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"Pinocchio" di Enzo d'Alò

20 febbraio 2013 Recensioni 2 Commenti
Paola Cavallini, 30 Agosto 2012: Ipercinetico
Lucky Red, 21 Febbraio 2013

Il falegname Geppetto si costruisce un burattino da un ciocco di legno e lo chiama Pinocchio. Non appena però gli mette le gambe, Pinocchio scappa in strada e viene bloccato da due carabinieri che, non capendo il perché della fuga, arrestano Geppetto…


Torna sul grande schermo dopo La freccia azzurra, La gabbianella e il gatto, Momo e Opopomoz, Enzo d’Alò, e lo fa cimentandosi con una delle più famose fiabe mai – o per meglio dire sempre – raccontate: Pinocchio. Raccoglie, il regista, una sfida non da poco. Pinocchio è noto a tutti, ha visto innumerevoli versioni: scritte, disegnate, illustrate, a fumetti, animate e cinematografiche, ma d’Alò riesce nell’impresa di fare qualcosa allo stesso tempo di vecchio e di nuovo, a non travisare la vicenda, ma a raccontarla in un modo diverso.

Moltissimo lo aiuta, in tutto questo, il lavoro di un genio assoluto, Lorenzo Mattotti, disegnatore, fumettista, illustratore tra i più amati e riconosciuti al mondo, che aveva negli anni 90 già interpretato questa storia in un libro caldamente consigliato a tutti. C’è molto di Mattotti in questo Pinocchio, ci sono i suoi personaggi strambi e mobilissimi, i suoi paesaggi irreali e favolosi, i colori che si fondono e si perdono uno dentro l’altro a creare qualcosa di magico e irripetibile, che aggiungono alla storia del burattino – al quale ognuno di noi ha sentito almeno una volta di assomigliare – un alone di favola e meraviglia nuovo e mai visto.

E così anche noi “grandi” ci lasciamo prendere per mano dal burattino più famoso della storia, ci lasciamo divertire, spaventare, meravigliare proprio come i bambini che eravamo la prima volta che abbiamo sentito questa storia. E ci scopriamo curiosi di vedere come sarà la prossima scena, il prossimo paesaggio, l’abito di Mangiafoco, la casa della bambina dai Capelli Turchini, il mirabolante Paese dei Balocchi.

Anche la colonna sonora è all’altezza della situazione: Lucio Dalla è riuscito a dare un’ulteriore magia a questo racconto, con un lungo percorso – quasi tre anni di lavoro – con le contaminazione della canzone popolare, del melodramma, delle canzoni per bambini, del rock e dell’hip-hop. E’ lui, inoltre, il doppiatore di uno dei personaggi secondari, il Pescatore Verde. Ottimi peraltro tutti i doppiatori, il piccolo Pinocchio Gabriele Caprio, Mino Caprio nella parte di Geppetto, e ancora Rocco Papaleo, Maurizio Micheli ed Andy Luotto. Ed è così che, grazie a tutto – e a tutti – questo Pinocchio è davvero riuscito a diventare un bambino (e un film) vero…


Titolo: Pinocchio
Regia: Enzo d’Alò
Sceneggiatura: Enzo d’Alò, Umberto Marino
Fotografia:
Doppiatori: Gabriele Caprio, Mino Caprio, Rocco Papaleo, Paolo Ruffini, Maurizio Micheli, Maricla Affatato, Lucio Dalla, Pino Quartullo, Andy Luotto

Nazionalità: Italia, 2012
Durata: 1h. 24′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. HypnoDisk scrive:

    Mi spiace non essere d’accordo, ma questo film è un tentativo mal riuscito di trasporre fedelmente la fiaba di Collodi, nulla a che vedere con “Un burattino di nome Pinocchio” (1972) film d’animazione di Giulio Cenci, che certo nemmeno quello era privo di lacune, ma decisamente soddisfacente, nonchè la versione più fedele al libro.

    Questo invece lascia molto a desiderare. Una grafica a mio avviso irritante, personaggi trasposti in una modalità poco convincente, i soliti non-doppiatori che aggravano i film d’animazione (vedasi Paolo Ruffini su Lucignolo che distrugge il personaggio su due piedi). Per il resto il film si prende delle strane libertà che ahimè non hanno certo migliorato la trasposizione. Non mancano comunque buoni spunti, parti tutto sommato riuscite, e qualche buona gag. Voto 5

    PS: Quattro anni di lavoro per questo? Sigh…

  2. Alberto Cassani scrive:

    Al di là del giudizio sulla riuscita generale della pellicola, che tutto sommato condivido, non è vero che vuole trasporre fedelmente il libro. Anzi, d’Alò ha voluto dare una sua interpretazione molto personale di quello che Collodi aveva scritto, mettendo l’accento su determinati aspetti (il rapporto padre-figlio, in particolare) e trascurandone completamente altri. Semmai si può dire che vuole con troppa insistenza inserire troppi eventi del libro, costringendone così molti a scorrer via troppo veloci e quindi senza lasciare il segno. Se ci fai caso, a parte il Gatto e la Volpe, tutti gli altri personaggi secondari sono compresi in pochi minuti di proiezione.

    Sui non doppiatori ormai c’è poco da dire, ma per lo meno qui si sono scelti degli attori invece che dei personaggi dello spettacolo. Questa è una produzione indipendente, per quanto finanziata internazionalmente, e probabilmente di più non si poteva fare. D’altra parte tutto si può dire ma non che d’Alò non sia un professionista serio. Paolino in effetti stona molto, e non escludo dipenda anche dal fatto che è l’unico a parlare con accento toscano.

    In ogni caso, tra una cosa e l’altra gli anni di lavorazione sono più di dieci, perché d’Alò aveva realizzato un trailer del film che aveva in mente già nel 2000, preferendo poi sospendere il progetto visto la concomitanza con quello di Benigni. Quattro sono gli anni di lavoro di produzione, il lavoro di sceneggiatura è precedente.

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