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"Drive" di Nicolas Winding Refn

6 ottobre 2011 Recensioni 63 Commenti
Drive

01 Distribution, 30 Settembre 2011 – Silenzioso

Ci sono 100.000 strade, nella città di Los Angeles. Lui le percorre guidando a pagamento, facendo l’autista per i piccoli criminali, in attesa di poter esordire nelle gare di stock car. Ma quando l’auto da corsa te la paga un boss mafioso, l’imprevisto è dietro l’angolo…


Ryan GoslingBasta la prima scena – la prima fuga – per capire che, nonostante le premesse, siamo in un universo cinematografico completamente diverso da quello di Transporter e simili. Il nostro autista non è Frank Martin né Brian O’Conner. Semmai è un Clint Eastwood dell’era moderna, che vorrebbe andare per la sua strada avendo a che fare con gli altri il meno possibile, tenendo il profilo basso più per carattere che per necessità. Il suo cavallo metallico va sempre al trotto, quasi mai al galoppo; lui parla sempre a mezza voce, che stia facendo una dichiarazione d’amore o una minaccia di morte; spara solo se strettamente necessario ma è sempre lui a rimanere in piedi quando il fumo delle pistole si dirada. Eppure, così come Joe arriva a cavallo di un mulo nel paesino sbagliato, così lui arriva a bordo di una Ford Mustang sul luogo della rapina sbagliata…

Carey MulliganTratto dall’omonimo romanzo di James Sallis (Giano Editore), Drive è il risultato del quasi perfetto incrocio tra i tanti elementi che compongono un film. Forse non è una pellicola che carica il testosterone degli spettatori come ci si potrebbe immaginare, ma è di certo un film capace di interessare e far trattenere il fiato. Pur prendendo a ogni svincolo la strada più ovvia, la sceneggiatura riesce a creare tensione nei momenti più impensati, senza aver bisogno di ricorrere alla violenza ma lavorando sui personaggi e sul modo in cui interagiscono tra loro, come d’altra parte Hossein Amini aveva saputo fare già altre volte in passato. A questi personaggi danno splendidamente vita i bravi Ryan Gosling e Carey Mulligan (più un ottimo Albert Brooks), che forse abbondano in rigidità facciale nelle scene prive di dialogo ma lo fanno ben sapendo che sarebbero stati regia e montaggio a dare alla loro interpretazione il giusto significato.

Ryan Gosling in una scenaIl regista danese Nicolas Winding Refn di certo non merita l’aura cult di cui è circondato in Italia, ma qui dimostra pienamente tutte le sue capacità (tanto da essere premiato come miglior regista a Cannes 2011) come anche i suoi difetti, confermandosi un regista capace ma non ancora totalmente maturo. Pur sfruttando nella sua ricerca del lirismo alcune soluzioni abusate e insistendo in maniera esagerata sui ralenti, che però si sposano benissimo con le musiche di Cliff Martinez, gestisce comunque benissimo il materiale a sua disposizione e capisce quando (e quanto) virare sul sanguinolento. Il suo stile è come al solito pomposo e a tratti persino faticoso, ma lavorando su una sceneggiatura solida e tesa al punto giusto riesce a creare un film certamente buono – a tratti anche memorabile – a cui manca poco per essere davvero grande. E se il valore del film è in gran parte merito suo, quel poco che manca è tutta colpa sua.


La locandinaTitolo: Drive (Id.)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Hossein Amini
Fotografia: Newton Thomas Sigel
Interpreti: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Christina Hendricks, Ron Perlman, Kaden Leos, Jeff Wolfe, James Biberi, Russ Tamblyn, Joe Bucaro III, Tiara Parker, Tim Trella, Jim Hart, Tina Huang
Nazionalità: USA, 2011
Durata: 1h. 40′


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Attualmente ci sono 63 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Ottima recensione Albe, mi trovi d’accordo in toto.

  2. Daniele scrive:

    L’ho visto l’altra sera al cinema, mi aspettavo un fast e furious e invece sono rimasto piacevolmente colpito. Amo i film silenziosi (i miei amici un po’ meno) anche se non ho capito l’utilità del finale aperto. Spero non puntino al sequel, odio i sequel.

  3. Lore scrive:

    Visto per puro caso, senza conoscerne la trama.
    Dopo 20 minuti ero sull’orlo del suicidio pensando alla storia di riscatto sociale del delinquentello, condita da sguardi languidi e ralenti
    Poi il film decolla e diventa altro. Un gram film. Straconsigliato a tutti
    La mezz’ora finale e’ semplicemente meravigliosa. Ricorda a tratti un western di Sergio Leone

  4. Marco scrive:

    Albe ho discorso di Drive su di un blog e ho fatto leggere la tua recensione ad uno e lui mi ha risposto così: “sull’ultima parte non mi trovo d’accordo soprattutto sulla critica ai ralenty. Qui è sempre funzionale ed è reso sublime proprio grazie alle musiche di Martinez e comunque il ralenty non è sempre creato in post produzione… rivedendolo mi sono accorto che proprio la camminata degli attori era rallentata apposta. Al contrario di altri registi che strabusano del ralenty, Refn crea linee sinuose con la steady e i personaggi che si muovono nell’inquadratura”

    Cosa controbatti?

  5. Tony Bay scrive:

    Visto stasera, gran film! D’accordo con la rece di Alberto. Questo è Cinema con la C maiuscola. Sono andato a vederlo sapendo ke non si trattava di un film alla fast and furious o transporter (genere che cmq adoro). Non un film per tutti, ma per ki ama il cinema, splendide le musiche e la regia di Refn, con le sue inquadrature fisse e le sue pennellate con la steadycam e le esplosioni di violenza efferata improvvise che ti fanno saltare dalla poltrona. Forse avrei usato meno ralenti. Cmq da rivedere!!!

  6. Alberto Cassani scrive:

    Marco, in realtà lui dice per metà le stesse cose che ho scritto io. L’unica cosa su cui siamo in disaccordo è la quantità eccessiva o meno dei ralenti, ed è una questione su cui c’è poco da controbattere: in alcune occasioni secondo me il ralenti è fuori luogo e alla lunga risulta fastidioso. Che il protagonista si muova spesso lentamente (o meglio: in maniera compassata) è vero, se poi ci siano dei “finti ralenti” non saprei, bisognerebbe rivederlo apposta. Va comunque detto che la versione che si trova online, che è presumibilmente quella che lui ha controllato, conta fino a un certo punto essendo diversa da quella uscita nelle sale (quasi totalmente nella colonna sonora e forse anche in alcune cose di montaggio).

    Daniele, non so se sia giusto definire il finale “aperto”. Nel senso che lo è come lo è quello di qualunque altro film, ossia che la vita dei personaggi prosegue anche dopo i titoli di coda. Ma in sé la storia è chiaramente conclusa, e se vogliamo proseguire il parallelo con Clint Eastwood col quale ho aperto la recensione, lo si può paragonare al finale di “Impiccalo più in alto”, in cui lui se ne va a cavallo e lei rimane in casa a piangere la partenza dell’uomo che ama.

    Non so in effetti quanto sia possibile intuire la trama del film senza averne letto in giro. Si presenta come un film alla “Fast & Furious” e di conseguenza spiazza inizialmente molto lo spettatore. Anche il trailer lungo, che racconta praticamente tutto della storia (rovinando quindi un bel po’ la visione), non riesce a far capire che tipo di atmosfera il film crea e che tipo di personaggio è il protagonista.

  7. Fabrizio scrive:

    Visto.

    Premetto che io ero andato al cinema aspettandomi chiaramente qualcosa di questo tipo, non un Fast & Furious, ma ovviamente i ragazzi e le ragazze della X-generation no e infatti a loro le “pause” del protagonista facevano ridere e i commenti più interessanti che ho sento fare loro alla fine sono stati: “ma alla fine non scopano neanche!… Che finale di merda!…Che film di merda!… Erano meglio i Puffi”. Credetemi, trattandosi non di 15enni, fa tristezza sentir dire ste cose quando tu pensi di aver visto uno dei migliori film degli ultimi anni.

    Fatta questa premessa, devo dire che anche a me i ralenti non sono dispiaciuti e che l’unica situazione in cui, secondo me, il regista esagera un pò troppo è la scena dell’ascensore verso la fine. Non so a cosa Alberto si riferisca di preciso (lirismi a parte) quando dice che quel poco che manca è tutta colpa del regista, ma a parte uno “scontro finale” che secondo me poteva essere gestito meglio sia come scenneggiatura sia come regia, il risultato finale è praticamente merito suo. Diciamo che io la penso all’opposto rispetto ad Alberto: quel poco che manca al film per essere davvero non grande ma grandissimo (perché grande lo è) riguarda forse la – comunque ottima – sceneggiatura.

  8. Daniele scrive:

    mmmhhh non ne sono tanto sicuro che sia paragonabile a film come impiccalo più in alto. Nei film di Clint l’eroe ha dimostrato talmente tanto la sua superiorità che se ne va tranquillo e tu sei certo che continuerà a vivere, questo driver si prende una coltellata sul fegato e mi stava benissimo che fosse morto dentro la sua macchina (l’aveva pure detto alla donna che probabilmente non tornava vivo) poi invece muove gli occhi e quando credi che si salvi e sei felice ti accorgi che mentre guida la strada è fuori fuoco, come se stesse morendo. insomma bisogna essere decisi nel finale di film del genere. sarebbe stato un gran bel film se avesse accorciato l’inizio cosi lento.

  9. Fabrizio scrive:

    Beh, ma non è propriamente un finale aperto. Gosling se ne va e secondo me non si vuole dare l’idea che sia morente quanto piuttosto che sopravviverà. Comunque il cerchio della vicenda è chiuso, al massimo puoi appunto domandarti se il protagonista sopravviverà a lungo nonostante le ferite, ma insomma è secondo me un punto secondario rispetto al finale stesso.

    Credo che, come dice Alberto, il finale non sia più aperto della maggior parte dei finali cui di solito assistiamo.

  10. Alberto Cassani scrive:

    Be’, ovviamente i due finali non sono identici: si tratta pur sempre di un parallelo proposto da me, non di un remake fatto dal regista… La tua lettura della sfocatura finale, Daniele, mi sembra comunque esagerata, anche perché semmai si ricollega perfettamente alla prima scena, quando con la stessa identica inquadratura incrociano l’auto della polizia al semaforo poco prima di arrivare allo Staples Center per nascondersi tra i tifosi dei Clippers, quindi semmai la si può leggere come un “il pericolo è dietro l’angolo ma sappiamo che lui ha già previsto tutto”. E’ vero che il finale non è propriamente secco e asciutto come vorresti, ma in fondo non lo è tutto il film.
    Proprio questa mancanza di asciuttezza penso sia il limite più grosso della regia di Refn: la confezione sembra un’insegna gigante con su scritto “sono bravo, lo so e voglio essere sicuro che lo sappiate anche voi”. Ci sono dei momenti meravigliosi, altri che sono solamente compiaciuti – non solo i ralenti ma anche le inutili insistenza sulla giacca, ad esempio. Quel poco che manca, manca a causa della mancanza (voluta?) di autocontrollo da parte del regista. Che poi anche la sceneggiatura non sia perfetta è verissimo, comunque.

  11. Fabrizio scrive:

    Alberto, a te il modo in cui il regista ha diretto la scena dell’ascensore è piaciuto?
    Secondo me l’idea registica è interessante ma Refn eccede.

  12. Alberto Cassani scrive:

    Sì, ma con riserva. Nel senso che è banalissimo il modo in cui lui si accorge della pistola, poi però la lotta è ben girata e l’esagerazione è giustificata dalla necessità dello sconvolgimento di lei per ciò che ha appena visto.

  13. Fabrizio scrive:

    Ok. Però io per possibile esagerazione intendevo il modo in cui il regista gestisce l’inizio della scena, ovverosia la luce che illumina i due protagonisti lasciando il terzo in “disparte” e il ralenti sul bacio. Mi chiedevo se la scelta ti fosse piaciuta, se avessi trovato bella l’idea ma eccessiva la messinscena o se non ti fosse proprio piaciuta la cosa. Perché quella è forse l’unica (o quasi) situazione in cui ho avvertito un reale eccesso, un lirismo che ci stava ma che risulta comunque sovrabbondante.

  14. Plissken scrive:

    Da recensione: “Basta la prima scena – la prima fuga – per capire che, nonostante le premesse, siamo in un universo cinematografico completamente diverso da quello di Transporter e simili.”

    E meno male p*rca miseria, Alleluia! Senza questa premessa, non sarei andato a vedere il film.

    Di questi tempi uscire dalla sala soddisfatti per l’aver visto un bel film è di per sé già una bella cosa: pensare poi a postumi alla incredibile banalità del soggetto ed al fatto che durante la visione non si ha modo di accorgersene, non può a mio personale avviso che portare un’altra freccia all’arco di questo regista.
    Non lo conosco molto bene avendo visto solo “the pusher” e “Bronson”: il primo m’è sembrato parecchio sopravvalutato, il secondo molto interessante ma non certo memorabile. Questo film invece, rispetto ai due citati, mi è parso più “maturo” e non mi meraviglierei se qualcuno avesse appoggiato o consigliato il regista al fine di smorzare toni troppo “esuberanti” che ho ravvisato nelle altre sue pellicole.

    Ho apprezzato molto la fotografia e l’ambientazione, con tanto di riprese aree sulla città e successiva presa visione dell’agglomerato urbano in chiave notturna, che immerge lo spettatore in un contesto reale e surreale al tempo stesso; credo meritino menzione particolare le musiche, a mio avviso assolutamente inscindibili dal contesto e facenti parte del film tanto da travalicare la definizione di “commento”.

    A me la scena dell’ascensore è piaciuta parecchio: contrasto tra “l’io” filantropo del protagonista ed il proprio lato oscuro, manifestatosi o meglio rivelatosi in tutta la sua irruenza alla protagonista femminile in una delle poche scene che ho visto in un film in cui l’effetto “splatter” ha ragione d’essere. Tutto sommato poi, il contrasto tra i ritmi lenti e le improvvise accelerazioni sono una delle caratteristiche più facilmente ravvisabili nonché affascinanti della pellicola (credo).

    Riguardo il personaggio principale, sempre nella mia personale percezione, assume valenza talmente elevata da porre in secondo piano coloro con cui interagisce: mi è sembrato studiato molto bene, alzi la mano chi all’inizio del film non ha pensato “che faccia da p*rla” per poi ricredersi man mano che la sua risolutezza veniva esplicata mediante una sceneggiatura attenta e poco incline allo “potevamo stupirvi con effetti speciali”.

    Il soggetto è appunto quel che è, ma il “come” viene svolto fa passare in secondo piano il “cosa”, riuscendo a rendere il tutto piuttosto avvincente ed appagante.

    Insomma, un film perfetto magari non è, ma nel complesso l’ho trovato molto interessante e ne consiglierei senz’altro la visione.

  15. Alberto Cassani scrive:

    Fabrizio, diciamo che secondo me il ralenti su tutto l’inizio della scena è eccessivo: fosse stato solo sul bacio sarebbe stato meglio. Pero’ non mi ha infastidito.

    Plissken: io apprezzo sempre molto quando un film ha uno stile congruo fin dalla prima sequenza. Le cose alla “Dal tramonto all’alba”, che per metà sono un tipo di film e poi diventano un film completamente diverso non mi piacciono per niente. Ma anche i film che cambiano ritmo ogni due per tre senza motivo. In questo caso Refn è stato bravo a dar subito l’idea di cosa avremmo visto, per cui se uno si aspetta Luc Besson o Michael Bay capisce subito di avere sbagliato sala, se invece si aspetta qualcosa di più attento comincia subito a ben sperare.

  16. Plissken scrive:

    Tengo a precisare, a scanso di equivoci, che la mia non era un’affermazione ironica: se si fosse trattato di un film anche solo in parte simile a “Transporter” non mi avrebbe interessato, non mi piace quel genere.
    In verità il titolo “Drive” mi aveva impressionato parecchio (in negativo) e non essendo propriamente un fan di Refn pur avendo avuto modo di apprezzare più che altro “Bronson”, non sarei andato a vederlo.

    Quando ebbi modo di visionare per la prima volta “Dal tramonto all’alba” mi sorprese moltissimo, davvero non mi sarei aspettato un tale cambio di registro, quindi lì per lì mi lasciò una buona impressione. Mai più rivisto. Non lo considero certo un grande film, anche perché nonostante il suo indubbio talento Rodriguez non mi ha mai convinto del tutto.

    Caspiterina Cassani: non vuoi mettere Bay e Besson sullo stesso piano, vero? :-)

  17. Alberto Cassani scrive:

    Avevo capito che dicevi sul serio, Plissken. Comunque non metto Bay sullo stesso piano di Besson, ma il Besson produttore realizza film machisti tali e quali quelli di Bay.

  18. Plissken scrive:

    Si chiedo venia per la precisazione forse inutile ma in forma scripta si fa presto ad equivocare :-)

    Besson in effetti come produttore bada a film “di cassetta”, per fortuna come regista non mi sembra ancora piombato nel baratro.

  19. pino scrive:

    un capolavoro.

  20. WarezSan scrive:

    L’ho visto poco fa.
    Meraviglioso, Ryan Gosling ,mi ha subito fatto pensare all’Estwood dei film di Sergio Leone.

    Alcune scene sono davvero memorabili, la scena dell’ascensore in particolare mi ha davvero emozionato.
    Il modo in cui lui la fa arretrare per proteggerla baciandola e’ divino. Si muove in modo davvero carismatico..
    Il portamento di Gosling trasuda presenza scenica da ogni gesto, il suo personaggio e’ caratterizzato benissimo e lascia interavvedere una complessita’ notevole.

    Per certi versi mi ha ricordato anche il protagonista di “Non e’ un paese per vecchi” (con i debiti distinguo ovviamente).
    Le scene gore le ho sempre trovate funzionali alla storyline e mai al colpo di scena ricercato in modo forzoso fine a se stesso.
    Molte le scene simboliche atte ad aiutare la personalita’ del protagonista come ad esempio quando si mette la maschera della controfigura. L’ho immediatamente letto come un messaggio simbolico che fa capire che tipo di vita si e’ scelto (una maschera nella vita che di rado toglie se non quando messo alle strette) .
    Ma il vero protagonista e’ sempre lui, Ryan Gosling, che con uno sguardo e’ in grado di comunicare quello che molti altri non riescono a fare con mille parole enfatizzate.

    P.s. Alberto, io ho visto al versione che si trova online, vorrei capire pero’ in cosa si differenzia la versioen proiettata al cinema (che mi sono perso :( ).

    Mauro.

  21. Plissken scrive:

    Che coincidenza, l’ho riguardato anch’io giusto due giorni fa. Ad una seconda visione, contrariamente a quanto sovente accade, il film non ha perso nulla ai miei occhi ed anzi mi è parso ancora più valido.
    Oserei dire che in questo periodo in cui il Cinema non brilla granché questo film è “davvero grande”, credo che ne resterà memoria e che si avvii a divenire (con merito) un “cult”.

  22. Alberto Cassani scrive:

    Warez, pensa che il protagonista avrebbe dovuto essere Hugh Jackman… Comunque ormai in rete si trovano entrambe le versioni, quindi non è detto che tu abbia visto la prima. Di certo, se l’hai visto in italiano hai visto la versione uscita in sala. Quella presentata al Festival di Cannes e subito arrivata su internet, rispetto a quella ufficiale ha di diverso soprattutto la colonna sonora, perché Cliff Martinez non aveva fatto in tempo a finirla e quindi Refn aveva usato delle musiche di repertorio (tra cui un pezzo di Brian Eno nella scena dell’ascensore). Per il resto le differenze sono minime, perché mancano alcuni piccoli effetti speciali e qualche sequenza è leggerissimamente diversa. L’unica differenza abbastanza importante che ho trovato è nel finale, in cui nella versione definitiva quando lui si allontana dal cadavere si vede il sacco di soldi che ha lasciato indietro, mentre nella prima si passa più rapidamente all’inquadratura di lei che cammina nel corridoio, dando quindi l’impressione che lui si sia tenuto i soldi.
    Capire che versione hai visto è molto semplice, se hai ancora il file: in quella di Cannes nei titoli di testa la musica è accreditata ad Angelo Badalamenti (che in realtà col film non c’entra niente) e la tv nella stanza in cui il film si apre è spenta (mentre in quella definitiva hanno sovrimpresso elettronicamente le immagini della partita di basket). Ad ogni modo, capita abbastanza spesso che nei festival vengano presentate versioni non definitive perché l’uscita in sala è prevista diverso tempo dopo. A Venezia, ad esempio, abbiamo visto “Bobby” in versione dichiaratamente “work in progress” e prima ancora “Elizabethtown” con un finale diverso da quello definitivo.

  23. Donato scrive:

    L’ho visto stasera in DVD. Grande film. Veramente splendido.

    Mi ha ricordato molto un bel film del 1978, diretto da Walter Hill, interpretato da Ryan O’Neal e dal titolo originale “The driver” (titolo italiano: “Driver l’imprendibile”).

    I due film si somigliano moltissimo, nella trama, nelle ambientazioni (interamente metropolitane e quasi sempre notturne), nella caratterizzazione dell’interprete principale (altro che Clint Eastwood, Gosling ha uno stile di recitazione molto simile a quello di O’Neal e i tratti del suo personaggio sono quasi identici a quelli del protagonista di “The driver”) e nei toni decisamente “noir”.

    Avendo visto entrambi i film, posso affermare che Drive, se non raccontasse una storia diversa e con personaggi diversi, potrebbe essere considerato quasi un remake attualizzato del film di W. Hill, sebbene possieda delle caratteristiche di originalità che lo rendono comunque un film con la F maiuscola.

    Piuttosto, non posso fare a meno di chiedermi una cosa: com’è possibile che un film così ben fatto non sia stato gratificato, non dico da un Oscar, ma almeno da qualche nomination?

  24. Alberto Cassani scrive:

    Non ho mai visto il film di Hill (ma a questo punto lo cerco), per cui non posso dir nulla sulle somiglianze stilistiche tra le due pellicole. Per gli Oscar, c’è da notare che il film non è stato preso in considerazione neanche per il Golden Globe, per cui direi che non è proprio piaciuto a chi vive negli Stati Uniti.

  25. Alberto Cassani scrive:

    Ho visto “Driver”, e a dire la verità vedo meno somiglianze di quante ne ha notate Donato. E’ vero che i due protagonisti hanno alcuni tratti in comune, ma al di là del lavoro che svolgono i due film sono completamente diversi come stile e come storia. Vero però che, se fosse plausibile pensare che Refn o Amini avessero visto il film di Hill, non si potrebbe evitare di considerarlo come una fonte di ispirazione per “Drive”.

  26. Donato scrive:

    Beh, tieni presente che tra i due film sono trascorsi qualcosa come quasi 35 anni, è chiaro che lo stile di regia e le tecniche di ripresa non possono essere paragonate, mentre per quanto riguarda la trama, avevo già specificato che si trattava di due storie diverse.

    Le analogie principali riguardano i tratti caratteriali dei due personaggi protagonisti (entrambi autisti al servizio della mala, taciturni, professionali, perfezionisti, freddi e, all’occorrenza, duri e violenti), le atmosfere noir e, soprattutto, lo stile di recitazione dei due attori, che, curiosamente, fanno entrambi di nome Ryan…

    Poi, ovviamente, “The Driver” è un film dei mitici anni ’70 e, pertanto, risente fortemente l’influenza del suo tempo, così come Drive, che è un film del terzo millennio, manifesta aspetti e tendenze tipiche del cinema dei nostri giorni, come ad esempio le esplosioni improvvise di violenza efferata che, forse mi sbaglierò, ma mi sono sembrate quasi di sapore tarantiniano…

    Una curiosità: “The Driver” si riesce a trovare in giro? Perché è uno di quei film degli anni 70-80 che rivedrei volentieri. A proposito, che te ne pare? Io l’ho visto davvero molti anni fa e, per tale motivo, ne ho dei ricordi un po’ sbiaditi, anche se a suo tempo mi fece un’ottima impressione.

    Purtroppo, molti film degli anni 70-80 sono finiti nel dimenticatoio e non sono facili da trovare. Alcuni sono letteralmente introvabili. Ad esempio, io vorrei tanto rivedere due polizieschi noir diretti da Alain Delon nei primi anni ’80 (“Per la pelle di un poliziotto” e “Braccato”), ma sono introvabili. Per l’home video sono stati resi disponibili solo in VHS e non è mai stata realizzata la versione in DVD. Per carità, non sono dei capolavori, sono giusto due “polar” realizzati con sufficiente mestiere, ma li rivedrei volentieri solo per poter (ri)ammirare una giovanissima e splendida Anne Parillaud che recita in entrambi i film a fianco di Alain Delon.

  27. Alberto Cassani scrive:

    Io l’ho trovato facilmente in un sito di streaming che si chiama Vidics, uno dei due che utilizzo solitamente insieme a LetMeWatchThis. Probabilmente il file era un riversamento da una VHS, visto la qualità non eccelsa ma comunque sufficiente. Poi nel dubbio avevo scaricato anche i sottotitoli da podnapisi, ma non mi sarebbero serviti (al massimo per un paio di dialoghi di Bruce Dern, che è l’attore più incomprensibile di Hollywood dopo Nick Nolte). In generale, comunque, i film si trovano con relativa facilità se hanno una versione inglese, altrimenti bisogna smanettare di più e non è detto di riuscirci.

    Comunque sì, è ovvio che lo stile registico sia diverso anche e soprattutto per via dell’età, ma proprio per questo non mi sento di dire che Refn possa conoscerlo e averne preso spunto. Semmai non è da escludere che fosse Gosling (da cui parte il progetto di “Drive”) a conoscerlo e averlo tenuto a mente per questo film. Come dici, le somiglianze sono soprattutto nei personaggi protagonisti (e relativa recitazione) e nell’ambientazione, mentre le atmosfere pur essendo comunque noir mi sono parse ben diverse. Ad ogni modo è un buon film, con belle scene d’azione e la ormai dimenticata capacità di far star zitti i personaggi quando non serve parlare. Isabelle Adjani però sembra catatonica.

  28. Plissken scrive:

    “The Driver” lo vidi anche io, e neanche tanto tempo fa (ce l’ho). Forse il miglior Hill tra ciò che ho visto di suo. In effetti qualcosa in comune con il film di Refn c’è, con riferimento ai già citati tratti salienti che definiscono il protagonista ed anche ad un’ambientazione sovente notturna. Il soggetto in effetti è molto diverso, ma ad esempio in “Drive” nel primo inseguimento vi è una “pausa” (in cui Gosling si “nasconde” con l’auto) che richiama parecchio una scena del film di Hill, per cui secondo me è plausibile che possa essere servito pur se in minima parte come fonte di ispirazione per qualche scena.

    @Donato
    I film di Delon mi pare di averli (forse in VHS o riversati in DVD), devo solo cercarli nel mio “archivio”.
    Casomai, se posso rendermi utile, ben volentieri; “Braccato” dovrei averlo, lo vidi e mi parve un buon film, “Per la pelle di un poliziotto” non ricordo, ma in ogni caso non l’ho mai guardato.
    I Polar piacciono parecchio anche a me a partire dai film con Gabin passando ovviamente per Melville fino a quelli di Marchal. Hai visto “36 quai des Orfevres”?

    Per la cronaca, anche io cerco un film (per me) introvabile: “La verité” di H.G. Clouzot con Brigitte Bardot: lo avevo in VHS, registrato dalla RAI, ma si è rovinato ed ho dovuto buttarlo, assieme ad altri 3-400 film se non di più, porc*ccia la miseria. Se qualcuno sapesse come reperirne uno in italiano o con sottotitoli o vedesse che ripassa in TV…

  29. Donato scrive:

    x Plissken

    Certo che ho visto “36 Quai des Orfevres”. Gran bel film. Drammatico, tragico, quasi shakespeariano. Con un Depardieu in un insolita veste di cattivo.

    Non conosco invece il film che stai cercando (“La verité”).

    Quello dei polar francesi è un filone di stampo poliziesco-noir che è andato molto di moda negli anni ’70-’80, per poi decadere progressivamente (un po’ come le commedie scollacciate all’italiana qui da noi). va detto che tra i molti polar mediocri o poco più che discreti si possono trovare alcune vere e proprie perle, firmate da registi di indiscusso talento (come ad es. C. Chabrol o B. Tavernier).

    Ad esempio, vorrei tanto rivedere i due film che hanno come protagonista l’ispettore Lavardin, uno dei poliziotti più bastardi e figli di p##tta** che si siano mai visti sul grande schermo. Anche questi sono introvabili. Sono passato più volte da varie videoteche per chiedere se esisteva la versione in DVD. Niente da fare, purtroppo.

  30. Alberto Cassani scrive:

    Oddio, secondo me “36” non è tutto ‘sto capolavoro. Certo rispetto alla situazione attuale del genere è acqua nel deserto, ma sono già molto evidenti i difetti che Marchal metterà bene in mostra nel successivo “L’ultima missione”. Comunque personalmente più che i polar preferisco i noir di Clouzot.

  31. Plissken scrive:

    Beh anche a me piace molto Clouzot e penso che i suoi lavori abbiano una matrice più “personale” rispetto all’impostazione riscontrabile nei Polar, che tutto sommato riprendono sovente la vena Chandleriana/Hammettiana presente in un certo poliziesco americano. Nonostante ciò credo che parecchi registi transalpini (tra cui quelli citati da Donato) abbiano saputo (ri)proporre stilemi d’oltreoceano conferendogli una propria identità ed andando quindi oltre una semplice clonazione.

    Riguardo Marchal, il suo “Quai des orfevres” non è a livello del Clouzotiano ma personalmente mi apparve come una boccata d’ossigeno nel desolante panorama europeo e non solo (beh si, acqua nel deserto è lo stesso :-). Credo che Marchal, che ha manifestato i propri limiti anche nella pur interessante serie TV “Braquo”, abbia fatto un ottimo lavoro evidenziandio una certa perizia non solo nella regia ma anche nell’ambientazione crepuscolare, al di là dei difetti riscontrabili. Per i miei gusti, uno dei migliori polizieschi degli ultimi anni.

    @Donato, prova a vedere qui per il DVD di Lavardin

    http://www.mediashopping.it/catalogo/dvd/cinema/poliziesco/il-commissario-lavardin-dvd-440161-MSH-MSH_Shop-Site-WFS-it_IT-EUR.shtml

  32. Donato scrive:

    Beh, molti dei polar francesi sono film mediocri o poco più, spesso molto stereotipati. Tanto per dire, i due che avevo citato in precedenza sono filmetti costruiti su misura per esaltare il noto egocentrismo narcisistico di Alain Delon (non per niente sono diretti e interpretati da lui stesso). Però, come ho detto prima, in mezzo a questi ce ne sono alcuni che sono di ottimo livello, ben diretti ed interpretati e con sceneggiature e dialoghi di buona qualità. Un esempio di questi ultimi sono proprio i due con protagonista l’ispettore Lavardin (“L’inspecteur Lavardin” e “Poulet au vinagre”) entrambi interpretati da Jean Poiret e diretti da Claude Chabrol.

    Riguardo a “36 Quai des Orfevre”, in parte concordo con ciò che hai detto, nel senso che non lo considero un capolavoro, ma comunque un buon film, con una sceneggiatura robusta e buone intepretazioni. Peraltro, credo che sia ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto.

  33. Alberto Cassani scrive:

    Sì, sì: i difetti di “36” sono praticamente tutti nella regia di Marchal; storia, ambientazione e personaggi funzionano invece egregiamente. Marchal se non mi sbaglio era stato poliziotto lui stesso, e mi pare che in effetti questo film (o forse il suo precedente) fosse ispirato a un caso reale.

  34. Donato scrive:

    Oooops…. Sono stato preceduto…

    x Plissken

    Grazie per la dritta. Proverò a dare un’occhiata. Di certo non mi rassegno, anche perché il 99% dei film che producono attualmente li trovo insopportabili e, forse anche a causa della vecchiaia incipiente, preferisco sempre più spesso rivedere i vecchi film, piuttosto che perdere tempo a guardare quelli nuovi, che mi lasciano quasi sempre insoddisfatto…

  35. Donato scrive:

    Grande Plissken!!!! Ottima dritta. A quanto pare hanno fatto una collana di DVD dedicata a Claude Chabrol. Con un po’ di fortuna forse riesco a procurarmi entrambi i film di Lavardin.

    Grazie ancora…

  36. Plissken scrive:

    Di niente ci mancherebbe. :-) In bocca al lupo…

  37. Alberto Cassani scrive:

    Tra l’altro, parlando di noir in senso lato, consiglio caldamente “Memories of Murder” e in misura minore “Mother”, del coreano Bong Joon-ho (quello di “The Host”).

  38. Andrea scrive:

    Bel film, anch’ io all’inizio pensavo fosse il remake di ‘Driver – l’imprendibile’ invece poi il film prende tutta un’altra piega. Lo stile enfatico e pomposo, i silenzi e il tipo di musica a me ricordano molto invece la regia di Michael Mann.

  39. Daniele scrive:

    Abbastanza incompiuto come film, mi aspettavo molto meglio

  40. Marco scrive:

    Albe l’hai visto “Blue Valentine”? Che ne pensi?

  41. Alberto Cassani scrive:

    No, Derek Cianfrance è un regista di cui non ho mai visto nulla.

  42. Marco scrive:

    Comunque ti consiglio di vederlo, anche solo per le eccezionali prestazioni di Gosling e Williams.
    Altro pregio è il comparto musicale ed un’attenta regia.

  43. Marco scrive:

    Albe visto l’ultimo di Refn?
    Personalmente lo potrei definire così: inizio moscio almeno fino ai primi 15-20 minuti, poi ingrana bene, e parecchio, arrivando a punte di regia encomiabili, e finisce in modo brusco, frettoloso ed assai criticabile, lasciandoci con la tipica domanda: “Tutto qui?
    La fotografia plumbea, monocromaticamente nera e rossa rende bene quello che il regista vuole mostrarci di Bangkok. Musiche eccezionali che sottolineano in modo egregio tutte le scene, sia quelle più vigorose che quelle “secondarie”.
    Purtroppo a volte il regista ci “regala” scene oniriche, statiche, troppo silenziose ed artificiosamente autoriali per i miei gusti che rallentano non poco la visione ma si lasciano guardare sia per le prestazioni attoriali che, appunto, per le musiche.
    Le esecuzioni del poliziotto sadico sono in linea con la visione violenta di Refn: crudeli, splatter e niente è lasciato intendere. Ho apprezzato.
    La migliore sicuramente la Thomas, un ruolo inedito per lei che ha saputo svolgere alla perfezione (una milf così la vorrebbero tutti!).
    Storia che in realtà è un pretesto per mostrare i gironi dell’inferno che il protagonista affronta.
    La grandiosità di “Drive” assolutamente non è stata riproposta.
    Imperfetto purtroppo.

  44. Plissken scrive:

    Concordo, aggiungo anche che il film appare piuttosto pretenzioso. Gli elementi che danno forza a “Drive” qui la tolgono, in quanto portati all’eccesso. Opinione personale ovviamente.

  45. Alberto Cassani scrive:

    Sì, sono andato a vederlo con le migliori intenzioni e mi sono annoiato e arrabbiato tantissimo. Avete ragione, registicamente propone le stesse cose che si aspettano gli amanti di “Drive” senza rendersi conto che non funzionano minimamente. D’altra parte non stiamo parlando di un grandissimo regista: all’interno della sua filmografia “Drive” è un’eccezione, non la norma.

  46. Plissken scrive:

    Concordo pienamente; avendo visto i film più “significativi” di Refn ho constatato che, perlomeno secondo i miei gusti, sono molto al di sotto del livello di “Drive” per quanto a tratti interessanti.

  47. Guido scrive:

    Alberto, se posso permettermi, io non sono d’accordo.
    Secondo me Refn è uno dei registi più interessanti del panorama attuale.
    A parte “Drive”, che personalmente considero uno dei migliori noir (e non solo) della cinematografia recente, capace perfino di migliorare il libro, anche gli altri suoi film che ho visto sono di grande qualità.
    La trilogia dei “Pusher” è assolutamente imperdibile, soprattutto il secondo e il terzo, due film potentissimi.

    Per quanto riguarda “Solo Dio perdona”, la questione è diversa. Quando l’ho visto al cinema (pure io con le migliori intenzioni viste le stroncature ricevute a Cannes) mi era piaciuto, ma alcune scelte registiche e alcuni momenti mi erano sembrati forzati. Quando poi l’ho rivisto in home video sono rimasto assolutamente “ipnotizzato” dalla sua estetica e l’ho apprezzato tantissimo.
    Mi piacerebbe sapere poi quali sono le cose che, secondo te, non funzionano minimamente.

    Refn ribadisce nelle sue interviste, con una buona dose di oggettiva arroganza, che il suo cinema è da “prendere o lasciare”. Io prendo.

  48. Alberto Cassani scrive:

    Guido, sicuramente Refn è un regista visivamente molto interessante ma credo sarai d’accordo nel dire che gli altri suoi film non sono a livello di Pusher e Drive (non ho visto i due tra il primo e il secondo Pusher, però). Che poi Drive sia ben al di sopra di quelle che sono le sue normali capacità alla fine può capitare, come un cantante azzecca il disco della vita così capita anche ai registi (mi viene in mente il Robert Harmon di The Hitcher, ad esempio). Poi l’atteggiamento arrogante deve averlo imparato da Von Trier, di cui se non ricordo male suo padre era montatore.

    In “Solo Dio perdona” la pomposità della ricerca visiva mi aveva infastidito, come anche la passività del protagonista (o meglio: il modo in cui è mostrata) e il modo in cui si arriva alla conclusione. In sostanza il film mi ha annoiato tantissimo, e mi sono irritato perché mi ha dato l’impressione di una paraculaggine clamorosa.

  49. Guido scrive:

    D’accordissimo sulla similitudine con il cantante che azzecca il disco della vita.
    Non a caso “Drive” piace a tantissimi, mentre già lo stesso “Solo Dio perdona” spacca a metà pubblico e critica.

    Ma dove le vai a trovare tutte queste chicche? Sup padre montatore di Von Trier?? Fantastico. :)
    Tra l’altro volevo portare come esempio di arroganza proprio Von Trier (regista che apprezzo), ma vedo che siamo implicitamente d’accordo.

  50. Alberto Cassani scrive:

    Fu lui stesso a dirlo, a Cannes quando presentò “Drive”. Disse che da piccolo vedeva il padre lavorare a un importante film di Von Trier e si convinse di poter fare meglio. Ma cito a memoria, magari il padre faceva un altro mestiere e non il montatore. Adesso controllo.

  51. Alberto Cassani scrive:

    No, ricordavo bene: suo padre è effettivamente il montatore di Von Trier. La citazione è però probabilmente sbagliata, ma il senso era quello: non mi interessa quel tipo di cinema, voglio fare di meglio.

  52. Guido scrive:

    Basso profilo, insomma…

  53. Alberto Cassani scrive:

    Se cammini con lo zoppo impari a zoppicare… Poi in una famiglia di artisti le teste calde nascono più facilmente.

  54. Guido scrive:

    Avevo perfino letto che Gosling non era andato a Cannes 2013 perché aveva “fiutato” il fiasco di “Solo Dio perdona”. Tu pensi che un attore si renda conto di quando ha fatto un brutto film a montaggio terminato?
    E poi, che ne pensi di Gosling? Personalmente è uno dei miei preferiti.

  55. Alberto Cassani scrive:

    Trovo che sia molto bravo nel capire quando aggiungere e quando togliere, nella sua interpretazione: quando recitare sopra le righe o sotto. Però ancora devo vederlo recitare in maniera “media”.
    Di “Solo Dio perdona” Gosling era anche produttore esecutivo, quindi non ci credo che non si fosse reso conto prima di che tipo di film stava uscendo. Ufficialmente non è andato a Cannes perché stava girando un altro film (il nuovo di Terence Malick?), ma non è detto fosse vero.

  56. Guido scrive:

    Grazie mille delle risposte. :)

  57. WarezSan scrive:

    Ho rivisto ora i primi minuti di Drive, ho trovato almeno due passaggi simbolici notevoli.

    il primo nel momento in cui si mette la maschera, a simboleggiare il modo in cui vive. Privo di una personalità propria. Il secondo quando a casa di lei ripresa frontalmente specchia la sua immagine in uno specchio alla sua sinistra con attaccate le foto dei figli e del marito. Un presagio degli eventi che verranno di li a poco .

    In Drive, i silenzi sono riempiti dalla grande presenza scenica del protagonista. In Solo Dio perdona sono funzionali all’estetica che però non basta.
    Lento, autoreferenziale.
    E’ possibile vedere chiaramente la struttura della sceneggiatura. Brutta cosa, un film dovrebbe essere vicino ad un sogno ad occhi aperti.
    La fotografia la ricordo ottima, come anche le inquadrature sempre geometricamente precise. Se non fosse per le luci sembrerebbe quasi avere un taglio coreano.

    Non sono stati i silenzi a rendere grande Drive, non è stata l’estetica.
    E’ stato un film costruito su una storia che si adattava perfettamente agli interpreti.

    Imho!

  58. Alberto Cassani scrive:

    Diciamo che generalmente un film diventa un grande film proprio perché tutti gli elementi vanno perfettamente al loro posto. “Drive” senza i silenzi o con un altro gusto estetico sarebbe stato infinitamente peggiore.

  59. Anonimo scrive:

    Visto stasera su la7 ottimo film

  60. Genchi scrive:

    Scusate se torno a Drive, ma l’hanno riproposto stasera su la 7: un capolavoro! Per me che ho vissuto da piccolo gli 80 è un tuffo nel passato. La musica, i titoli iniziali in color magenta, lui vestito sempre uguale, le luci, tutto perfetto! Una domanda o curiosità: avete presente la scena di quando sono tutti e tre in macchina in quel canalone artificiale? È una citazione o è una mia sbagliata interpretazione? Nel film cè un inseguimento in quedto posto ed è un sequel ;)

  61. Alberto Cassani scrive:

    Non penso che sia una citazione precisa quanto un luogo comune del cinema, nel vero senso della parola: abbiamo visto spesso scene ambientate in quei canaloni di Los Angeles, come le abbiamo viste sotto i ponti di New York.

  62. Plissken scrive:

    Perfino in “Grease” ce n’è una :-)

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