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"Match Point": incontro con Woody Allen

22 dicembre 2005 Interviste 0 Commenti
A cura di Alberto Cassani, 22 Dicembre 2005

In una delle sue rare visite nella città di Milano, dove si trovava per esibirsi in un concerto con la sua jazz band, Woody Allen ha incontrato anche i giornalisti cinematografici subito dopo la proiezione del suo ultimo film, il primo prodotto e realizzato in Inghilterra…


Match Point è un film ricco di citazioni e di influenze. Da dove è partito, nella costruzione della sceneggiatura?
La mia idea era di fare un film sull’importanza della fortuna nella vita. Credo che si abbia tutti paura di pensare a quanto la fortuna davvero conti, nella nostra vita, perché capiremmo che non abbiamo tutto il controllo che ci piacerebbe avere. Ne abbiamo un po’, ma non è che una minima parte di quanto pensiamo di avere: una grossa parte della nostra vita dipende esclusivamente da buona o cattiva sorte. Ho pensato che il tennis fosse una buona metafora di quei momenti, in cui è solo la fortuna a decidere la direzione che prenderà la nostra vita. E capita davvero molto spesso, tanto che è molto più importante essere fortunati che bravi: possiamo essere molto bravi ma avere una pessima vita per semplice sfortuna, oppure essere talmente fortunati da avere una splendida vita nonostante non si sia per nulla bravi.

Ma lei si considera più bravo o più fortunato?
Francamente, nella mia vita non ho avuto altro che buona fortuna. Ho avuto il massimo della buona sorte possibile: sono sempre stato in salute, ho avuto fortuna nel mio lavoro come nella mia vita privata… Sono stato davvero molto fortunato, perché ho potuto costruire la mia vita intorno a quel poco di talento che mi ritrovo, ho potuto vivere una vita piena di entusiasmo e di cose esaltanti. Quando ho iniziato a fare il regista, i critici hanno deciso di enfatizzare le poche cose buone dei miei film e di non dire nulla riguardo quelle terribili… Per quanto mi riguarda, quando la palla ha rimbalzato sul nastro, è sempre caduta nella direzione giusta.

Il protagonista maschile del film ha successo in ogni cosa che fa. E’ bello, è seducente, gioca bene a tennis, diventa un ottimo manager… Questa forse non è solo fortuna, forse c’è anche un po’ di talento…
Certo che ha talento, ma quello che gli succede è la dimostrazione che anche con tutto il talento che ha, con tutta l’attenzione che ci mette, alla fine ha successo solo grazie ad un colpo di fortuna. Il rimbalzo giusto, al momento giusto… Vorrei comunque mettere l’accento sul fatto che guardando il film, gli spettatori sono partecipi delle sue vicende, capiscono il suo stato d’animo. Questo dipende esclusivamente dal carisma di Jonathan Rhys-Meyers: è un attore così magnetico, così interessante, che ci si appassiona al suo personaggio più di quanto non si dovrebbe. Se avessi scelto un attore diverso, sicuramente la reazione del pubblico nei confronti del personaggio – e del film in generale – sarebbe stata molto diversa.

Passando invece alla protagonista femminile, Scarlett Johansson è stata definita la sua nuova Musa…
Io l’ho incontrata per caso mentre stavo preparando questo film, e si è dimostrata un’attrice davvero meravigliosa. E’ una perfetta stella del cinema: è bella, sexy, molto intelligente e molto sofisticata. Lavorandoci insieme l’ho trovata anche una ragazza molto divertente, con un grande senso dell’umorismo, tanto che ho scritto un altro film che mi desse modo di recitare con lei. L’abbiamo girato quest’estate a Londra, si intitola Scoop e in confronto a questo è un film piuttosto stupido, ma è un film realizzato solo per far ridere. Comunque, non direi che Scarlett sia la mia Musa, ma di certo è una fonte di ispirazione, non solo per me. Quando la incontri, è impossibile non apprezzarla immediatamente: quando arriva sul set lo illumina con la sua presenza, illumina tutto il quartiere da tanto è radiosa…

In questo film, un personaggio definisce il matrimonio come «un intreccio di nevrosi». E’ anche la sua opinione?
Be’, nel matrimonio bisogna essere molto fortunati, perché ogni cosa deve andare al proprio posto. Ci dev’essere una sintonia perfetta perché la relazione funzioni perfettamente; basta una sola piccola cosa fuori posto, e le difficoltà diventano insormontabili. Trovare l’anima gemella è un mix di impulsi nevrotici e ricerca della perfetta sintonia, è per questo che se trovi la persona giusta e riesci ad avere un matrimonio felice è un gran colpo di fortuna. Anche in questo, conta di più la fortuna che qualsiasi tentativo di razionalizzazione, che qualsiasi terapia psicanalitica… E’ grazie alla fortuna, che riesci a trovare qualcuno davvero giusto per te. Per fare un esempio un po’ “grafico”, un uomo che ha il desiderio di essere frustato da una donna dev’essere molto fortunato per riuscire a trovare una donna a cui piace frustare gli uomini, devono essere fortunati entrambi… Questo incontro sostituirebbe tranquillamente un migliaio di ore di analisi…

Lei crede che l’Amore e la Morte abbiano tra loro una relazione diretta?
Credo che l’Amore e la Morte siano due cose che permeano la vita di ognuno di noi, con cui cerchiamo continuamente di trovare un compromesso. Penso si passi la maggior parte del tempo a riflettere sul fatto che saremo qui solo per un periodo limitato, e che tutto sia destinato a finire. Questa consapevolezza influisce su ogni nostra decisione, su ogni cosa che facciamo… è un’ombra che ci segue dappertutto, che ci condiziona molto più di quanto pensiamo. E’ una cosa che ci fa comodo nascondere sotto al tappeto e dimenticare, ma è lì, ed ha una grande importanza. L’Amore, in effetti, è una cosa che le persone usano per contrastare il pensiero della Morte, cercando di convincersi che l’Amore la possa sconfiggere, che l’Amore possa essere così appassionato, così perfetto, da diventare immortale. Io non credo che questo succeda, credo piuttosto che l’Amore sia una delle distrazioni più interessanti – forse la più interessante, la più perfetta – che possiamo avere dal costante pensiero della Morte. Quando funziona, quando siamo innamorati, è molto piacevole allontanarsi dalla consapevolezza della nostra mortalità. E anche quando non funziona, ci dà comunque un po’ di distrazione…

Match Point è il primo film che lei gira completamente fuori degli Stati Uniti, ed è sicuramente un film diverso dai suoi precedenti, soprattutto senza la preoccupazione di dover far ridere.
In realtà, anche in passato ho fatto dei film che non volevano far ridere, dei film seri, anche se non molti. Questo, probabilmente, è quello che mi è riuscito meglio. Penso sia stato molto utile per me lavorare a Londra, anche se l’ho fatto solo perché hanno accettato di finanziare il film lasciandomi completa libertà creativa. Negli Stati Uniti vogliono leggere la sceneggiatura, vogliono sapere chi saranno gli attori… vogliono partecipare… Io non potrei lavorare in questo modo, non l’ho mai fatto: fin dal mio primo film, Prendi i soldi e scappa, non ho mai subìto revisioni di sceneggiatura o interferenze di alcun tipo. A Londra mi hanno permesso di lavorare come mi piace, e mi dà molta soddisfazione vedere che il film è riuscito bene. Sono tornato a Londra anche quest’estate per girare Scoop e ci tornerò ancora per girare un terzo film, ma anche persone di altri paesi europei si sono offerti di finanziare dei miei film girati nel loro paese. Per me è quasi un sogno che si avvera, perché quando ero giovane e mi sono innamorato del cinema, mi sono appassionato a quelli che negli Stati Uniti chiamiamo “foreign movies”, i film stranieri. Ovviamente, essendo statunitense non potevo diventare un regista straniero… ma alla fine sono diventato un regista di film stranieri, perché sono prodotti e realizzati all’estero con quella sensibilità cinematografica europea che ho sempre adorato. E’ una cosa che mi fa molto piacere, è la realizzazione di un sogno…


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