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"Le rose del deserto": incontro con Mario Monicelli

27 novembre 2006 Interviste 0 Commenti
A cura di Alberto Cassani, 27 Novembre 2006

Pochi giorni prima dell’uscita nelle sale del film che celebra il suo ritorno sul set di un lungometraggio a soggetto dopo oltre otto anni, Mario Monicelli ha incontrato la stampa milanese…


Lei ha diretto La grande guerra nel 1959. Sono passati quasi cinquant’anni, ma i suoi personaggi sono in fondo sempre gli stessi. Secondo lei gli italiani sono davvero uguali ad allora?
Sì, quando mi guardo intorno vedo proprio quello che poi ho rappresentato. Anche quando stavamo girando il film in Tunisia, tutti si lamentavano e protestavano per le condizioni in cui ci trovavamo, ma poi lavoravano con piacere, accettando tutto e non rassegnandosi mai. Gli italiani, nonostante a volte siano costretti a vivere in condizioni davvero miserabili, alla fine riescono sempre ad avere uno spirito giocoso, di amicizia, di creatività… Questo vedo negli italiani di oggi, e questo è il modo in cui io e i miei amici abbiamo vissuto al nostra vita. Gli italiani non sono cupi e musoni come alcuni cercano di farci credere, e non lo sono mai stati.

I suoi soldati si esprimono parlando nei loro dialetti, cosa che per il cinema italiano è diventata una rarità, perché purtroppo ormai nei film si parla sempre un italiano generico…
Oggi stiamo vedendo una rivalutazione dei dialetti, ma c’è stato un periodo in cui non si potevano assolutamente usare, perché gli italiani dovevano liberarsi dell’analfabetismo: tutti dovevano parlare italiano, tutti dovevano imparare l’italiano. Adesso, invece, andiamo nella direzione opposta, anche – devo dire – per merito della commedia italiana, che non ha mai rinunciato al dialetto. I dialetti sono una fonte di ricchezza per la lingua italiana, sono il suo sangue…
Io e i miei amici con i quali ho sempre scritto i film studiavamo i dialetti delle altre regioni proprio per poterli utilizzare, anche perché gran parte del mio cinema è fatto non con una coppia che entra in una qualche crisi, ma con l’incontro di tanti personaggi dalle origini geografiche diverse, personaggi con caratteri e abitudini diversi, e con linguaggi diversi… Le due guerre, poi, sono state un grande evento di… diciamo, “nazionalizzazione”. Nella Prima Guerra Mondiale gli italiani erano degli estranei: chi viveva in Sicilia parlava siciliano e non sapeva nulla di ciò che succedeva in Puglia, figuriamoci a Milano. La Grande Guerra li ha ammassati tutti, li ha costretti dentro le trincee e li ha obbligati a conoscersi. Nella Seconda Guerra Mondiale questa cosa si è allargata ancora di più, perché quest’occasione è servita un po’ anche per “omologare” gli italiani e la loro lingua. Quindi, usare i dialetti è una cosa che dovevo fare per rispecchiare la realtà degli italiani che combattevano in Russia piuttosto che in Africa e parlavano la loro lingua, che non era l’italiano. Poi, certo, il dialetto funziona anche per divertire e caratterizzare…

Come mai il personaggio di Giorgio Pasotti ha sempre la macchina fotografica in mano? Sembra davvero più un turista che un soldato…
Era una cosa abbastanza tipica. All’epoca gli ufficiali erano quelli che avevano almeno una licenza liceale, se non l’Università: era gente abbastanza acculturata, con determinati interessi. L’Italia è entrata in guerra pensando che fosse già finita: il nostro “grande statista”, come l’ha definito qualcuno, Mussolini pensava che la guerra ormai fosse vinta – dalla Germania, naturalmente, che aveva preso Parigi e aveva portato l’Inghilterra allo stremo delle forze – e si è precipitato ad entrare in guerra per sedersi poi al tavolo dei negoziati e spartirsi il mondo. Così, i giovani sono andati al fronte pensando di andare a fare una passeggiata avventurosa ma poco pericolosa, che desse modo di girare il mondo da vincitori. La vedevano come un divertimento, come un’esperienza turistica. Questo era lo spirito con cui molto andavano in guerra. Poi, invece, le cose non sono andate così.

Come mai ha voluto accelerare alcune sequenze in maniera così palesemente irrealistica?
E’ stata una scelta fatta per poter creare alcuni momenti farseschi, perché nella farsa cinematografica si usavano molto le accelerazioni. Io sono cresciuto con la farsa: sono nato nel 1915 e quando ero un bambino di 5-6 anni andavo al cinema a vedere i film muti, e in quegli anni erano molto in uso le comiche finali, con Charlie Chaplin, con Buster Keaton… ed erano tutte basate sulle accelerazioni. Io volevo usare questo tono forzando un po’ le cose, e le accelerazioni tipiche della farsa erano perfette. Poi non è casuale che abbia scelto di accelerare proprio le sequenze della motocicletta, perché ricordavo un film di guerra diretto da John Ford, Mister Roberts; un film molto divertente in cui James Cagney interpretava un ufficiale che arrivava sempre sparato con la motocicletta e andava sempre a sbattere contro qualche cosa.

In questo momento l’Italia è in guerra, ma come mai ha deciso di raccontare una guerra passata invece di quella attuale?
Il presente… Io non lo conosco, il presente: io ho raccontato una cosa che conosco. Questa guerra la conosco, e anche la Prima Guerra la conoscevo: sapevo cos’era, potevo raccontarla nel dettaglio e l’ho fatto. Sono cresciuto durante la Grande Guerra, e quando avevo vent’anni sono stato nella Libia occupata, quindi sapevo che tipo di rapporto c’era con la popolazione locale, sapevo qual era lo spirito con cui si era partiti. La guerra che ho fatto io, sia la Prima che la Seconda, era una guerra ancora abbastanza tradizionale, con gli eserciti che si schieravano e si approntavano per la battaglia. Adesso la cosa è molto diversa. Che cos’è? È guerriglia? È terrorismo? È una cosa molto seria, molto grave e molto feroce – forse più della vecchia – però bisogna sapere come si svolge, per poterla raccontare. Se la raccontassi io lo farei perché qualcuno l’ha raccontata a me, e quindi verrebbe un film di terza mano, che è la cosa peggiore che si possa fare in qualsiasi tipo di creatività pseudo-artistica: sempre di prima mano, bisogna fare le cose, non perché “qualcuno me l’ha raccontato”…

Ma perché nel cinema italiano si fanno così pochi film sulla Seconda Guerra Mondiale, e sulla guerra in genere?
Io ho fatto questo film proprio perché film di guerra non se ne facevano più. Tra l’altro, la Seconda Guerra Mondiale potrebbe essere un ottimo terreno di lavoro per uno scrittore o per un regista, con i nostri miseri italianuzzi sbatacchiati nel deserto del Sahara piuttosto che tra le nevi della Russia… È per questo che ho fatto il film, perché non si parla delle nostre guerre. E non se ne parla probabilmente perché sono guerre in cui siamo sempre usciti sconfitti, anche quando abbiamo vinto. Mi sembrava giusto provare a raccontare questa guerra, ma raccontandola nella maniera in cui credo di saper fare le cose, usando il registro della commedia, ai limiti della farsa, anche se in qualche momento ci sono il dramma e la tragedia. Poi in questo caso ho attinto da autori di grande qualità, come il mio compaesano Mario Tobino che ha scritto una specie di diario di guerra che mi è stato utilissimo, e come Giancarlo Fusco, a cui ho rubato due personaggi e alcune scene nonostante lui abbia scritto della guerra in Grecia ed Albania.

In generale, cosa ne pensa del cinema italiano attuale?
Ci sono giovani registi italiani che fanno buoni film – Sorrentino, Garrone, Marra, Tornatore, Veronesi… – e potrebbero farne di più e farli meglio se ci fosse nel nostro paese un’industria del cinema. Questa è un po’ la mia fissazione, ma è una cosa necessaria per il cinema. Oggi tutti si occupano di cinema perché è molto meno impegnativo che fare pittura o letteratura, o musica, o danza. Tutti fanno cinema – e va benissimo – proprio perché è un’arte minore applicata all’industria. Se non ha alle spalle un’industria che lo sorregga, il cinema non si può fare. Tant’è vero che il grande cinema lo fanno negli Stati Uniti, che hanno alle spalle una grande industria che sorregge tutte le loro imprese. Noi abbiamo avuto per un breve periodo un’industria abbastanza efficiente, dalla fine della guerra agli anni Settanta, e si sono fatti film importanti. Si facevano 250-300 film all’anno, e questo permetteva di far nascere attori, registi, sceneggiatori, truccatori, scenografi, costumisti… tutto il mondo di professionisti che permette di realizzare i film. Tant’è che tutti questi bravissimi professionisti sono andati negli Stati Uniti a insegnare agli statunitensi come si faceva cinema nel dopoguerra, perché il cinema americano era diventato vecchio: era fatto tutto nei teatri di posa, tutto finto… Noi gli americani li disegniamo sempre come cretini e gli ridiamo dietro, ma in realtà sono furbi e intelligenti. Hanno capito qual era la strada che il cinema stava percorrendo dopo la rivoluzione rosselliniana del Neorealismo e si sono affrettati ad importare quelli che sapevano fare questo cinema; l’hanno imparato e ci hanno fatto fuori. Però, ripeto: se non c’è un’industria alle spalle non nasce niente, e quei pochi talenti che nascono non hanno modo di farsi notare.

Ha definito il cinema un’arte minore. Ma al di là dell’industria, cosa gli manca per essere un’arte “maggiore”?
Gli manca l’impegno solitario: la difficoltà di stare da soli davanti alla pagina bianca, che è la cosa più drammatica ed estenuante che esista. Stare davanti alla pagina – o al pentagramma, o alla tela – da soli… Nel cinema lavori insieme a degli amici coi quali scrivi la sceneggiatura, a degli altri con i quali scegli i luoghi, con altri che ti vestono gli attori, con gli attori stessi che ti aiutano a raccontare la storia, con i macchinisti… C’è un complesso formato da un centinaio di persone che mandano avanti la baracca. Alla fine tu sei quello che coordina il tutto, e devi essere capace di farlo, però dividi questa fatica con tanti altri, e vi assicuro che è un bel sollievo. Poi c’è anche la furbizia e la mascalzonaggine tutta… non dico italiana, ma comunque ‘autoriale’, di dividere la responsabilità quando le cose vanno male, dando la colpa all’attore cane o al fotografo, e di darsi invece importanza se va tutto bene… Rispetto alle altre Arti, il cinema è una cosa minore, che può dare anche delle emozioni, non dico di no… ma alla fine, niente più di questo.


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