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Soundtrack: "Il Rito" di Alex Heffes

30 maggio 2011 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 16 Marzo 2011: * * * ½
In collaborazione con Colonne Sonore

Compositore abituale dei film di Kevin Macdonald, Alex Heffes realizza qui una partitura che non punta all’effetto rumoroso ma a un’insinuazione costante e irrequieta di elementi sonori mutevoli, dimostrando di aver imparato la lezione del Jerry Goldmisth de Il presagio


Quando si parla al cinema di “musica del diavolo” è inevitabile la memoria di uno dei tanti capolavori di Jerry Goldsmith, Il presagio, e dei suoi seguiti: musica dell’incubo strutturata secondo formule di un’inarrivabile perfezione formale e seguendo il ferreo strutturalismo ritmico e timbrico del maestro californiano. Da allora acqua sotto il genere, anche musicalmente, ne è passata parecchia (e fra i risultati recenti più cospicui andrà senz’altro annoverata la partitura di Christopher Young per The Exorcism of Emily Rose). Il 40enne compositore inglese Alex Heffes, firmatario di score notevoli e complessi come quelli per L’ultimo Re di Scozia e il documentario One Day in September sulla strage alle Olimpiadi di Monaco del ’72, ne sembra consapevole quando si accinge a un lavoro che non punta all’effetto rumoroso ma, più sofisticatamente, a un’insinuazione costante e irrequieta di elementi sonori mutevoli.

Il semplicissimo, quasi infantile, tema principale che affiora, in un pianoforte sidereo, sin da “The procedure” ed è poi più compiutamente dichiarato, su una base ritmata e la presenza premonitrice del coro, in “Going to Rome”, lo palesa con evidenza. Ma che l’intento di Heffes sia quello di riflettere sul potere evocatorio di alcuni timbri e sul rigore delle architetture formali assai più che non di tentare (vanamente, ormai) di stupirci, appare nella splendida costruzione di “The accident”, soprattutto nella seconda parte, con l’assolo del violoncello su un fraseggio quasi mahleriano degli archi. L’organico orchestrale, condotto dallo stesso compositore, è imponente e classico, giudiziosamente – non dissennatamente come spesso accade – rinforzato dal suono digitale, al quale comunque non cede mai il passo. “The first exorcism”, ad esempio, limpida musica della paura, si afferma per un’atmosfera di soffocante sospensione così come l’ambiguo “God’s fingernail”, che utilizza le dissonanze degli archi in pianissimo per annunciare e accogliere una lettura pacata e sommessa del tema principale. Heffes procede per contrasti dinamici molto accentuati e non arretra dinanzi a procedure e tecniche strumentali delle avanguardie storiche del Novecento (“Rosaria coughs up the nails”, forse il brano più “di genere” dello score), chiamando gli archi a virtuosismi allucinati e fantasmatici. La predilezione del musicista per un percorso sottovoce, irto di allusioni più che di deflagrazioni (il lavorìo degli archi sul ponticello in “Michael remembers/The Hospital”, che contiene un agghiacciante crescendo strumental-corale-percussivo…) è trasparente, e la sapiente orchestrazione a sei mani di Jeff Atmajian, Andrew Kinney e Ben Wallisch la asseconda in pieno, inseguendo un suono catafratto, vitreo (“Angeline’s story”), sospeso fra pedali degli archi e sinistri rimbombi della percussione o frammenti solistici del violoncello (“Phone call to father”).

E’ una cifra stilistica felice, anche perché Heffes si dimostra più debole proprio nelle rarissime occasioni “muscolari” della partitura (“The terror is real”, risolto con soluzioni accelerative e dinamiche un po’ banali, a parte un intenso e immanente fraseggio degli archi sotto l’ombra minacciosa del coro); tuttavia “Exorcism of Lucas part I”, introdotto dal rintocco dei timpani, è brano di terrorismo sonoro efficacissimo – ma qui l’elettronica dilaga abbastanza – soprattutto nello “stringendo” e “crescendo” associati, e nel rinunciare a una “forma” predeterminata per seguire piuttosto le imprevedibili impennate di un magma sonoro capace di arroventarsi bruscamente e poi di precipitare altrettanto rapidamente ai confini dell’udibile. Sono ancora gli archi, lenti e cupi ma anche eterei e lirici, ad ancorare la partitura di Heffes a una volontà di ordine interno che trascenda i facili escamotage che le circostanze narrative impongono: ad esempio “The final exorcism”, brano quasi pendereckiano nella sua audacia strumentale, si struttura nella ripetizione calibrata e crescente di una cellula motrice per sfociare poi proprio nell’alveo composto e ieratico degli strumenti a corda, mentre “The farewell”, dove i violini con sordina riespongono l’ultima volta il cantilenante Leitmotiv, ci congeda con pensosa discrezione, vibrante commozione e sobrio classicismo da una partitura molto matura, non eccessivamente originale, ma sufficientemente abile da evitare, pur concedendo a esse qualcosa, le peggiori trappole degli stereotipi di genere.


Titolo: Il Rito (The Rite)

 

Compositore: Alex Heffes

Etichetta: Silva Screen Records, 2011

Numero dei brani: 13

Durata: 56′ 18”


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