10
canoe
Incontro
con Rolf de Heer
a cura di Alberto Cassani
Com'è
nato il progetto di questo film?
Mi
era stato chiesto di realizzare un film con David Gulpilil, uno dei
nostri migliori attori indigeni, e con la sua gente. Un film sulla loro
terra. Così ne ho parlato con loro, per capire cosa avrebbero
voluto vedere in questo film. Abbiamo ipotizzato diverse storie, ma
poi David mi ha mostrato una fotografia scattata settant'anni fa da
Donald Thompson, che ritraeva dieci uomini in canoa nella palude, e
questo è stato il vero inizio della nostra storia. Ci sono numerose
fotografie scattate nel 1937, quando gli aborigeni vivevano con uno
stile di vita molto tradizionale, e grazie anche a quelle fotografie
mi hanno raccontato le loro storie, le storie dei loro antenati. E grazie
a quelle storie abbiamo sviluppato quello che poi è diventato
"10 canoe". Il
mio approccio generale a questo progetto è stato di non andare
là e raccontare una storia, mi ci sono avvicinato in maniera
molto diversa da come lavoro di solito. In genere scrivo una sceneggiatura
e la dirigo imponendo il mio punto di vista, ma questa volta sono stato
solamente il mezzo attraverso cui loro hanno potuto raccontare la loro
storia con le loro parole. Non sono stato io l'origine del film, né
ne sono realmente l'autore: ho semplicemente reso loro più facile
raccontare ciò che volevano.
Con
il doppiaggio, l'interpretazione che David Gulpilil ha dato della voce
narrante è andata persa. Ce la può raccontare?
David è un attore straordinario. Io ho scritto una bozza della
voce narrante conoscendolo molto bene e conoscendo bene il suo modo
di parlare e raccontare, poi lui ha visto il film - emozionandosi tantissimo
- e abbiamo lavorato insieme per scrivere la versione definitiva. Abbiamo
realizzato una versione in inglese per il pubblico internazionale, e
quindi David ha tradotto e adattato il testo nella sua lingua per il
pubblico indigeno. Le due versioni sono abbastanza diverse, perché
si rivolgono a due tipi di pubblico completamente diverso. Ad esempio,
all'inizio del film la voce fuori campo dice "c'era una volta,
in una terra lontana lontana... no, sto scherzando", ma questo
incipit non fa parte della cultura narrativa della sua gente, così
la loro versione inizia con "questa è la storia degli uomini
bianchi... no, sto scherzando". Sono due versioni diverse, ma lui
è stato bravissimo in entrambe le lingue.
Per
quanto tempo ha condiviso il loro stile di vita, nella preparazione
del film?
Oggi vivono in maniera molto diversa da come si vede nel film, anche
se il loro territorio è il paese più straniero che io
abbia mai visto, nonostante sia anche il mio paese... Durante la preparazione
ho vissuto con loro una settimana alla volta, tutti i mesi, in un periodo
di quasi due anni. Le riprese, invece, sono durate tre mesi.
Ma
le persone che si vedono nel film sono attori o sono non professionisti?
Nessuno
di loro aveva mai recitato in vita sua. La difficoltà principale
che abbiamo avuto è stata quella della comunicazione, perché
pochi di loro parlano inglese e io non parlo assolutamente la loro lingua
- o meglio: le loro lingue. A complicare le cose c'è anche il
fatto che il loro linguaggio riflette la loro concezione dell'Universo,
che è completamente diversa dalla nostra, e quindi ci sono molti
concetti che non è possibile tradurre da una lingua all'altra.
La nostra concezione del Mondo si basa sulla divisione, noi lo dividiamo
in piccoli pezzi e diamo loro un'etichetta per poterli riconoscere e
poter capire l'Universo. Loro invece ragionano in maniera esattamente
opposta: mettono tutto insieme, considerano tutte le cose come una singola
cosa, e questo permette loro di capire l'Universo. Quindi, quando dicono
"io sono la Terra, la Terra sono io" lo intendono in maniera
letterale, non è una cosa religiosa o spirituale, è proprio
una cosa fisica: loro e la loro terra sono la stessa cosa. Nella loro
recitazione non c'è alcuna recitazione, perché loro non
hanno il concetto di finzione: per loro tutto è reale. Di conseguenza,
quando noi dicevamo che avrebbero dovuto interpretare i loro antenati,
per la loro Cosmologia il modo corretto di agire era andare nella palude
e aspettare la venuta dei loro antenati, di modo che potessero diventare
i loro antenati. A quel punto, la macchina da presa perdeva di importanza,
anche se erano sempre consci di ciò che stavamo facendo.
Il
film è stato premiato al Festival di Cannes, ma com'è
stato accolto in Australia?
E' troppo presto per dirlo, l'Italia è il primo paese al mondo
in cui viene distribuito. Uscirà in Australia solamente il mese
prossimo. Nelle proiezioni in anteprima che abbiamo fatto la risposta
del pubblico è stata molto entusiasta, probabilmente gli spettatori
lo stanno apprezzando anche perché racconta una storia di aborigeni
senza colpevolizzare i bianchi. Il distributore australiano è
specializzato in cinema indipendente, anche se ogni tanto si occupa
anche di cinema mainstream, e inizialmente pensava ad una distribuzione
modesta; ora però ci stanno ripensando alla luce della risposta
del pubblico australiano ed europeo. Ma dove il film potrà andare,
ancora non lo sappiamo.
Ma
qual è stata la reazione della popolazione aborigena, quando
hanno visto il film?
Abbiamo fatto una proiezione apposta per loro subito prima di chiudere
definitivamente il film, in modo da poter fare degli ultimi cambiamenti
se ci fosse stato bisogno. L'abbiamo mostrato all'intera comunità,
ed è stata la proiezione più fuori di testa a cui ho mai
partecipato! Tra tutte le risate e gli applausi, penso siano stati un
grado di sentire soltanto il 30 % dei dialoghi del film... Probabilmente
questo entusiasmo dipendeva anche dal fatto che quella è stata
la prima volta in cui hanno potuto vedere una storia nel loro linguaggio,
una storia che raccontava la loro gente.
Una delle cose cui tenevo particolarmente, era di riuscire a salvaguardare
gli interessi degli investitori che hanno prodotto il film così
come quelli dellla comunità aborigena, che ci teneva che il film
potesse piacere non solo alla loro gente ma anche alla nostra. Loro
hanno una tradizione narrativa molto forte, ma è molto diversa
dal modo classico in cui noi bianchi raccontiamo una storia, così
il nostro film doveva necessariamente trovare il modo di combinare queste
due tradizioni narrative così diverse. Il risultato finale è
un film che appare diverso ad entrambi, ma che funziona per entrambi.
Lei
cos'ha imparato, realizzando questo film. E cosa il film ha lasciato
alla comunita aborigena?
Quello che il film mi ha lasciato, quello che mi ha insegnato, ancora
non lo so. Penso di aver imparato ad essere più paziente e più
tollerante. Ho certamente un sacco di amici che prima non avevo, all'interno
della loro comunità... Per quanto riguarda loro, e credo che
questo sia vero già fin d'ora, li ha riempiti di orgoglio. Il
film ha dato loro l'orgoglio e la fierezza di essere ciò che
sono, ha dato loro una sicurezza in se stessi che prima non avevano,
e questo vale soprattutto per le persone che sono state coinvolte direttamente
nella lavorazione del film. Quando hanno saputo di aver vinto un premio
a Cannes sono esplosi di gioia, hanno continuato a dire "ce l'abbiamo
fatta, ce l'abbiamo fatta... gli è piaciuto il nostro film!".
Questo perché chi ha visto il film e l'ha premiato, ai loro occhi
ha dimostrato grande rispetto nei confronti della loro cultura - che
è proprio quello che volevano: volevano che la loro cultura avesse
il rispetto del mondo esterno. Soprattutto, volevano poter mostrare
ai loro figli quali sono le loro origini. Ma cosa il film lascerà
sul lungo periodo, a me come a loro, non lo so...
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