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Soundtrack: BlacKkKlansman di Terence Blanchard

1 ottobre 2018 Soundtrack 0 Commenti
BlacKkKlansman

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * * *

Nella colonna sonora che il jazzman Terence Blanchard ha composto per “BlacKkKlansman” di Spike Lee non c’è una frazione di secondo di suono che non sia esclusivamente acustico e strumentale. Ma questo non toglie che la partitura sia tesa, accalorata e di appassionata comunicatività…


La formazione e la fama di protagonista del jazz contemporaneo non hanno mai impedito a Terence Blanchard di svolgere la propria carriera di cinecompositore all’insegna degli stili e linguaggi più eterogenei, con una singolare predilezione per una scrittura densamente e drammaticamente sinfonica, classica, in particolar modo nel suo ormai quasi trentennale sodalizio con il regista Spike Lee, iniziato nel 1991 con la score di commento per Jungle Fever (che fu anche l’esordio nella musica filmica dell’allora 29enne trombettista e compositore di New Orleans), e proseguito in titoli come Malcolm X, Crooklyn, Inside Man, La 25ª ora. Anche la militanza “black” del regista, indomabile e battagliera specie di questi tempi oscuri, ha trovato nelle soundtrack dei suoi film un riscontro puntuale e di forte impatto emotivo, sia nelle partiture originali di Blanchard sia nei sapienti e motivati, mai esornativi, cocktail di canzoni e/o brani preesistenti chiamati in causa (si ricorderà, ad esempio, l’hit parade di Stevie Wonder e Mahalia Jackson in Jungle Fever…).

BlacKkKlansman è basato sull’autobiografia del poliziotto afroamericano Ron Stallworth, che alla fine degli anni 70 riuscì miracolosamente – lui, nero come il carbone – a infiltrarsi sino a scalarne i vertici nel famigerato Ku Klux Klan, la setta razzista che oggi scambia amichevoli strizzatine d’occhio con l’inquilino della Casa Bianca. Una figura – reale – che sembrava un perfezionamento dell’ispettore Tibbs creato dieci anni prima da Norman Jewison e Stirling Silliphant, e che lanciò (insieme a Indovina chi viene a cena?) la black star Sidney Poitier, ma lo sbirro nero che si addentra temerariamente nella tana del lupo va evidentemente oltre il romanzesco e, nelle intenzioni di Lee, assume un valore fortemente politico e terribilmente attuale. Un atteggiamento che Blanchard accompagna e sottolinea con una score breve, fatta di pagine a volte quasi istantanee, ma molto tesa, accalorata e di appassionata comunicatività, dando ulteriore prova di quell’eclettismo stilistico che ne caratterizza ormai da decenni l’attività per il cinema.

“Gone with the wind”, ad esempio, pare quasi ironizzare sul proprio titolo con un accenno di marcia molto yankee, per trombe e tamburi, occhieggiante al Williams di JFK ed evocativa di un ambiguo patriottismo. Ma c’è subito spazio per un melodioso, intenso e romantico tema dei violini accompagnati dal pianoforte in “Hatred at ist best”, seguito dal rapido “Main theme” ancora per archi più chitarra, in un eloquio concertistico ampio e assai poco “black”, e dallo stile inconfondibilmente rétro. Vale anche per il danzante “Ron’s theme”, un Leitmotiv sornione e spiritoso che passa dal clarinetto al fagotto su accompagnamento di pizzicati prima di prendere un’andatura felina e ammiccante ibridandosi con lo stacco della batteria: lo ritroveremo, nei corni raddoppiati dalla chitarra e poi dagli archi, in “Firing range”, a testimonianza di un impianto classicamente e rigorosamente tematico della partitura che riporta non a caso a quello stile anni 70 cronologicamente sintonico alla vicenda narrata.
Anche l’intenso, sommesso dialogo tra clarinetto basso, celli e pianoforte di “No cross burning tonight” (con il primo che accenna fuggevolmente al tema di Ron) e il duetto tra la malinconica chitarra e gli archi imploranti di “Patrice library”, sempre sulle note del “Ron’s theme” ripreso poi più nervosamente in “Ron meets FBI agent”, sembrano insistere su quel linguaggio musicale misto, permeato di pop sinfonico, che era un tratto distintivo di molte score dei mitici Seventies. Si tratta però di uno sguardo retrospettivo consapevole, mai sterilmente nostalgico, che passa anche attraverso le sinistre fanfare di “Guarding David Duke”, dedicato al bieco capo del KKK, e si perfeziona nelle tre parti di “Tale of two powers”: la prima con un andamento a canone tra archi e legni (questi ultimi dialoganti tra clarinetto, flauto e fagotto, in un compiacimento contrappuntistico che difficilmente ci si attenderebbe da un jazzista) e su tonalità cupamente drammatiche, la seconda fondata su una variazione di sapore funebre basata sul tema della prima, l’ultima più rasserenata, con l’orchestra d’archi sempre in prima linea, ma pedinata dai rintocchi lugubri del pianoforte e dal suono grave degli ottoni.

La temperatura drammaturgica della score si alza nei brevi ma aspri frammenti di “Woodrow Wilson” e “Klan cavalry” per aprirsi alle (rare) parentesi dichiaratamente pop di “Ron’s search” e “Patrice followed” (qui vengono alla mente alcuni lavori di Quincy Jones o le partiture sinfo-jazzistiche di Curtis Mayfield e Isaac Hayes per i polizieschi “blaxploitation” Superfly e Shaft il detective), che svoltano in una versione baldanzosa del tema di Ron in “Here comes Ron”. In realtà il sovrapporsi di tutti questi ingredienti non appiattisce ma anzi complica in modalità spesso tormentate la score di Blanchard, con punte di accensione emotiva violenta, come la terribile, truce idea degli ottoni che forgia in meno di un minuto il minaccioso “White power theme”, in una sorprendente proporzionalità inversa fra dimensioni degli interventi musicali e loro tagliente efficacia psicologica.

Il Leitmotiv di BlacKkKlansman torna in “Main theme – Ron”, in versione chitarristica e andamento carezzevole, e poi in una bizzarra rilettura “mista”, con chitarra e archi attorniati da rulli di tamburi, in “Blut und boden”, distendendosi in tutto il suo arco melodico e con una serie di progressioni armoniche anche queste inconfondibilmente vintage. Straordinario, poi, il congedo di “Photo opps” a piena orchestra, con archi e ottoni impegnati a vele spiegate in aggrovigliate e allarmanti dissonanze e laceranti appelli melodici, in un clima che non ha nulla di trionfalistico ma in cui, anzi, lo schieramento di forze in campo assume un ruolo eminentemente tragico. Si riafferma, in conclusione, il profilo di compositore completo e agguerritissimo esibito da Blanchard, in una score dove – lo diciamo non senza notevole sollievo – non c’è una frazione di secondo di suono che non sia esclusivamente acustico e strumentale. E che una simile lezione, anche in termini di orchestrazione e attrazione sinfonica, debba venire da un jazzman conclamato, ce la dice lunga sullo stato dell’arte…


La copertina del CDTitolo: BlacKkKlansman (Id.)

Compositore: Terence Blanchard

Etichetta: BackLot Music, 2018

Numero dei brani: 23

Durata: 33′ 06”


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