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Pubblicata su"Creative Screenwriting" #21, Settembre/Ottobre
1998
Tradotto da Alberto Cassani
Il
diario di guerra del soldato Ryan
Un'intervista con Robert Rodat
di George Khouri
Una
giovane donna aiuta uno stormo di ochette orfane a ritrovare la strada
verso casa. Un allenatore statunitense fa l'impossibile - preparare
la squadra russa per il torneo olimpico di baseball. Una compagnia di
soldati richiano di tutto per salvare la vita di un singolo uomo. Queste
sono tutte storie che raccontano un Valore, che ci mostrano la Speranza
in un mondo pieno di cinismo. Queste sono tutte storie di Robert Rodat.
Rodat, che è laureato in Storia, ha studiato cinema alla University
of Southern California. Ha iniziato a scrivere sceneggiature all'interno
di alcuni "writing team", sviluppando le storie degli altri,
ma ha ottenuto il suo primo accredito con un film sul baseball scritto
per la HBO, "The Comrades of Summer". Da allora ha dimostrato
un talento per le storie che raccontano dei valori umani, che si tratti
di "L'incredibile volo" (co-sceneggiato insieme a Vince McKewin)
o "Tall tale" (insieme a Steve Bloom). Ci ha mostrato il suo
lato oscuro con "The Ripper", una storia sull'infernale Jack
lo Squartatore. In questo periodo sta sistemando le ultime cose sulla
storia di un'epopea dell'America rivoluzionaria ["Il
patriota"].
Ma è con "Salvate il soldato Ryan"
che Rodat ha spinto l'esperienza dei film di guerra ad un realismo assoluto
e ci ha esposto al terrore di come una guerra può distruggere
l'innocenza di un uomo. Con la leggendaria guida di Steven Spielberg,
l'onestà dell'interpretazione che Tom Hanks ha dato del rigido
Capitano John Miller e l'assistenza non accreditata di Frank Darabont
e Scott Frank (nessuno dei due ha chiesto di avere il proprio nome nei
titoli), questo film è una delle esperienze cinematografiche
più emozionanti da diversi anni a questa parte.
Le
vite del Capitano Miller e dei sette soldati che sono con lui valgono
davvero quella del soldato Ryan? Cosa fa di questo soldato semplice
un simbolo così potente?
Quello che abbiamo cercato di esplorare, con questo film, è
la concentricità delle nostre responsabilità. La responsabilità
ci circonda con una serie di cerchi concentrici: tu hai la responsabilità
di te stesso, della tua famiglia, di chi ti sta vicino, degli uomini
della tua compagni, e persino della tua Patria. Credo che la forza morale
di un uomo si veda da quanto è largo il cerchio della sua responsabilità.
Ma non è solo questo: abbiamo cercato di descrivere anche quello
che succede nella nostra "zona grigia" - scambierei mio fratello
con qualcun altro? Con qualche altro centinaio di persone? Quello che
succede in questa zona grigia che sta tra il preoccuparsi del nostro
fratello e del nostro vicino di casa da una parte e preoccuparsi della
Patria dall'altra è ciò che fa di noi degli esseri umani.
Cosa
ti ha ispirato la storia? E' stata scritta su richiesta o è un'idea
originale?
L'ho presentata io alla Paramount. Era il periodo del cinquantesimo
anniversario del D-Day, stavano uscendo un sacco di libri sulla Seconda
Guerra Mondiale e quello era un argomento che avevo in testa. Io vivo
in un piccolo paese del New Hampshire, e nella piazza principale c'è
un monumento a tutte le persone della città che sono morti in
guerra. In quasi tutte le guerre c'erano più di un membro della
stessa famiglia che sono morti durante la stessa guerra. Questa è
stata la scintilla che mi ha fatto benire l'idea. L'ho raccontata al
produttore Mark Gordon e a lui è piaciuta. Ci abbiamo lavorato
un po' su e poi l'abbiamo portata alla Paramount.
Hai
scritto undici versioni per Gordon prima di andare alla Paramount. Com'è
cambiato il concetto iniziale nel corso di queste revisioni?
In realtà non è cambiato affatto. Io lavoro sempre
scrivendo molte "versioni" in poco tempo. In realtà
sono semplicemente delle correzioni, metto a fuoco alcuni punti mano
a mano, e di solito faccio sempre almeno cinque di questi passaggi prima
di iniziare a definire davvero le singole scene. Il cincetto iniziale
dello script, la strutturam il tema... era già tutto lì.
E' stato trovare la voce giusta per i personaggi che ha richiesto molto
tempo.
Che
tipo di ricerche hai fatto per scrivere questa sceneggiatura?
Innanzitutto ho letto un sacco di libri di storia, poi sono passato
ai racconti dei reduci perché mi sono reso conto che era più
importante capire che tipo di reazioni queste persone avessero avuto
quando si trattava di combattere che non conoscere la logistica militare
vera e propria. I soldati della vita reale non sono come quelli che
si vedono nei film di guerra - i personaggi di John Wayne in film come
"Guadalcanal Diary" o "Back to Bataan". I soldati
veri erano cresciuti durante la depressione, avevano visto i veterani
della Prima Guerra Mondiale essere uccisi dall'esercito nelle strade
di Washington. Erano cresciuti subito dopo il momento in cui il Partito
Socialista aveva ottenuto il maggior numero di voti nella storia degli
Stati Uniti. C'era un movimento pacifista che era in grado di bloccare
tutto durante il primo periodo della guerra del Vietnam. Erano uomini
consapevoli, cinici, eppure nel caos del D-Day - quando non c'erano
ufficiali, non c'erano piani di battaglia e ognuno era per sé
- erano solo queste unità di dieci uomini, e hanno fatto quello
che andava fatto, mettendo a serio rischio la loro vita. Questo mi sembra
straordinario. Per me la contrapposizione di cinismo e dovere è
la cosa più interessante del film.
Com'è
finito il tuo script nelle mani di quelli della DreamWorks?
Alla Paramount c'erano già un paio di progetti per film ambientati
durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui hanno messo il nostro in
fondo alla lista. Però Tom Hanks ha letto la sceneggiatura e
gli è piaciuta, così ha chiamato Steven. Quando entrambi
hanno deciso di voler girare il film, il progetto è diventato
una co-produzione tra la Paramount e la DreaWorks.
Qual
è stata la tua reazione quando Steven Spielberg ha espresso il
proprio interesse in qualcosa che tu avevi scritto?
Beh, è successo circa una settimana dopo che Tom Hanks aveva
firmato il contratto, e la cosa mi ha fatto molto piacere.
Tom
Hanks non è John Wayne...
Esattamente. Il personaggio di Tom non è il tipo di comandante
"larger than life". E' un fragile essere umano, un ragazzo
normale in una situazione anormale. Non so se è proprio per questo
che Tom è rimasto colpito dalla sceneggiatura, ma credo che in
qualche modo abbia avuto importanza. Non è un film in cui si
va all'assalto e si spara a tutto quello che si muove: è un film
su un ragazzo che sta combattendo con il concetto di dover uccidere
delle persone e, cosa ancora più importante, di avere sotto il
proprio comando delle persone che moriranno.
Ci
sono stati degli elementi del personaggio che Hanks ha voluto cambiare?
In una delle prime versioni Miller aveva ottenuto la Medaglia d'Onore
del Congresso. A Tom l'idea non piaceva, voleva che Miller assomigliasse
all'uomo qualunque. E' stata una buona idea, e sullo schermo è
davvero riuscito a dar vita a quanto c'era scritto sulla pagina. Lui
riesce a renderti facile immedesimarti in quella situazione. La prima
mezz'ora del film, lo sbarco in Normandia, ha un grande impatto emotivo
sul suo personaggio e sul pubblico. E' una cosa molto dolorosa.
Ricordo
di essere stato sorpreso del fatto che la storia non fosse incentrata
sul soldato Ryan ma su Miller e la sua unità. E lo stesso Ryan
non è esattamente come ce lo si aspetta.
Questo film gira intorno al concetto di sacrificio, racconta di
un gruppo di giovani uomini che mettono a repentaglio la loro vita.
Il personaggio di Ryan rappresenta tutti i Ryan che stanno combattendo,
tutti gli uomini della sua unità, tutti gli uomini del suo esercito,
e si spera tutti la gente a casa. Salvandolo come individuo, questi
ragazzi stanno facendo qualcosa di patriottico, stanno cercando di salvare
tutti noi e tutti coloro che si sono sacrificati durante la Seconda
Guerra Mondiale.
L'identificazione che il pubblico ha durante il film, cambia nel corso
della proiezione: lo spettatore vedrà le cose attraverso gli
occhi di Miller, perché è lui il protagonista, ma alla
fine è Ryan che rappresenta tutti noi.
C'è
stato qualche risvolto della trama che Hanks e Spielberg hanno voluto
cambiare?
Volevano che Miller morisse, che poi era la mia prima idea di come
la storia doveva risolversi. Quando ho presentato la sceneggiatura alla
Paramount, a loro questa idea non era piaciuta, così ho passato
un week-end riscrivendo un finale in cui Miller sopravvivesse. All'inizio
della lavorazione, Steven mi ha chiesto di vedere anche le versioni
precedenti, le cose che avevo scritto e le idee che avevo preso in considerazione.
Gli ho scritto un lungo memoriale in cui gli raccontavo tutto quello
che avevo considerato ma poi scartato, e le prime cose di quel memoriale
erano la scena al cimitero di guerra e la morte di Miller. Avevo capito
il ragionamento della Paramount: avrebbe potuto funzionare in entrambi
i modi, ma era certamente più pregnante e potente nella versione
in cui lui muore.
Mi
ha stupito vederlo sopravvivere, nella versione della sceneggiatura
che ho potuto leggere, perché mi sembrava che lui avesse capito
che quella sarebbe stata la sua ultima missione.
Quella che hai letto era un ibrido con un finale posticcio. Era
evidente, nella versione che hai letto, che sarebbe morto nel corso
della missione.
Cos'ha
fatto Spielberg con la tua lista di idee scartata? Ne ha presa qualcuna
che gli piaceva?
Era un memoriale molto molto lungo, con idee che avevo considerato
ma mai scritto e lunghe sequenze che avevo scritto e poi scartato. Abbiamo
avuto una lunga conversazione telefonica in cui abbiamo analizzato tutte
e trenta le pagine di quel memoriale, e lui continuava a dire "Sì.
Lascia perdere. Lascia perdere. Sì, questa tienila. Prova a svilupparla.
Forse una parte di questa..." e roba del genere.
La
sceneggiatura di "Salvate il soldato Ryan"
sembra essere un esempio di perfetto processo produttivo. Il film e
la tua ultima versione della sceneggitura sono notevolmente migliori
della prima versione. Da cosa credi sia dipeso?
Steven, Tom e Mark Gordon sono dei vulcani di idee. Adorano avere
degli input e sputar fuori idee. Ad un certo punto Steven ha detto "Noi
non abbiamo una gerarchia di comando: le idee possono arrivare da qualunque
parte, e meritano tutte la stessa considerazione". Ad ogni dubbio
discutevamo di tutte le possibili varianti. Una cosa davevro impressionante
di Steven è che adora sentire le idee degli altri, e questo ha
aiutato moltissimo il processo produttivo. Lui sa esattamente quello
che vuole, ma prima di prendere una decisione definitiva gli piace sentire
il parere di tutti.
Perché
avete aggiunto il personaggio di Mellish?
Sia per motivi meramente logistici che per cose riguardanti i personaggi
e la trama. Ci servivano più persone perché avevamo deciso
di far morire qualcuno nel primo villaggio che il gruppo attraversa,
in modo da aumentare la sensazione di pericolo. E poi ci serviva un
personaggio in più nel finale - avevamo bisogno di due persone
in più che morissero, uno nel secondo atto e uno alla fine del
terzo.
E la cosa ha riguardato anche Reiben, che adesso è interpretato
da un ragazzo irlandese ma che in origine era un personaggio ebreo.
Quando il ruolo è stato affidato a Ed Burns avevamo bisogno di
un ebreo, in parte per via dell'allegoria sulla sua morte. Nel senso
che lui muore mentre Upham [Jeremy Davies],
pur sapendo che sta morendo, non fa nulla per evitarlo. La si può
intendere come una rappresentazione in piccolo dell'Olocausto.
Volevo
chiederti proprio se eri alla ricerca di una metafora dell'Olocausto,
con quella scena.
La morte di Mellish [Adam Goldberg]
è la scena più difficile da guardare, nel corso del film.
Sicuramente.
E non è una coincidenza che sia stata l'inerzia di Upham
che ha portato alla sua morte. Anche se gli Alleati hanno combattuto
eroicamente durante la guerra, e in difficili situazioni, tutti gli
Alleati e il Vaticano stesso sapevano dell'Olocausto e non hanno fatto
niente per impedirlo.
Ma
è una metafora corretta? Gli Alleati sapevano cosa stava succedendo
ma decisero di non far nulla per impedirlo. Invece non è
una scelta che Upham compie coscientemente, è più un'inabilità
di salvare il proprio commilitone.
Non è un'allegoria perfetta e non è una metafora perfetta.
Perde di senso, diventa confusa quando vedi quello che succede dopo.
Alcune persone mi hanno detto che dopo che Upham uccide Steamboat Willie
[il soldato tedesco che ha appena ucciso Mellish]
sembra stia camminando sulla strada per diventare l'Eroe di Guerra tutto
d'un pezzo. Cosa fare con l'Olocausto, dal punto di vista delle forze
militari alleate non era una domanda di semplice soluzione. Bombardi
i campi di sterminio? Beh, è un cosa moralmente difficile. Non
è una situazione semplice da risolvere, e questa è la
ragione per cui la metafora funziona e non funziona.
La
morte di Mellish è una scena molto importante, nel corso del
film. Arriva verso la fine della proiezione ed è estremamente
potente, ma Tom Hanks ha detto che quella scena non era stata scritta
in sceneggiatura. E' vero?
Sapevamo che sarebbe dovuto morire, ma il modo in cui sarebbe morte
e la creazione della metafora sono venute dopo.
Ma
pensi che quella scena si inserisca bene nell'insieme che avevi creato?
Sì.
Hai
detto che il film gira attorno al concetto di sacrificio e di giovani
uomini che mettono a rischio la vita, ma questa scena mi sembra esprima
il concetto opposto. Non pensi che abbia in qualche modo tradito il
tema principale?
Un sacco delle cose che accadono ad Upham sono semplicemente realistiche.
Se leggi i racconti di Steven Ambrose in "Citizen Soldiers"
e "D-Day", l'eroismo è presente alla stessa maniera
in cui sono presenti quelli che si ubriacano e fanno in modo di rimanere
fuori dalla battaglia. C'erano persone che si nascondevano nel primo
buco disponibile mentre i loro compagni venivano uccisi. Mostrare in
"Ryan" tutta la gamma di possibili
reazioni rende ancor più ammirabile il sacrificio di coloro che
decidono di sacrificarsi. Se tutti sono degli eroi, allora il coraggio
ne esce sminuito.
Il
montaggio tra la lenta morte di Mellish e l'inerzia di Upham crea molta
tensione, ma questa tensione non viene mai rilasciata. Quel era la strategia
drammatica, in questa scena?
Il rilascio della tensione sarebbe arrivato se Upham, al momento
giusto, fosse tornato in sé e avesse salito quei gradini per
salvare la vita a Mellish.
Questo
sarebbe stato un modo per farlo.
Sono convinto che il pubblico attraversi trew fasi, qui: prima pensi
che Upham avrà un momento di dubbio, ma che tornmerà in
sé e salverà la vita del compagno. Ma la cosa dura un
po' troppo e allora pensi "Hey, il regista la sta tirando un po'
troppo in lungo, sta drammatizzando troppo la cosa, è troppo
finto". E quando passi quel momento ti rendi conto che in realtà
non salverà il compagno, che Mellish morirà. E questo
è molto più realistico, questo è il momento che
catalizza la tensione: l'agonia.
Sono
d'accordo al 100%, ma dopo quel momento la tensione è sempre
lì con il personaggio, non si risolve.
Esattamente: lascia andare il tizio. Upham può trovare una
liberazione sparando a Steamboat Willie in seguito, ma non credo che
il pubblico provi lo stesso. E' un troppo poco, e arriva troppo tardi.
Sai cosa dice il tedesco a Mellish mentre lo uccide?
Non
sono riuscito a capire, ma immagino fosse qualcosa di sadico.
L'esatto opposto. Sta dicendo "Non lottare, non voglio farti
male. Rilassati e lasciati uccidere, non ti farò male".
Il tedesco sa di essere più forte, sa che lo ucciderà
e cerca di rendere la cosa meno dolorosa possibile. Il che è
ancora più spaventoso.
Qual
era l'aspetto più intrigante della scrittura di questa storia?
Ricordo che mentre scrivevo pensavo "Ragazzi, questa sarà
facile da presentare ad un produttore, ma è un inferno riuscire
a scriverla!" Ed era davvero difficile. La logistica militare non
era particolarmente difficile, e la trama non era cambiata gran che
dalla prima volta che l'avevo scritta. La struttura narrativa di base
e i temi da affrontare era chiari fin dall'inizio, ma il tono emotivo
giusto era molto difficile da raggiungere, e l'ho raggiunto leggendo
molti libri, molti racconti di vita vissuta. Sai chi era Bill Mauldin?
Era un autore di cartoni animati: aveva due personaggi chiamati Willie
e Joe, una coppia di soldati con le facce da cane, sempre stanchi e
che passavano tutto il tempo a piagnucolare; erano dotati di un senso
dell'umorismo molto strano. Sono stati i cartoni di Bill Mauldin e i
notiziari di Ernie Pyle che hanno infuso ai miei personaggi il loro
stanco, quasi stordito, senso dell'umorismo. La loro oppressione psicologica
e al tempo stesso la rabbia nei confronti della loro situazione, ma
anche la consapevolezza della missione che devono compiere. Questa è
stata la cosa più difficile da mettere insieme, e questa mi è
derivata dalla lettura di molti libri scritti da reduci, non dalla lettira
di libri di storia - e certamente non dalla visione di film di guerra.
Puoi
spiegare perché il Capitano Miller reprime le proprie emozioni?
Sta nascondendo qualcosa ai suoi uomini?
Sì: la sua fragilità. Ha paura di andare in pezzi
se lascia libere le sue emozioni.
Qual
è la sua posizione iniziale nei confronti della missione: la
accetta, o communque la capisce?
Non può dirlo ai suoi uomini perché gli sta chiedendo
di portare avanti la missione, ma pensa che sia tutta una stronzata.
Ma
allora perché gli altri soldati che Miller e la sua compagnia
incontrano durante il film capiscono ed incoraggiano il proposito di
andare a salvare il soldato Ryan?
Perché non sono le loro vite ad essere in pericolo ed è
quindi facile per loro dire "Oh sì, questo Ryan è
un simbolo per noi e per le nostre madri, questo è quello per
cui combattiamo". E questo è riassunto da quello che dice
Wade [Giovanni Ribisi]: "Pensa alla
madre di quel povero ragazzo". Ma Reiben gli risponde "Hey:
ho anch'io una madre, abbiamo tutti una madre! E' un peccato che i fratelli
di quel ragazzo siano morti, ma loro sono fuori da questa storia. Perché
lui vale più di noi?" E' facile dire che Ryan trascende
il valore di un singolo soldato quando non sei quel soldato.
E'
corretto dire che gli uomini dell'unità di Miller rappresentano
opinioni diverse che lui può aver considerato ma che non esprimerà
mai?
Sì, si può dire che Miller sia un personaggio tridimensionale.
E' certamente il più complesso e sfaccettato dei componenti la
missione: ci sono elementi di Reiben e Upham... in Miller ci sono elementi
di tutti gli altri ragazzi.
Quando
hai finito di scrivere la sceneggiatura ti sei mai detto "questo
non riguarda Ryan, riguarda la costanza dell'Uomo"?
L'idea che Ryan rappresenti tutti noi e che ha un alto valore non
è arrivata alla fine del processo creativo, è arrivata
nei primi venti minuti di lavoro - questo era il concetto di base: una
missione per trovare un ragazzo che rappresenta tutti noi. Sarebbe facile
dire che Ryan rappresenta l'America, che Ryan rappresenta tutti noi,
e che quindi ha un alto valore. Chiunque potrebbe dire una cosa simile,
uno spettatore come uno dei personaggi che la squadra incontra durante
la missione. Chiunque potrebbe dirlo - tranne Miller.
Quali
sono le sensazioni che il vecchio Ryan prova ricordando gli uomini che
hanno dato la loro vita per lui?
La domanda che si sta ponendo è se abbia o meno condotto
una vita che ha giustificato il sacrificio che Miller e gli hanno fatto
per lui. Noi del pubblico dobbiamo chiederci "Abbiamo condotto
la nostra vita in una maniera che giustifica il sacrificio di tutte
le migliaia di giovani anime che sono morte prematuramente?" La
maggior parte di loro aveva 18 o 19 anni, la maggior parte di loro non
era sposata, non hano mai avuto figli. Non hanno mai potuto fare le
piccole cose della vita che noi diamo per scontato. Erano diciotto-diciannovenni
che sono morti per noi, e le nostre vite sono migliori per questo. Il
vecchio Ryan si chiede "Mi sono meritato il loro sacrificio con
il modo in cui ho vissuto la mia vita?" E dovremmo chiedercelo
ogni volta che vediamo il film, o visitiamo il cimitero della Normandia.
Abbiamo vissuto una vita che merita ed onora il sacrificio che loro
hanno fatto per noi?
Cos'hai
imparato, come scrittore, con il "Soldato Ryan"?
Scrivi quello che ti piace, fa un sacco di differenza. Quando scrivevo
su commissione scrivevo quello che mi piaceva, ma con la pressione di
dover rispondere ad una richiesta di mercato. Per molto tempo ho scritto
tutto quello che potevo solo per potermi guadagnare da vivere, ma con
"Salvate il soldato Ryan" stavo scrivendo
un film che avrei voluto vedere. E questo ha fatto un sacco di differenza.
Filmografia
al Maggio 2002
1992 - The Comrades
of Summer (TV)
1995 - Tall Tale
1996 - L'incredibile volo
1997 - The Ripper (TV)
1998 - Salvate il soldato Ryan
1999 - 36 hours to Die (TV)
2000 - Il Patriota
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