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"La versione di Barney" di Richard J. Lewis

10 settembre 2010 Recensioni 6 Commenti
La versione di Barney

Medusa, 14 Gennaio 2011 – Omogeneizzato

Quarant’anni di vita di Barney Panofsky, ebreo, peccatore, uomo di lettere e marito di tre mogli. Tra l’Europa e il Canada, ha condotto un’esistenza di amore, apparenze e mistero, e ora è giunto il tempo dei bilanci…


Paul Giamatti e Rosamund Pike in La versione di BarneyA giudicarlo come si dovrebbe, senza pensare al testo originale da cui è tratto, La versione di Barney si rivela un buon film, girato senza guizzi ma con una certa lineare compattezza. Fin dove, però, è lecito apprezzare un’opera che mira basso e perde l’occasione di cimentarsi veramente con un romanzo di tale statura? La risposta dipende da quanto si è interessati al fascino del romanzo di Mordecai Richler, pubblicato in chiusura di secolo da un romanziere esperto a fine cammino. C’era, nel suo Barney, un gusto per l’accumulazione disordinata e un discorso narrativo fondato sull’inaffidabilità come criterio esistenziale.
Paul Giamatti e Dustin Hoffman in La versione di BarneyConcettualmente siamo agli antipodi rispetto a questa parabola dai contorni ben definiti e dal ritmo ordinato. I tagli e le semplificazioni la rendono giustamente accessibile, ma le decisioni più profonde la fanno sembrare superflua: il progressivo aggravarsi delle condizioni di Barney diventa ad esempio uno sviluppo della trama invece di esserne alla base; due scene in una Trastevere addobbata agli anni Settanta non catturano lo spirito del tempo novecentesco; il romanzo che si nutriva della Storia diventa un film che sembra nato e morto l’altroieri.

Paul Giamatti e Minnie Driver in La versione di BarneyUna volta accettate queste differenze, si può serenamente concentrarsi sulle belle prove offerte dal cast, con un mostruoso Giamatti (che già da qualche anno si fa fatica a ricordare nel suo passato da caratterista) e un Dustin Hoffman che con ruoli del genere non potrà più lamentarsi di non essere usato al meglio dal cinema contemporaneo. Se per loro l’eccellenza era prevedibile, stupisce invece il dolce rigore che Rosamund Pike conferisce alla sua Miriam, davvero ottima.

Pur priva di inventiva da un punto di vista registico, questa versione di Lewis (veterano del televisivo CSI) sa essere toccante, in modo più o meno manipolatorio, e saprà trovare un pubblico ampio. E pazienza se il film che sarebbe potuto essere  non esisterà: anche Barney Panofsky avrebbe apprezzato l’ironia di questo fallimento.


La locandina di La versione di BarneyTitolo: La versione di Barney (Barney’s Version)
Regia: Richard J. Lewis
Sceneggiatura: Michael Konyves
Fotografia: Guy Dufaux
Interpreti: Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike, Scott Speedman, Minnie Driver, Bruce Greenwood, Rachelle Lefevre, Jake Hoffman, Anna Hopkins, Saul Rubinek, Mark Addy, Macha Grenon, Thomas Trabacchi, Paula Jean Hixson
Nazionalità: Canada – Italia, 2010
Durata: 2h. 12′


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Attualmente ci sono 6 commenti a questo articolo:

  1. Giulia scrive:

    sei uno dei pochi di cui leggo le recensioni anche di film che non ho intenzione di vedere, perché hai uno stile che mi piace molto, brillante senza pedanteria.

  2. Tommaso Tocci scrive:

    Grazie Giulia :)

    Cassani, pensa ai bellissimi insulti che scrivono a te…

  3. Alberto Cassani scrive:

    Adesso chi lo tiene più, il Tocci, se si monta la testa?

  4. Alberto Cassani scrive:

    Ecco, è già partito…

  5. Tiziano scrive:

    Non so giudicare la recensione perchè anche se ci prova non riesce a “distaccarsi” dall’idea che il romanzo fosse o volesse arrivare a tutt’altro punto. In effetti è anche logico perchè se il film richiama ad un romanzo, questo punto di vista è assolutamente condivisibile. Ma per coloro che il romanzo non l’hano neppure visto in copertina?
    Anche l’aggettivo “omogeneizzato” rende bene, ma giriamo la prospettiva? Ruotiamo il giudizio su questo aggettivo?
    Il film DEVE essere omogeneizzato, racconta in due ore la vita di un uomo con una moltitudine di accadimenti e particolari che sarebbero assolutamente dimenticati in una opera che differisce dal tempo e dal numero di pagine che uno scritto può avere. E’ un prodotto differente e il tentativo di dare descrizione INTERA ad una vita così vissuta è comunque tentativo meritevole perchè fatto senza TAGLI, un pò qui , un po là come i film abitualmente fanno con i romanzi…solo per far passare l’idea-la morale del regista o almeno l’dea che il regista si è fatto del libro (che non coincide quasi mai con quella della moltitudine o quella dell’autore). Non c’è nulla di sbavato, vi è la vita di un uomo che “sfiora” una marea di problemi, passioni, errori, rincorse senza COME OVVIO (perchè la vita di un uomo è vita non è una summa) ENTRARE IN ALCUNA DI ESSE.
    Non è il film da criticare, questo è un film per confrontarsi, cioè confrontare la propria vita con quella del protagonista, la sua famiglia, i suoi amici, se tu o io avessimo avuto quella occasione o dovuto prendere quella scelta. Questa è la bellezza. La sua morte attraverso un morbo così comune non dà solo compassione e tristezza; semplicemente è una morte cioè la fine di un racconto che parla di un uomo e come tale deve finire. Se esso fosse morto di tutt’altra causa sarebbe comunque stato commovente perchè la chiave è il CONFRONTO, L’IMMEDESIMAZIONE o meno con la sua vita.
    Non lo trovo affatto un capolavoro perchè concordo che un capolavoro deve andare oltre. Ma nel suo limite rispetto forse ad un romanzo più “audacemente profondo” rimane un ottimo film e trasforma i suoi limiti nella sua fortuna, cioè la possibilità di essere visto da tanti tipi di persone e apprezzato dalla moltitudine…esattamente come scritto nel finale….dal recensore.

    Saluti, Tiziano

  6. Alberto Cassani scrive:

    Io non ho letto il romanzo, ma credo di poter dire che l’omogeneizzazione del film non dipende dal fatto di aver operato dei tagli rispetto al libro, quanto di aver operato CERTI tagli, in modo da togliere completamente la carica “sovversiva” alla storia e lasciare semplicemente una commedia divertente e coerente ma abbastanza allineata nel panorama cinematografico attuale. Insomma, agli autori è mancato il coraggio di mandare a quel paese certa gente, quella stessa gente che invece Richler aveva sbertucciato senza farsi problemi.

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