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"Match Point" di Woody Allen

22 dicembre 2005 Recensioni 6 Commenti
Match Point

Medusa, 13 Gennaio 2006 – Fiacco

Chris Wilton è un ex tennista che lavora come istruttore in un club di Londra. Lega in maniera particolare con il suo allievo Tom, tanto da diventare una presenza costante a casa sua. Tra lui e la sorella di Tom sboccia ben presto l’amore, ma l’incontro con la fidanzata di Tom lo sconvolge…


Scarlett Johansson e Jonathan Rhys-Meyers in Match Point«Ci sono momenti, in una partita di tennis, in cui la palla colpisce la parte alta della rete e per una frazione di secondo non sappiano se la supererà o se cadrà indietro. Con un pizzico di fortuna, la palla supera la rete e vinciamo la partita, ma senza fortuna ricadrà indietro e perderemo.»

Un film certamente inusuale, da parte di Woody Allen. Non solo per la trasferta londinese, ma anche per il genere affrontato. Match Point parte come un dramma familiare ma diventa ben presto un thriller dalle tinte torbide. Allen prova ad adattarsi alla situazione, ma la sua sceneggiatura è banale e la regia non riesce a cambiare marcia al momento opportuno.

Jonathan Rhys-Meyers e Emily Mortimer in Match PointNonostante qualche bel momento seminato nelle due ore di pellicola ed un’ottima sequenza verso la fine, il film non decolla mai e la narrazione è lenta e faticosa. Ma Scarlett Johansson e Jonathan Rhys-Meyers sono perfetti, e ogni loro scena cattura l’attenzione dello spettatore. L’impressione globale, però, è che la pellicola non sia riuscita nel migliore dei modi nonostante le buone intenzioni.


La locandina statunitense di Match PointTitolo: Match Point (Id.)
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Remi Adefarasin
Interpreti: Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox, Penelope Wilton, James Nesbitt, Layke Anderson, Alexander Armstrong, Morne Botes, Ewen Bremner, Scott Hanay, Rose Keegan, Paul Keye
Nazionalità: Regno Unito, 2005
Durata: 2h. 04′


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Attualmente ci sono 6 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    No no Alberto, non sono assolutamente d’accordo. Io reputo questo film di Woody Allen bellissimo e appassionante. Lo script lo trovato sensazionale, mi ha totalmte coinvolto nella narrazione.
    Forse se si vuole trovare un difetto sono alcune scene mal collegate, forse non un buon montaggio e pochi dialoghi che potevano essere scritti meglio però diciamo che è roba da poco.
    Per il resto lo trovato molto molto bello.
    Io di Allen ho visto questo, Scoop, Vicky Christina Barcelona e Basta Che Funzioni e fra questi lo reputo il migliore come contenuti.
    Sogni E Delitti lo hai visto? Fra quelli che ho citato il migliore (guardando in generale) secondo te? Quali film di Allen mi consiglieresti assolutamente di vedere?
    Grazie x una tua risposta…

  2. Alberto Cassani scrive:

    Marco, mi spiace ma questo film non mi ha proprio convinto. E’ un film abbastanza prevedibile, con poco pathos e alcuni personaggi davvero stereotipati (quello della Johansson, ad esempio). Poi è un tipo di film che proprio non capisco, da Woody Allen: perché abbia voluto girare un thriller come questo, non riesco a capirlo. Come non riesco a trovare cose realmente interessanti, nel film.

    Dei quattro film che hai visto, secondo me il migliore è “Basta che funzioni”, che ha una sceneggiatura brillante (scritta trent’anni fa) svilita da una messinscena poco ispirata. “Sogni e delitti” l’ho recensito qui http://www.cinefile.biz/?p=833 e secondo me è una porcheria.
    Di Allen ti consiglio i classici: “Zelig” (http://www.cinefile.biz/?p=4180), “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”, “Io e Annie”. Ma anche “Il dormiglione”, “Amore e guerra”, “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere” e anche “Provaci ancora Sam”, che non è diretto da lui ma è tratta da una sua commedia teatrale e da lui interpretato. Più di recente, “Accordi e disaccordi” e “Pallottole su Broadway” penso siano stati gli ultimi suoi film riusciti davvero bene.

  3. Anonimo scrive:

    Non sono affatto d’accordo.
    “Allen prova ad adattarsi alla situazione, ma la sua sceneggiatura è banale e la regia non riesce a cambiare marcia al momento opportuno.”
    Direi che la regia non *voglia* cambiare marcia al momento opportuno. L’effetto di questa scelta si concretizza nell’aumento di pathos e incredulità quando finalmente accade il misfatto. Questa incredibile ed esplosiva svolta diegetica-ritmica non sarebbe così incisiva se Allen non avesse mantenuto, in precedenza, i ritmi bassi e frustranti del dramma familiare. Mi sembra poi maldestro sostenere che la sceneggiatura sia banale. E’ tutto banalissimo, certo, le frasi che si scambiano gli innamoratini, i discorsi sull’Opera, persino il prologo, ma ciò è voluto, e concorre a quel magnifico effetto di straniamento che le sequenze finali inducono nello spettatore. Basterebbe il post-actum à la Dostoevskij a far crollare ogni accusa di banalità (e basterebbe conoscere un minimo della filmografia di Allen, anzitutto).
    “L’impressione globale, però, è che la pellicola non sia riuscita nel migliore dei modi nonostante le buone intenzioni.”
    Una conclusione quantomeno stramba, ma si tratta pur sempre di impressioni. La mia è che si tratti di uno dei suoi migliori film. Uno tra i più riusciti, tra i più arditi, ed in definitiva tra i più interessanti.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Che sia tra i suoi film più arditi non c’è dubbio, ma penso che l’interesse ci sia solo per questo motivo: perché è un film anomalo come ambientazione come genere, rispetto alla filmografia precedente di Allen. Di certo, però, non è tra i suoi più riusciti. Perché se anche fosse vero che è tutto voluto, a me sembra comunque che le cose non funzionino. Non capisco come si possa provare incredulità quando si assiste al misfatto, visto che tutto portava su quella strada nella maniera più ovvia possibile (e da lì in poi tutto porta prevedibilmente alla frase che ho citato in apertura di recensione). E’ vero comunque che lo stile della prima parte – quella più romantica e meno thrilling – è giusto per ciò che sta raccontando, ma è in seguito che la narrazione avrebbe dovuto farsi più intensa, perché nel modo in cui il film è girato si assiste al racconto troppo passivamente, senza provare alcuna emozione. Non è straniamento: è algido distacco. E temo proprio che non sia per nulla voluto.

  5. Anonimo scrive:

    Ottima espressione: algido distacco. La narrazione si fa intensa pochi istanti prima del duplice omicidio, e cessa di esserlo quando subentra quell’asfissiante, soffocante senso di apatia (bruttissimo dire così, ma non mi viene un termine migliore) che proietta il delitto in una dimensione teatrale, surreale e reale al contempo. Normale, quotidiana. Se in questa sequenza avessimo assistito ad un forte aumento di intensità o di pathos, allora sì che sarebbe stato tutto ovvio. Invece Allen sceglie di normalizzare la vicenda, di renderla frustrante e squallida, di mettere in risalto la freddezza dell’assassino in rapporto all’atto che ha compiuto (i suoi rimorsi, infatti, si traducono in due lacrimucce di stress), e non fa che accentuare “il vigoroso orrore della storia normale”.
    Trovo che questo fosse doveroso e, in definitiva, geniale.
    Come si può provare incredulità, chiedeva? Di certo nessuno avrebbe scommesso un centesimo che il protagonista lasciasse la moglie e si mettesse con l’amante, ma onestamente finché non l’ho visto imbracciare il fucile nell’appartamento della vicina, non ho sospettato minimamente che intendesse commettere un duplice omicidio (non escludo, tuttavia, che io sia poco sagace, stando alla sua puntualizzazione XD).

  6. Alberto Cassani scrive:

    Be’, non c’è dubbio che ci sia un’enorme differenza nella percezione del racconto cinematografico da parte di uno spettatore normale e di uno che guarda film per lavoro. Tanto per dire, ieri sera ho guardato la prima puntata di una miniserie televisiva di qualche anno fa. C’era un’attrice che io avevo visto in un paio di film anche importanti, e che ricordavo bene, segnata nei titoli di testa come “guest star”. Ma interpretava la moglie del protagonista, e le prime scene fanno chiaramente capire che vanno troppo d’accordo per separarsi. Quindi, ho pensato, l’unico motivo per cui lei sia segnalata come ospite è che il suo personaggio muore prima della fine della puntata. E infatti…

    Ma al di là del poter anticipare lo sviluppo del film di Allen, io sono convinto che con uno stile più incalzante nella seconda parte la storia avrebbe guadagnato pathos. Nella conferenza stampa che ho riportato qui http://www.cinefile.biz/?p=4125 Allen dice testualmente (per lo meno, nella mia traduzione della sua risposta in inglese) “Vorrei comunque mettere l’accento sul fatto che guardando il film, gli spettatori sono partecipi delle sue vicende, capiscono il suo stato d’animo. Questo dipende esclusivamente dal carisma di Jonathan Rhys-Meyers: è un attore così magnetico, così interessante, che ci si appassiona al suo personaggio più di quanto non si dovrebbe. Se avessi scelto un attore diverso, sicuramente la reazione del pubblico nei confronti del personaggio – e del film in generale – sarebbe stata molto diversa.” Io sono d’accordo solo sulla seconda parte, ossia che l’efficacia del personaggio dipenda quasi esclusivamente dal’interpretazione di Rhys-Meyers. Invece avevo avuto l’impressione che gli spettatori non siano davvero “partecipi delle sue vicende”, ma solamente lontani spettatori passivi. Ma come diceva lei nel suo primo messaggio, “si tratta pur sempre di impressioni”.

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