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L'impressione di realtà e l'era del digitale

19 settembre 2012 Articoli, Tecnica 36 Commenti
Proiettore cinematografico 1

Pubblicato su Bloom #14, Settembre 2012

Cosa vediamo realmente, quando guardiamo un film? Come reagiamo quando il grande schermo viene illuminato dalle immagini del film? E come i nostri comportamenti – anche inconsapevoli – sono cambiati, nel corso del secolo abbondante di vita del cinema?


Cosa vediamo realmente, quando guardiamo un film? O se vogliamo, cos’è realmente un film?

Una sala cinematograficaFisicamente, un film non è altro che una lunga serie di fotografie proiettate in una successione talmente rapida da dare all’occhio umano l’illusione di movimento, ossia da ingannare il nostro cervello fino a fargli credere che le immagini fisse mostrate sullo schermo siano in realtà in movimento. Nel corso del secolo abbondante di vita del cinematografo, per rendere quest’impressione più realistica si è cambiata più volte la velocità di proiezione, fino ad arrivare a quella attuale di 24 fotogrammi al secondo, scelta all’epoca dell’introduzione del sonoro proprio perché permetteva alle voci di non suonare distorte.
C’è però una cosa ancor più stupefacente, se si pensa a quanto il cervello umano accetti di farsi ingannare quando ci si trova in un cinema. Il proiettore cinematografico ha in pratica un funzionamento uguale e contrario a quello di una macchina fotografica: la luce attraversa la serie di lenti dell’obiettivo, viene incanalata dall’anello del diaframma e viene controllata da un otturatore che si apre e si richiude rapidamente, e infine arriva a una superficie piana. La differenza è che nella macchina fotografica la luce entra nel meccanismo mentre nel proiettore ne esce, e se nel primo caso la superficie piana è (era) quella della pellicola negativa, nel secondo è quella del grande schermo. Il funzionamento dell’otturatore, però, è identico: si apre per una frazione di secondo e poi resta chiuso per un’altra frazione di secondo così da permettere lo scorrimento della pellicola. Questo vuol dire che, se in un secondo vengono proiettati sullo schermo 24 fotogrammi, un singolo fotogramma rimane in realtà sullo schermo meno di 1/24 di secondo, perché quando il fotogramma non si trova esattamente davanti alla lente l’otturatore è chiuso. Ossia: per buona parte del tempo di proiezione, noi fissiamo uno schermo completamente buio! Eppure il nostro cervello “scarta” automaticamente quei momenti di buio e unisce le immagini recepite, contribuendo così in maniera fondamentale all’impressione di movimento ricercata dallo scorrimento della pellicola e, più in generale, all’impressione di realtà che il cinema insegue da sempre.

Una scena di "Un homme de têtes" di Georges MélièsCiò che il cinema ha sempre cercato di fare, infatti, è convincere gli spettatori che ciò che stanno guardando è una fedele rappresentazione della realtà. O, al massimo, di ciò che la realtà è stata o sarà. Se le scenette dei fratelli Lumière pretendevano di riprendere la vita così com’era, quelle di Méliès pretendevano invece di far credere che i trucchi cinematografici fossero vera magia. E nel secolo successivo, il cinema non si è mai veramente discostato da queste due strade: il cinema “realistico” si basa sul tentativo di convincere lo spettatore che ciò che sta guardando è ciò che succederebbe (o è già successo) a quei personaggi nella vita reale, mentre il cinema “fantastico” aggiunge semplicemente una situazione totalmente estranea alla vita reale così come lo spettatore la conosce. In pratica, dunque, l’impressione di realtà – l’illusione di star guardando qualcosa di “vero” – è sempre stata alla base dello spettacolo cinematografico.

Daniel Craig in "007 - Quantum of Solace" di Marc ForsterCome accennato, l’impressione di realtà la si può raggiungere solo grazie alla collaborazione dello spettatore. Non solo quella involontaria con cui il nostro cervello elimina i momenti di buio e dà continuità di movimento alle immagini, ma anche quella fattiva che ci permette di credere alla storia che ci viene raccontata. Quando entriamo in una sala cinematografica, infatti, lo facciamo con l’intenzione di attivare la sospensione dell’incredulità, ossia di accettare sempre e comunque come credibile la storia e i personaggi che ci vengono raccontati: accettiamo a priori che James Bond abbia una faccia diversa da quella che aveva nei film precedenti ma sia comunque lo stesso James Bond, accettiamo che ci venga data per vera una storia di fantascienza che per definizione non può esserlo, accettiamo come reale l’inesistente Gotham City in cui la vicenda si svolge. Accettiamo tutto, sempre e comunque. “Sempre e comunque” entro certi limiti, a dir la verità: il film deve infatti convincerci a mantenere sospesa la nostra incredulità per tutta la sua durata, perché quando il troppo è troppo allora sì che «non ci credo!»…
Sono tanti, i momenti in cui un film si trova a mettere alla prova la sospensione dell’incredulità degli spettatori e di conseguenza la stessa impressione di realtà. Se alcuni di questi momenti riguardano gli snodi narrativi previsti in sceneggiatura, la maggior parte riguardano invece l’efficacia puramente visiva del film. I tecnici che lavorano alla realizzazione del film devono infatti far sì che gli ambienti e i personaggi ci appaiano davvero per quello che sono nella finzione cinematografica: uno scorcio di Toronto deve sembrarci un angolo di New York, un teatro di posa deve sembrarci la camera da letto del protagonista, un attore di quarant’anni deve sembrarci un personaggio di 25… E tutto deve sembrarci visto attraverso un occhio umano, non una serie di lenti di vetro.

Gli spettatori di un film tridimensionale negli anni 50Di tutti i processi creativi alla base del cinema, però, quello che più degli altri si scontra con i limiti e le problematiche dell’impressione di realtà è il montaggio. In effetti, l’essenza stessa del montaggio è proprio creare l’impressione di realtà. Due inquadrature girate in momenti e magari luoghi diversi vengono giustapposte in modo non solo da avere una loro continuità, ma soprattutto da far pensare che abbiano la stessa origine. Quando un personaggio entra in un palazzo e quindi nel proprio appartamento, sta al montaggio convincerci che quell’appartamento si trovi realmente all’interno di quel palazzo. Quando due personaggi dialogano, sta al montaggio farci credere che gli attori si trovino davvero dove dovrebbero essere e stiano facendo davvero ciò che i personaggi stanno facendo. Quando due cose stanno avvenendo nello stesso momento, sta al montaggio farci capire la loro contemporaneità e dare agli eventi il giusto ritmo per renderli comprensibili e interessanti. È il montaggio, insomma, a dare alla realtà filmica vera e propria la sua forma definitiva.
Il modo in cui questa realtà filmica viene percepita dagli spettatori, però, è andato via via modificandosi nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione della tecnologia cinematografica e delle tecniche del racconto cinematografico. Evoluzione che è sempre stata volta a una maggiore “immersione” dello spettatore nell’universo filmico, a una maggiore efficacia – tecnica e narrativa – dell’impressione di realtà. Non è un caso, infatti, che il pubblico abbia sempre rifiutato (a prescindere dall’attuale insistenza dei produttori) il 3D al cinema: dover indossare degli occhiali speciali per poter vedere il film è una barriera psicologica prima ancora che fisica all’efficacia dello spettacolo, è un monito che si avverte lungo tutta la proiezione e che ci ricorda che ciò cui stiamo assistendo è una finzione.

La RedOne, la telecamera ad alta definizione più utilizzata del momentoL’ultima importante evoluzione tecnologica del mondo del cinema, però, ha realmente e notevolmente cambiato il modo in cui si guarda un film in sala: la proiezione digitale. Il digitale, i computer, hanno avuto grande parte nel processo di realizzazione di un film già dai primi anni 90, quando si è iniziato a mettere su hard-disk tutto il girato in pellicola così da poterlo montare più comodamente per poi riversarlo nuovamente in pellicola al momento della stampa. Per quasi vent’anni, in pratica, tutto il processo di post-produzione di un film – ossia tutto quello che viene fatto dopo il termine delle riprese: montaggio, sonorizzazione, effetti speciali, titoli… – è stato comunemente svolto in digitale. Le sale cinematografiche, invece, hanno sempre continuato a proiettare su grande schermo pellicole larghe 35 millimetri e dotate di una banda sonora a lettura ottica. Era dunque diverso il metodo di realizzazione di un film, ma non quello di fruizione. Negli ultimi 4-5 anni, però, le cose sono cambiate molto rapidamente: l’alta definizione ha infatti permesso di girare direttamente in digitale e di proiettare per il pubblico partendo direttamente dai file digitali, eliminando di fatto la pellicola dal processo di produzione cinematografica. Eliminazione che è ormai prossima a diventare definitiva, considerando che nel 2013 la 20th Century Fox smetterà di distribuire negli Stati Uniti copie in pellicola dei suoi film.
Se comunque il poter girare in digitale con la stessa qualità della pellicola è una rivoluzione tecnica che interessa da vicino solo gli addetti ai lavori, la possibilità di effettuare proiezioni in digitale incide fortemente, come detto, sulla fruizione dello spettacolo cinematografico. E non è solo una questione di brillantezza e definizione dell’immagine. Il proiettore digitale, infatti, non avendo una pellicola da trascinare non ha bisogno di un otturatore che si apra e si chiuda. Il fascio di luce illumina quindi lo schermo continuativamente, e un fotogramma succede al precedente senza alcuna interruzione, permettendo così di eliminare i brevi momenti di buio durante la proiezione. Questo vuol dire che il nostro occhio è sollecitato più a lungo dalle immagini e di conseguenza il nostro cervello tiene durante una proiezione digitale un comportamento ben diverso rispetto a quello che tiene durante una proiezione in pellicola, col risultato di aumentare (involontariamente, perché lo scopo della proiezione digitale è solo quello di ottenere un’immagine migliore con minori costi) l’illusione di movimento e quindi l’impressione di realtà.

Peter Jackson mostra il ciak di "The Hobbit" in cui è ben visibile la velocità di 48 fpsLa possibilità di girare e proiettare un film direttamente in digitale offre però anche un’altra possibilità, peraltro già sfruttata dalla televisione in alta definizione: quella di proiettare a velocità superiori ai canonici 24 fotogrammi al secondo. La velocità di 24 fps fu scelta, come detto all’inizio, perché permetteva la riproduzione del suono senza eccessive distorsioni. Ma non fu scelta perché offriva una riproduzione ottimale del suono e una qualità ottimale dell’immagine: era semplicemente la velocità più bassa in cui il suono era riproducibile correttamente. Velocità più alte di scorrimento della pellicola avrebbero voluto dire che per realizzare un film sarebbero serviti più metri di pellicola, aumentando di conseguenza i costi di produzione. Quella dei 24 fotogrammi al secondo è stata quindi una scelta di compromesso che sacrificava la qualità sull’altare della sostenibilità economica del film. Più è alta la frequenza dei fotogrammi, infatti, più l’immagine appare nitida anche negli oggetti in movimento e quindi, in linea teoria, l’impressione di realtà è più forte. In linea teorica, però.

Joaquin Phoenix in "The Master" di Paul Thomas AndersonCome accennato, la velocità di proiezione superiore allo standard è già di uso comune nella Tv in alta definizione: programmi sportivi e documentari sulla natura, ad esempio, ne hanno ormai fatto un caposaldo della loro tecnica. Prima ancora, i parchi divertimenti l’hanno utilizzata per presentare filmati spettacolari in grado di lasciare a bocca aperta i visitatori. E qui sta il problema: la proiezione a velocità superiore allo standard “pulisce” l’immagine dai difetti tipici della proiezione cinematografica – baluginio dell’illuminazione, sfocatura durante i movimenti di macchina, scie e aloni delle fonti di luce… – rendendola più simile alla realtà, ma così facendo le toglie proprio la sua specificità cinematografica. Questo è stato il responso degli spettatori alle prime proiezioni di prova de Lo Hobbit, che Peter Jackson ha deciso di girare e far proiettare a 48 fotogrammi al secondo: le immagini sono belle, ma non sembra di star guardando un film.
È vero che Lo Hobbit – così come il prossimo Avatar 2 di James Cameron, anch’esso a 48 fps – è anche un film in 3 dimensioni, ma il rifiuto che questi primi spettatori hanno opposto a questo tipo di spettacolo fa riflettere. Troppo semplice pensare, infatti, che il pubblico stia semplicemente rifiutando una novità solo perché è una cosa nuova, perché quando in passato il cinema ha abbracciato nuove tecnologie che lo rendevano più realistico – il sonoro e il colore, appunto – il pubblico ha risposto con entusiasmo. Questo passo più recente nella rincorsa del cinema all’impressione di realtà, invece, pare non piacere proprio perché arriva troppo vicino alla realtà.
Certo, questi dubbi possono derivare semplicemente dalla mancanza di abitudine, e potrebbero benissimo essere spazzati via nei prossimi mesi (perché certamente i film di Jackson e Cameron saranno dei grandi successi commerciali), ma non si può non notare come non si fossero manifestati quando in passato il mondo del cinema ha sperimentato nuovi formati alla ricerca proprio di quella stessa pulizia dell’immagine che la velocità superiore allo standard sembra ottenere. Nessuno ha mai scritto, detto o pensato che il CinemaScope di Ben Hur fosse poco cinematografico, e nessuno penserà che le immagini del recente The Master di Paul Thomas Anderson – girato e proiettato con una pellicola larga 70 millimetri invece di 35 – siano poco cinematografiche. Evidentemente, la velocità superiore allo standard, seguendo una strada diversa, ottiene dei risultati diversi. Risultati che il pubblico non vuole (ancora?) accettare.

Una scena de "L'illusionista" di Sylvain ChometE dunque, cosa vediamo veramente, quando guardiamo un film? Vediamo l’immagine di una possibile realtà, non la realtà. E ne siamo consapevoli. Vediamo un’immagine ben precisa, diversa da quella che la televisione dà di quella stessa realtà. Un’immagine che nel corso del secolo abbondante di vita del cinematografo è andata modificandosi enormemente, ma che è sempre stata ben riconoscibile per ciò che è: un’immagine, una riproduzione, prettamente cinematografica. Nel momento in cui questa riconoscibilità dovesse venire a mancare, si verrebbe a modificare l’essenza stessa dello spettacolo cinematografico, e di conseguenza cambierebbe radicalmente l’approccio che lo spettatore ha verso il cinema.
Lo spettatore non va al cinema per vedere la realtà, ma per avere l’illusione della realtà. E questa illusione dev’essere sì credibile, ma dev’esserlo in quanto illusione, non in quanto realtà. A prescindere dal tipo di film che si sceglie di vedere, quando si va al cinema ci si vuol far illudere, ma si vuole essere ben consci del fatto che si sta guardando un’illusione. Si è disposti ad abbandonarsi completamente allo spettacolo cinematografico, ma lo spettacolo dev’essere circoscritto dallo spegnimento e dall’accensione delle luci, non può mescolarsi con la realtà. Vogliamo avere l’impressione di guardare qualcosa di vero, ma non il dubbio che lo stiamo guardando realmente.
Se vogliamo, lo spettatore va al cinema così come va a vedere lo spettacolo di un mago: vuole credere che la magia sia vera, ma non che quella magia faccia parte della sua realtà. Se un trucco magico assomigliasse troppo alla realtà, dove sarebbe il divertimento? Col cinema, evidentemente, succede lo stesso: se manca la riconoscibilità dell’illusione cinematografica – e quindi lo scarto tra il cinema e la realtà – si nega la meraviglia propria dello spettacolo cinematografico. Non è un caso che si parli sempre di “magia del cinema”, no?


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Attualmente ci sono 36 commenti a questo articolo:

  1. Tony Mac scrive:

    Complimenti Alberto, articolo bellissimo.

  2. Plissken scrive:

    Si molto bello, sia per ciò che concerne la parte “tecnica” che quella “emozionale”.

    Me lo sono stampato, si sa mai…

  3. Alberto Cassani scrive:

    Sia mai che l’idea sui 48 fotogrammi al secondo cambi e mi si voglia rinfacciare quello che ho scritto…

  4. krikko scrive:

    Potrei aggiungere che sul.mio tv di ultima generazione ho dovuto ttogliere tutti gli effetti che rendono.l’immagine così bella nitida e fluida perchè tutto ciò che mi mettevo a vedere non era più “cinematografico”. Non so definire bene come ma direi un effetto “videogioco” o ” Beautiful”

  5. Alberto Cassani scrive:

    Il problema è proprio questo, krikko: a partire dalla mancanza di sgranatura dell’immagine dovuta alla pellicola che si ravvisa già da qualche anno nei film girati in digitale e usciti di DVD senza passaggio intermedio in pellicola, le ultimissime tecnologie hanno ripulito talmente l’immagine da renderla a conti fatti piatta. Come una fotografia su cui si è lavorato troppo con Photoshop. Però è anche una questione di abitudine: se il metodo di visione più usato per i film diventerà la Tv che oggi è di “ultima generazione”, allora al pubblico del futuro prossimo quelle immagini che a noi non piacciono parranno del tutto normali, assolutamente cinematografiche. E non so se c’è da esserne contenti…

  6. Frenk scrive:

    Complimenti per l’articolo, molto interessante.
    Non vorrei andare fuori tema ma volevo chiederti un giudizio sui sempre più frequenti restauri cinematografici per il mercato Blu-ray. (Il buono il bruto il cattivo, Blade Runner, Lo Squalo). C’è il rischio che un uso intensivo di ritocchi digitali vadano ad intaccare l’originalità dell’opera?

  7. Plissken scrive:

    Credo vada considerato che, al di là di quanto offerto oggi dalla tecnica, ci sarà sempre spazio per un’immagine più incline a mettere in risalto un eventuale aspetto “artistico”.

    Per quanto possa essere difficile evitare di, pur a livello inconscio o meno, demonizzare o più propriamente rifiutare l’alta definizione al cinema, penso anch’io che ben presto diverrà non solo norma, ma standard richiesto dai più, che in un futuro probabilmente prossimo non solo non disdegneranno l’immagine “digitale” ma la esigeranno.

    Rimane però da sottolineare come possa essere a discrezione del regista avvalersi di appositi “filtri” atti a conferire alle immagini una valenza meno “photoshoppara”; tutto sommato questo viene fatto abitualmente con l’intento di conferire ai film una precisa identità artistica, l’esempio recente più eclatante è, neanche a farlo aposta, “the Artist”.
    E’ un po’ come nella pittura: un quadro espressionista o futurista o pop mantiene il proprio (alto) valore nonostante la tecnica fotografica. E’ un’espressione diversa, cercata e consapevole.

    Interessante il quesito posto da Frenk… secondo la mia personale opinione da “spettatore”, il rischio c’è e non è da sottovalutarsi.

  8. Alberto Cassani scrive:

    Frenk, io credo che il problema non sia il restauro in sé quanto il rispetto per l’opera originale che il restauro presenta. Se invece di ripristinare ciò che c’era prima lo si ritocca cambiandolo, allora non va bene perché appunto lo si trasforma in un’opera diversa. Il restauro in quanto tale, invece, va benissimo perché i negativi deperiscono e quindi fare un master digitale dopo averli ripuliti è il modo migliore per preservare i vecchi film.

    Che il pubblico si abituerà alla proiezione digitale non ci sono dubbi, e magari si abituerà anche alle immagini “non cinematografiche”, ma penso che prima debba esserci una presa di coscienza seria da parte di chi i film li realizza. Il digitale produce immagini diverse dalla pellicola, e l’alta definizione immagini ancora diverse: se questa differenza è bene in mente a registi e direttori della fotografia, allora si può produrre immagini comunque interessanti e a loro modo uniche, che saranno diverse da quelle cinematografiche di oggi ma saranno comunque prettamente “di cinema”. Altrimenti si finisce ancora alla sagra del videoamatore come capitava quando le videocamere digitali hanno iniziato a essere utilizzate per i lungometraggi.

  9. Plissken scrive:

    Beh si, ma di “sagre del videoamatore” probabilmente se ne sono viste già negli anni ’60 quando sono state messe in commercio le cineprese 8mm e super 8.
    Se ne sono viste anche dedicate ai 35 mm, basti pensare ai film di Lenzi…

    Sono certamente concorde con la tesi secondo la quale l’avvento del digitale ed alta definizione possa stravolgere la “magia” del Cinema, ma, alla faccia del mio solito pessimismo, credo che ci sia gente che sappia farne buon uso, magari “filtrando” appunto in qualche modo le immagini senza sacrificare la “specificità cinematografica”. Bisognerà intendere il tutto come qualcosa che può essere usato a proprio vantaggio, con le dovute precauzioni.

    Riguardo l’adozione delle nuove tecniche per rendere più “nitide” pellicole del passato, credo sia ovvio che il risultato del riversamento in digitale dipenda dal sale in zucca di chi compie l’operazione.
    Credo che perfino un imbecille capirebbe che non sarebbe certo il caso di conferire a “Metropolis” un aspetto patinato, ma forse (-forse-) si potrebbe sperimentare qualcosa in tal senso su pellicole particolari (Guerre stellari ad esempio) che vista la peculiare natura potrebbe addirittura guadagnare qualcosa, in termini di spettacolarità (qui lo dico e qui lo nego). Tutto sommato il riversamento di un film d’annata in 3D non credo sia poi molto meno invasivo che in digitale, anzi forse è anche peggio, ma siamo sopravvissuti.

    Certo (tornando al pessimismo) va considerato che spesso degli imbecilli sanno di poter far soldi vendendo ai loro simili, questa è una terrificante realtà, per cui occhio a chi vanno in mano i “restauri”.

  10. Frenk scrive:

    Secondo me proprio in Guerre Stellari si è andato a stravolgere il concetto di restauro. George Lucas che ha seguito personalmente il “restauro” ha praticamente fatto un nuovo film che negli anni 70 non sarebbe mai riuscito a fare per i limiti degli effetti speciali di allora, si avvicina più ad un remake. Direi che c’è una tendenza di alcuni registi ad andare a ritoccare pesantemente non solo l’immagine ma anche la storia stessa, basta pensare agli innumerevoli cambiamenti e riedizione di un film come Blade Runner .

  11. Alberto Cassani scrive:

    Ma infatti secondo me è sbagliato dire che “Guerre Stellari” e “Blade Runner” sono stati restaurati. Restaurato vuol dire riportato alla condizione iniziale, se ci aggiungi scene nuove o rifai gli effetti speciali da capo non è mica un restauro: sarebbe come dire che “La maja vestida” è la versione restaurata della “Maja desnuda”… Qui si tratta di nuove versioni vere e proprie, cosa che si porta dietro la fine dell’unicità dell’opera cinematografica (che è poi sfociata nelle versioni estese in DVD, tipo “Il Signore degli Anelli”).
    Vero che tutto questo dipende in maniera diretta dalle possibilità offerte dal digitale, ma penso che abbia contribuito in maniera molto relativa a modificare la percezione del cinema che gli spettatori hanno. Nel senso che erano già diversi anni che gli spettatori (per lo meno in Italia) faticavano a distinguere un’opera cinematografica da una televisiva: una fiction Tv che esce in DVD è considerata un film tanto quanto un film per il cinema disponibile in home-video. E diciamo anche che l’abitudine dei Festival di “Arte Cinematografica” come quello di Venezia di presentare nel proprio cartellone delle opere televisive non aiuta. In futuro le cose, come ho suggerito nell’articolo, andranno peggiorando, ma si spera che finiranno per stabilizzarsi e dare al cinema una nuova unicità.

  12. Plissken scrive:

    Non sapevo che su “Guerre stellari” fossero intervenuti, forse perché è un film che mi interessa relativamente.
    Sono naturalmente d’accordo con la definizione di restauro: la parola stessa implica come punto di riferimento l’originale, non ha senso intervenire su di un’opera adattandola a canoni di un tempo non suo.

    Quello che intendevo prima è che un film come quello di Lucas potrebbe (sempre con il forse in evidenza) guadagnare qualcosa mediante un’immagine più definita e pulita e che in questo senso (per quanto in casi sporadici) qualcosa di buono nel digitale e/o alta definizione potrebbe esserci.

    Di Blade Runner so che c’è la versione “Director’s cut” ma, al di là delle scene aggiunte, sono intervenuti anche sulla definizione della pellicola?

    Riguardo la “contaminazione” del Cinema da parte delle serie TV, il discorso secondo me sarebbe complesso; certamente i prodotti italiani dovrebbero trovar posto all’Ideal Standard più che ai Festival cinematografici, ma certe serie americane in my opinion hanno raggiunto qualità elevatissime che non hanno nulla da invidiare a Cinema con la C maiuscola; al di là dei tipi di inquadratura per forza di cose diverse, in proporzione hanno subito un’evoluzione altrettanto valida se non più interessante, per molti versi.

  13. Alberto Cassani scrive:

    No, il discorso che facevo sulla Tv era diverso. Non parlavo di qualità ma proprio di specificità del mezzo. E mi riferivo solo alle fiction in 2-3 puntate, non ai prodotti seriali più lunghi. Al di là anche dalla provenienza geografica dell’opera: “I crociati” viene ritenuto un film tanto quanto “Le crociate”, perché la fetta di pubblico che guarda il cinema solo da casa è sempre più ampia e non è più in grado di capire la differenza. Non è una questione di qualità, ma di regole di comunicazione: la poesia e la prosa hanno regole grammaticali diverse, e così le hanno il cinema e la Tv.

    Di “Blade Runner” è stata fatta la versione director’s cut senza voce fuori campo e con alcune scene aggiunte, poi da questa è stata ricavata la Final Cut, che corregge il montaggio e sostituisce molti effetti speciali ottici con nuovi effetti digitali. Pur essendo disponibili tutte e tre in uno speciale DVD, alle proiezioni pubbliche è assolutamente vietato far vedere la versione origionale.

    Il primo “Guerre Stellari” (che per Lucas è il quarto) ha una versione con alcune scene che all’inizio erano state tagliate (tra cui il primo incontro tra Han Solo e Jabba the Hut) e che sono state reintegrate dopo modifiche digitali. Non so esattamente quali siano le differenze ma ho visto che nel finale de “Il ritorno dello Jedi” disponibile in Blu-Ray Luke invece di vedere i fantasmi del padre e di Obi così come li vedeva al cinema e com’è logico che lui li veda, li vede come noi li abbiamo visti nella nuova trilogia e come lui non li ha mai visti. Ridicolo!

  14. Plissken scrive:

    Molte grazie per le delucidazioni in merito a Blade runner e Guerre stellari. Vietato far vedere la versione originale? Ma sono impazziti?

    Riguardo la TV in effetti non avevo capito, ora mi è chiaro a cosa si riferiva il discorso e conseguentemente non posso che, ancora una volta, essere d’accordo.

  15. Alberto Cassani scrive:

    La prima versione di “Blade Runner” è quella voluta dal produttore, che disattese molte delle idee di Ridley Scott. Per cui lui oggi vuole che la veda meno gente possibile. Peccato che delle tre versioni sia anche la più bella…

  16. Plissken scrive:

    Ultimamente fatico parecchio a capire Scott… in primis ‘sta storia inerente Blade runner, che ha un che di incredibile; poi la terrificante versione D. Cut di “Alien” che va a rovinare un film eccezionale… il bello è che se ho ben capito Scott la ritiene migliore di quella uscita in sala (mi sembra di averlo letto su Cinefile): ma si è rincogli*nito?
    Dulcis (si fa per dire) in fundo “Prometheus” che mi ha fatto cadere le braccia (e non solo).

    Mah…

  17. Alberto Cassani scrive:

    Be’, ma se Scott avesse detto che la “versione inedita” di “Alien” era brutta nessuno sarebbe andato a vederla e lui non avrebbe guadagnato un lira, che era invece la ragione unica di tutta l’operazione.

  18. Plissken scrive:

    Questo in verità l’avevo intuito, ma credevo, anzi, speravo che un regista di tale spessore andasse un po’ oltre queste miserevoli fandonie. Pecunia non olet… :-(

  19. Frenk scrive:

    Tornando in tema io l’effetto del girato in digitale lo noto in modo particolare nei film di Michael Mann (Collateral e Nemico Pubblico su tutti) trovo le immagini poco cinematografiche forse troppo realistiche (sebbene entrambi a 24 fps). Scelta del regista, del direttore della fotografia o una mia suggestione personale?

  20. Alberto Cassani scrive:

    “Nemico pubblico” io a dir la verità non l’ho visto. Per quanto riguarda “Collateral” avevo notato soprattutto un uso della profondità di campo completamente diverso dal solito, che è effettivamente una caratteristica del digitale (non dell’alta definizione, che usa ottiche più simili a quelle cinematografiche) ma in quel caso mi è sembrata chiaramente una scelta registica. Però è vero che era una scelta cui non eravamo assolutamente abituati.

  21. Roberto scrive:

    Molto bello l’articolo, ti seguo sempre con attenzione, Alberto, e anche qui hai centrato un “problema” che attanaglia molti spettatori consapevoli, la cosiddetta Uncanny Valley (zona perturbante) della tecnologia.
    Il termine è stato coniato per la robotica e attiene a quel senso di sospetto che insorge nell’uomo quando si trova di fronte un suo simile artificiale, e di preciso affiora nell’istante in cui avendo accettato l’immagine dell’androide come mio simile mi accingo a toccarlo e a sentire al tatto la plastica di cui è fatto.
    (“Perchè indossi il casco, non ne hai bisogno?” chiede lo scienziato di Prometeus all’androide, il quale risponde:”Devo farlo per sembrare più simile a voi.”)
    I registi,come i bravi scittori, sembrano ben consapevoli di questa “valle” oscura, starà a noi del pubblico ricordarglielo ogni volta che si lasceranno pendere troppo la mano…

  22. Alberto Cassani scrive:

    Non lo so, a me sembra che ne siano più consapevoli gli spettatori dei registi e produttori. Poi è anche giusto che si lavori con le nuove tecnologie e si tenti di sfruttarle al massimo, ma se questo uso porta il cinema in una direzione sbagliata di solito il pubblico lo rifiuta. E’ anche vero, però, che il pubblico attuale è decisamente più “lobotomizzato” di quello passato, per cui sarà interessante vedere come reagirà a questo nuovo uso della tecnologia. Intanto noi speriamo di poter vedere “Lo Hobbit” a 48 fps, così almeno ci facciamo un’idea…

    Grazie dei complimenti, comunque.

  23. spaceodissey scrive:

    Articolo molto interessante, ma mi lascia perplesso quando dici: “Questo passo più recente nella rincorsa del cinema all’impressione di realtà, invece, pare non piacere proprio perché arriva troppo vicino alla realtà”.

    Il fatto è che il cinema, il film, la storia non può, per sua definizione, confondersi con la realtà. Almeno fino a quando esisterà il montaggio. E “Lo hobbit”, poi, è un film fantastico che chiaramente non ha nessuna attinenza con la realtà. La “magia del cinema” è preservata dalla natura stessa del film in questo caso, e dalla grammatica cinematografica in generale.

  24. Alberto Cassani scrive:

    Tu dimentichi che quando entriamo in sala, o guardiamo un film in Tv, attiviamo inconsapevolmente la sospensione dell’incredulità, che ci impedisce di renderci realmente conto di ciò che sta dietro il racconto cinematografico (a meno di non prestarci volutamente attenzione, ovviamente). E’ vero che un film non potrà mai assomigliare davvero alla realtà, nemmeno quando si tratta di un documentario, ma agli occhi dello spettatore ne sembrerà una fedele riproduzione. Ci rendiamo in realtà conto che non stiamo guardando qualcosa di vero, ma ci lasciamo convincere che si tratti comunque di qualcosa di estremamente realistico.
    Il problema dello “Hobbit” è proprio questo, ma al contrario: un film fantastico di questo genere dovrebbe essere il più slegato possibile dalla nostra realtà, perché parla di un mondo che ci deve apparire quanto più possibile “alieno”. Se viene girato con un’estetica a prima vista simile a quella dei telegiornali il racconto crolla alla base, perché la sospensione dell’incredulità non può funzionare: agli occhi dello spettatore il mondo alieno appare simile a quello che vede tutti i giorni. Come se una fiaba, invece di iniziare con “Cera una volta…” iniziasse con “L’altro ieri, a casa della signora Maria qui di fianco…”.
    Non confondiamo il film in quanto tale con il modo in cui il film viene percepito (idealmente) dagli spettatori.

  25. Vigile scrive:

    Grazie Alberto, veramente interessante. Mi ha aiutato a decifrare certe sensazioni che provo davanti allo schermo. Anche se, ancora non riesco a capire perché non riesca a apprezzare i telefilm o i film televisivi nemmeno un po’, a parte forse qualche “esterno”. Non so spiegarmi se é una questione di ritmo, di sceneggiatura,di qualità generale, di focali o cosa: so solo che mi fanno due p…. cosi’ e preferisco di gran lunga un film anche mediocre, ad un telefilm di decantato valore e con cast stellari.E se fosse il montaggio?…….o la fotografia? …boh!

  26. Alberto Cassani scrive:

    Grazie dell’apprezzamento. L’idea di questo tipo di articoli è proprio di spiegare un po’ la tecnica cinematografica in modo che poi si sia più facilmente in grado di capire ciò che si vede sullo schermo…
    Comunque, come ho accennato in un commento più sopra, lo spettacolo cinematografico e quello televisivo sono ancora enormemente diversi, sia a livello di grammatica che a livello tecnico. E’ perfettamente normale non apprezzarne essendo invece avvezzi all’altro, proprio perché sono due cose diverse. Come una statua e un bassorilievo, se vogliamo. Quale sia l’elemento che infastidisce te ovviamente non lo posso sapere, ma le possibilità sono diverse: il racconto ha sempre ritmi più dilatati sia perché è seriale (quando è seriale) sia perché deve intersecarsi con le pause pubblicitarie; la regia e la fotografia sono pensate per il piccolo schermo e quindi sono costruite in un certo modo (ma questo aspetto è andato avvicinandosi ora che le Tv hanno forma oblunga come lo schermo cinematografico); gli effetti speciali sono fatti molto più in fretta e quindi quasi sempre fanno vomitare… C’è poi in molti prodotti una ridondanza delle sceneggiature nello spiegare i concetti in modo che anche lo spettatore disattento (o proprio assente) capisca, e per quanto riguarda la Tv italiana c’è un doppiaggio mediamente scarso perché fatto in fretta e furia e spesso con poca cura nella traduzione e adattamento.
    A parte le brutture, è questione di abitudine, di assuefazione: se sono abituato a leggere fumetti di supereroi un numero di Tex o di Diabolik mi sembrerà lentissimo e lunghissimo, se invece sono cresciuto a pane e Bonelli certi supereroi mi faranno venire il mal di testa. A conti fatti, l’importante è che non si rimpianga il tempo speso nella visione, che si tratti di cinema o di Tv…

  27. Vigile scrive:

    Si , in effetti é un po’ tutto questo che spieghi che fa si’ che non riesco a “entrare” nei telefilm, eppure c’ho provato, quando gli amici mi dicevano che adoravano certi telefilm, mi sono sforzato, ma…
    Penso che in definitiva sia una questione di ritmo, non solo apparente, ma anche sottostante. Probabilmente il modo di girare é completamente differente, anche nell’ordine delle scene: so che nel cinema si girano spesso le scene finali all’inizio e viceversa e che quindi il ritmo e la fluidità sono dati principalmente dal montaggio. E hai anche ragione riguardo alla dilatazione maggiore del racconto nel telefilm, che ha margini di tempo piu’ grandi per esprimersi, pero’ ho notato che anche nei telefilm di un’ora e mezzo c’é lo stesso senso di mollezza, di sonnolenza dell’azione (e dello spettatore). Eppure io sono uno a cui piacciono moltissimo anche i film lenti, rarefatti, in cui pero’ c’é qualcosa di avvincente e che ti permette di restare agganciato allo schermo. Forse gli unici telefilm che hanno un taglio cinematografico sono i primi “Colombo” che si possono interpretare come veri e propri film tascabili e poi, effettivamente ci sono serie come “Treme” o “The Wire” che sono di grande qualità.
    Grazie comunque per le elucidazioni in materia, é sempre un piacere leggerti.

  28. Plissken scrive:

    Riguardo i telefilm condivido quasi del tutto le impressioni di Vigile inerenti l’insulsaggine propria delle serie televisive (le italiane poi…), MA le eccezioni ci sono per fortuna. Oltre al citato “the wire” che secondo i miei personali gusti pongo sul podio, la serie “the shield” ha risposto con forza a tutte le mie esigenze in proposito: riprese, montaggio, fotografia (sgranata, non certo in HD), sceneggiature e cast eccezionali nonostante siano passati + di dieci anni dall’esordio della prima stagione. Imperdibile assolutamente in my opinion.

    Diamine ho perso del tutto “Treme”: mai sentita prima… vedrò di informarmi…

  29. Alberto Cassani scrive:

    Io personalmente accuso abbastanza la lunga durata dei telefilm statunitensi. Non sono mai durato più di 5 stagioni con la stessa serie, nemmeno con “ER” e “House”. In questo, a mio parere, è molto migliore la struttura britannica, con stagioni più brevi e quindi meno necessità di allungare il brodo. Tra l’altro una serie che mi sento di consigliare è “House of Cards” (la versione USA, l’originale non l’ho vista), molto particolare ma anche molto interessante.

  30. Vigile scrive:

    Ah! mi conforta l’idea di non essere il solo a provare sensazioni di pesantezza in presenza dei telefilm, vero Plissken? per quanto riguarda “Treme”, vale assolutamente la pena scoprirlo, in quanto si svolge nella disastrata New Orléans, dopo il passaggio di Kathrina e mette in scena scampoli di vita e problematiche legate al dopo- ciclone e, cosa ancora piu’ interessante, principalmente si svolge nell’ambiente dei musicisti di jazz e degli artisti del posto che si devono barcamenare per sopravvivere in un mondo in mutazione. Forse perché io stesso sono musicista , trovo i personaggi molto “giusti” e le situazioni createsi a causa dalla pretesa ricostruzione della città contribuiscono all’aspetto drammatico del film. Credo che Treme sia il nome della compagnia di autobus di New Orléans, ma non ne sono certo.

  31. Alberto Cassani scrive:

    No, Tremé è un quartiere nei sobborghi della città.

  32. Plissken scrive:

    Si Vigile, anch’io provo sovente dette sensazioni di “pesantezza” e noia inerenti la maggior parte delle serie televisive (con quelle italiane però mi viene da emulare Tafazzi), e dico ciò nonostante possa dirmi incline a visionare con soddisfazione ANCHE una tipologia di film che non fa della frenesia la sua caratteristica principale (Kaurismaki è uno dei miei registi preferiti ad esempio, tanto quanto Carpenter) ma ribadisco che secondo il mio personale parere le eccezioni ci sono.

    Ho guardato un po’ in rete ed ho visto che “Treme” è inedito in Italia, ma a quanto pare dovrebbe essere possibile reperire la serie in lingua originale con sottotitoli: lo farò senz’altro, grazie per il consiglio.

    Anch’io sono amante delle serie televisive anglosassoni (l’ultima che ho visto è stata Luther grazie alle dritte di Enrico Sacchi su “muntari.cinefile.biz”) e sono incline come il Cassani a “condannare” l’eccessivo sviluppo di molte serie americane, sviluppo probabilmente dovuto alla volontà di spremere il limone sino all’ultima goccia.
    I risultati si sono visti anche su serie dal grande potenziale ed ottimo livello (Dr. House, Dexter, O.Z., Lost…) ahinoi degenerate progressivamente.
    Considero in tal senso “The wire” un’eccezione, ed ovviamente ribadisco quanto la serie “The Shied” sia allo stesso livello, con la differenza che appare più articolata e “vivace” soprattutto per la sceneggiatura, l’uso della handy cam (senza gli eccessi di “REC” e “Cloverfield”) la frenesia del montaggio, l’utilizzo di filtri per “sgranare” la pellicola alla faccia dell’alta definizione: un motivo per questa scelta c’è, e si collega perfettamente con le perplessità/considerazioni esplicate sull’articolo di testa (visto che non sono del tutto fuori tema?) Ergo, se non l’hai mai vista mi permetto di insistere: prova a visionare i primi episodi…

    Adesso vedrò di informarmi anche su “House of Cards” che ovviamente (mannaggia..) non conosco…

  33. Donato scrive:

    Beh, alla fine dei conti le serie televisive sono come i film: ci sono i prodotti di ottima fattura, quelli destinati a un pubblico medio e la spazzatura vera e propria.

    Da giovane mi piacevano soprattutto i telefilm polizieschi di produzione britannica. Quelli americani mi apparivano già all’epoca troppo stereotipati e quindi poco credibili.

    Negli ultimi anni devo dire che ho scoperto delle serie televisive che mi hanno colpito e in alcuni casi sbalordito (in senso positivo). Tra quelle di produzione americana vale la pena di citare, oltre alla già menzionata The SHIELD, anche le serie LIFE (di cui però ho visto solo la prima stagione) e, in ambito fantascientifico, la straordinaria Battlestar Galactica (mi riferisco a quella prodotta dal 2003 al 2009 e non quella degli anni ’70).

    Recentemente sono rimasto anch’io catturato dalle vicende del dott. House ma devo dire che, con il progredire delle stagioni, la serie ha perso progressivamente molta della sua “magia”.

    Tra le produzioni inglesi recenti consiglio vivamente Life on Mars (si conclude in due stagioni), una serie di stampo poliziesco basata su di un’idea alquanto originale, sviluppata in modo quasi magistrale.

    Infine, come non citare anche Game of Thrones, una serie fantasy che mi ha stupito per il taglio adulto e per l’incredibile (e quasi traumatico) superamento di certi “taboo” censori tipici delle produzioni americane. Basata su una serie di romanzi di Gerge R.R. Martin, questa serie sembra destinata a ridefinire gli standard di produzione delle future serie televisive (soprattutto di quelle americane).

  34. Alberto Cassani scrive:

    Di “Life on Mars” mi avevano parlato bene, ma adesso non ricordo se si trattasse della versione britannica o di quella statunitense. Da “Games of Thrones” invece mi tengo rispettosamente alla larga…

  35. Donato scrive:

    La versione originale inglese di Life on Mars è la migliore. Dicono che anche quella americana non sia malvagia, ma, essendo un “remake”, è un tantino “contaminata” dagli stereotipi delle serie TV americane. Inoltre, pare che la seconda parte della storia e soprattutto il finale della serie siano molto diversi rispetto alla versione originale inglese. Quest’ultima poi sfoggia delle ambientazioni dell’Inghilterra anni ’70 strepitose. Veramente da brividi.

    Game of Thrones è un prodotto per target adulto. Decisamente adulto. Al di la della storia narrata, che può piacere e non piacere, il punto di forza di questa serie è costituito da una galleria di personaggi (tutti molto ben caratterizzati) estremamente ricca e diversificata.

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