plausibile ma che non era mai accaduto, immaginando tutto quello che poteva andare storto. Se avete un minimo di familiarità con il sistema dei trasporti in Inghilterra sapete che non ci vuole una grande immaginazione, per pensare che qualcosa vada storto… Poi ho vissuto per un certo periodo di tempo negli Stati Uniti, così ho potuto vedere i cambiamenti che ci sono stati dopo l’11 di Settembre e ho pensato di usare questa ‘lente’ del futuro per esaminare il presente. Penso che immaginare un futuro alternativo ci permetta di riflettere meglio su ciò che succede in questo momento. Il fatto di raccontare un film attraverso il ‘vocabolario’, la tecnica, del documentario, consente agli spettatori di gestire in modo diverso quella che è la sospensione dell’incredulità che avvolge tutti noi nel momento in cui guardiamo un film. In particolare in questo caso, in cui si parla della realtà politica degli Stati Uniti.

Ci sono molti film che hanno come oggetto la possibile morte del Presidente degli Stati Uniti: Changeling, Va’ e uccidi, The Assassination, per dirne tre… Ma in genere il Presidente non viene mai realmente ucciso: tu, invece, perché hai ritenuto necessario che George W. Bush morisse?
E’ vero: i film che hanno come soggetto attentati alla vita del Presidente, effettivamente non hanno mai il coraggio di ucciderlo davvero. Io ho deciso di rompere un tabù soprattutto perché ho scelto di usare il Presidente in carica, ma penso che fosse una cosa necessaria, proprio perché il film non riguarda il futuro, ma il presente. Se volevo che il film fosse davvero uno spunto di riflessione sull’11 settembre, avevo bisogno di un evento altrettanto orribile e con conseguenze altrettanto drammatiche.

Una scena di Death of a PresidentUna delle cose più sorprendenti del film è la sua perfezione tecnica, la capacità di utilizzare materiale di repertorio rendendo il tutto straordinariamente credibile. Non solo visivamente, ma anche per quanto riguarda l’ipotesi politica. Non hai paura che questo “nasconda” un po’ la metafora agli spettatori?
No, non credo. Anzi, credo che il valore del film stia proprio nel suo totale realismo. L’aspetto interessante, in questa mescolanza tra materiali d’archivio e interpretazioni degli attori, è proprio quello di riuscire a far dimenticare al pubblico che stiamo parlando di un evento che in realtà non è accaduto. Io credo che la miglior fantascienza – ammesso che il mio film possa rientrare in questo genere – sia quella che ci spinge a riflettere sul mondo di oggi, sul mondo in cui viviamo. Nel momento in cui si prendono delle immagini di repertorio e le si mette in un contesto diverso da quello originale, il significato di queste immagini cambia alla luce del nuovo contesto. Secondo me era molto importante che lo spostamento funzionasse, per spingere lo spettatore a guardare in modo diverso le immagini delle news che vediamo tutti i giorni nei telegiornali, piuttosto che nei documentari “realistici” che raccontano vari eventi. Quando il film è uscito negli Stati Uniti sono stato intervistato da diverse stazioni televisive, e ovviamente quelli di Fox News non è che mi trovassero molto simpatico… L’accusa principale che mi hanno rivolto è stata quella di essere stato totalmente irresponsabile nel modo in cui ho distorto completamente la realtà, e io ho risposto «ma voi questo lo fate tutti i giorni…».

Ci vuoi spiegare meglio questa cosa? Qualche esempio di come secondo te Fox News, e le televisioni in generale, distorcono la realtà?
Ci sono numerosi esempi che testimoniano l’agenda politica che sta dietro il modo in cui Fox News decide di presentare le sue notizie. Un esempio risale proprio a poche settimane fa, quando hanno detto che Barak Obama aveva frequentato una madrasa: una madrasa è una scuola, il termine non indica neppure necessariamente una scuola coranica, eppure l’hanno usato come se si trattasse di un campo di addestramento per terroristi. Ma naturalmente non è solo Fox News ad avere questo tipo di approccio, non sto dicendo che Fox News è il Diavolo, ma sicuramente loro hanno contribuito a far sì che l’opinione pubblica negli Stati Uniti sostenesse questa guerra.
Una scena di Death of a PresidentUno dei motivi per cui ho voluto fare questo film è stato proprio il voler mostrare che i notiziari televisivi e i documentari sono comunque sempre un’interpretazione, e questo è qualcosa che il pubblico tende a dimenticare. Eppure il potere del montaggio è enorme, nel modo in cui può cambiare radicalmente il significato delle immagini. Per fare un esempio riguardante la BBC, che non è certo meglio di Fox News: quando hanno mostrato le immagini dell’abbattimento di una statua di Saddam Hussein hanno fatto vedere praticamente solo la statua e il piedistallo. Io ho avuto la possibilità di vedere i giornalieri di quel servizio, e si vedeva che nella piazza c’erano 100-150 persone. Se mostri la piazza semivuota dai l’impressione che in pochi festeggino la caduta di Saddam, se invece fai vedere solo riprese ravvicinate allora mostri la liberazione dell’Iraq…

Visto il tema del vostro film avete avuto problemi, nella lavorazione?
La concessione delle immagini d’archivio sicuramente non è stata a buon mercato, ma problemi veri non ne abbiamo avuti: è compito di chi concede la licenza per lo sfruttamento delle immagini indagare sull’uso che ne sarà poi fatto, loro non ci hanno chiesto niente e noi non abbiamo detto niente… Comunque, in tutta la lavorazione del film abbiamo cercato di farci notare il meno possibile. Per esempio, quando abbiamo girato le scene della protesta a Chicago avevamo 400 comparse in strada, ma di certo non siamo andati in giro a dire che stavamo inscenando l’omicidio di Bush… Se qualcuno faceva domande del tipo «chi c’è, in questo film?» rispondevamo «oh, nessuno che conoscete», e se ci chiedevano «ma che film è?» dicevamo «solo un piccolo film inglese»…

Hillary Clinton l’ha definito un’operazione di cattivo gusto…
L’ha definito «malato, morboso, disgustoso e disprezzabile». E senza nemmeno averlo visto! Ma penso che l’abbia descritto in quel modo perché in quel momento erano state date per scontate alcune cose, sul film, senza che nessuno l’avesse ancora visto. Si pensava che il film avvallasse, e anzi celebrasse, l’omicidio di Bush, incitando il pubblico a commetterlo. Ma credo che nessuno potrebbe uscire dalla sala dopo aver visto il film pensando che uccidere Bush sarebbe una buona idea.


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