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Pasquale Scimeca: «Il cinema come arte: oggi è ancora così?»

27 luglio 2007 Interviste 0 Commenti
A cura di Dalila Micaglio, 27 Luglio 2007

In occasione del terzo Jonio Educational Film Festival, il regista siciliano Pasquale Scimeca ha raccontato agli universitari che componevano la giuria il suo modo di vedere e di vivere il cinema, iniziando dall’attribuire importanza al valore dello stesso come forma elevata di arte, e giungendo alla sua “confessione”...


E’ meglio sparare ventiquattro fotogrammi al secondo piuttosto che pallottole, ma se si deve parlare di cinema lo si deve fare anche in termini di ribellione e lotta contro l’omologazione cinematografica. Oggi il cinema come forma d’arte non esiste più: il cinema capace di raccontare la verità, ma anche di ucciderla, di cambiarla. Come diceva Glauber Rocha, «il cinema è uno strumento per raccontare la realtà e cambiarla. La vita è una cosa seria, come il cinema del resto». Io credo, invece, che oggi dal cinema debba essere estrapolata la propria consistenza di arte, il senso della sua esistenza perché esso, oltre che divertire deve far riflettere. Il cinema è una forma d’arte elevatissima e se gli togliamo anche questa sua naturale consistenza, non può più esistere. Bisognerebbe partire dalla sua nascita: un racconto della realtà che è partorito in essa.

E’ ovvio che uno dei compiti più importanti del cinema sia suscitare in chi guarda delle emozioni, dei pensieri, dei ragionamenti e non attraverso le forme normali e tradizionali, ma con abilità ancora più importanti. Oggi bisognerebbe cominciare a considerare il cinema così com’è: un’esigenza di raccontare il vero, allo stesso modo in cui ‘Qualcuno’ mise una macchina da presa in mezzo ad una piazza o davanti ad una stazione per catturare ciò che accadeva. Recuperare quel cinema reale, che deve iniziare ad esistere nuovamente significa prendere la realtà e parlare al cuore e alla testa delle persone. Questo deve essere il compito di registi e attori, ma non è quasi mai possibile realizzarlo ed il motivo è semplice: ci sono i poteri, ci sono i sistemi che capovolgono il cinema, che vogliono imporre modelli stupidi, banali, che non fanno pensare né riflettere, ma si limitano solamente a sollazzare per un paio di ore.

Per realizzare un cinema vero, un cinema narratore, c’è bisogno essenzialmente di due cardini come la libertà e l’autonomia intesa come indipendenza necessaria per poter fare qualcosa. E’ un concetto abbastanza elementare, ma anche un grosso problema. Oggi il cinema non è tutto, non lo è mai stato e non lo sarà mai. E mi riferisco ai film che occupano le sale, il mercato, e che arrivano al pubblico. Un cinema controllato in partenza, non solo al momento della sua realizzazione. Una volta c’erano tante cinematografie – americana, brasiliana, orientale, indipendente – e tutte queste forme trovavano una propria espressione. Di questo ora non è rimasto nulla, oggi assistiamo alla conformazione delle proiezioni, ad un qualcosa che si ripete sempre, sia dal punto di vista stilistico che del contenuto, partendo dai modelli del cinema hollywoodiano e giungendo alle produzioni per cassetta. E tutto questo ha un solo comune denominatore, il denaro.
Il problema è il punto di partenza, non cosa la gente sceglie di vedere. Ci si domanda perché oggi ci sia un grande exploit del genere commedia? Facile: il Potere ha deciso così. La questione non è quindi nemmeno chi fa cinema, ma chi decide quale cinema fare e quale non fare. Non bisogna condannare la commedia, che in Italia ha tantissimi nomi importanti come Totò e Monicelli, ma piuttosto riflettere sulla chiusura che oggi si ha rispetto ad essa, dettata fondamentalmente da un sentimento di paura. Paura dell’indipendenza e della rivoluzione, non politica ovviamente, ma mediatica perché il valore di un film non si valuta dagli incassi. E’ vero che il cinema ha una sua componente industriale e di commercio, ma possiede soprattutto una parte artistica. L’Arte non deve essere mischiata alla merce, perché è Arte in quanto tale. I soldi non c’entrano più, è una forma di espressione di cui la società di oggi e ognuno di noi deve nutrirsi.

Non esiste più l’artista solitario, ma solo l’artigiano che si vende al miglior offerente. Se nasce un genere ecco che tutti lo seguono, fino a che non ne nasce un altro. Nell’epoca contemporanea la società ha perso la cultura e si è svuotata di tutto, divenendo una società povera.


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