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Soundtrack: In Darkness di Niall Byrne

1 aprile 2019 Soundtrack 0 Commenti
In Darkness - Nell'oscurità

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

Fratello maggiore del regista ma con una grande esperienza nella musica da film, Niall Byrne ha composto per “In Darkness – Nell’oscurità” una colonna sonora che mostra in pieno la sua predilezione per il pianoforte, suo strumento di elezione con cui si è formato alla Royal Academy of Music…


Sempre più drammaticamente a corto di idee, gli sceneggiatori stanno da tempo saccheggiando l’usato sicuro che – nel genere thriller – ha da sempre uno dei propri punti di forza nel cliché della giovane donna sola e non vedente minacciata da maniaci, assassini e gentaglia varia. Un canovaccio che, almeno a partire da Neve rossa di Nicholas Ray (spettacolosa score di Bernard Herrmann), non ha mai fallito il bersaglio. Così, dopo il recente All I See is You, che virava il tema in chiave di dramma familiare (interessante score di Marc Streitenfeld), ecco ora In Darkness – Nell’oscurità dell’irlandese Anthony Byrne, da lui anche scritto insieme all’interprete protagonista Natalie Dormer, che aggiunge alla materia un tocco intrigante, giacché la vittima in questione è una musicista cieca (dall’udito quindi particolarmente affinato) che ascolta compiersi un omicidio nell’appartamento al piano superiore, divenendo così una testimone non oculare ma – peggio – acustica preziosa quanto scomoda, e come tale in estremo pericolo.

Il compositore cinquantenne Niall Byrne, fratello maggiore del regista, vanta già un curriculum di tutto rispetto, con una cinquantina di titoli accumulati in oltre un ventennio, la maggior parte dei quali tuttavia poco conosciuti fuori dai confini anglosassoni, e dedicati a cortometraggi e lavori televisivi. Formatosi come pianista alla Royal Academy of Music, ha conservato per il proprio strumento elettivo un’evidente predilezione, come si evince dalle prime note dell'”Opening”, che su un indistinto e poco rassicurante tappeto di dissonanze rintoccano lungo disegni di esplicita atonalità. Si stabilisce così immediatamente un clima psicologico disturbato, sottilmente inquietante più che vistosamente pauroso, dove quell’apparentemente casuale disegnino pianistico iniziale si configura poco a poco come un Leitmotiv (“Blackhart Gardens”) costruito su una triade di duine discendenti, continuando a dialogare alla distanza con gli archi, magari impegnati in uno staccato pulsante e ansioso (“Cue seventeen”).

Molto interessante e spiccatamente originale si rivela il modo in cui Byrne ottempera alle leggi che regolano la scary music per questo genere di film: il ricorso all’elettronica è confinato in rumore di fondo, il pianoforte è manipolato con effetti di scordatura (“The room above”) che non possono non ricordare il Mancini di Gli occhi della notte, la tensione è spesso ottenuta mediante il semplice crescendo di un accordo “morto” (“First memory”) o con pedali lamentosi (“Mills probes”); e quando si tratta di smuovere le emozioni, il compositore irlandese è capace di perorazioni degli archi accorate come “Alex Gordon” o “Remembering Veronique”. Tracce, si noti, spesso molto brevi, che appaiono e scompaiono come visioni della mente più che degli occhi, esperienza quest’ultima non a caso negata alla protagonista.
Lo stesso “Sofia’s theme” non è che una rapida, malinconica frase del pianoforte, prima che quest’ultimo torni al suo leitmotivico girovagare atonale su dissonanze in sovracuto degli archi e sul brontolio cupo del sottofondo (“Marc in the apartment”); si nota – e si apprezza molto – la totale assenza di enfasi o di comodi e redditizi effettismi, a favore di un linguaggio trattenuto, secco, razionale. E la forza di gravità esercitata dalla formazione accademica dell’autore si rivela irresistibile persino in un frammento pianistico breve ma intenso come la “Lullaby for Radic”, mentre l’impressionante “Breaking glass” svela anche l’interesse di Byrne per alcune esperienze dell’avanguardia novecentesca e in particolare per le composizioni “atmosferiche” di Ligeti. A questo ambito si rifanno anche alcune soluzioni orchestrali come l’utilizzo percussivo dell’archetto in “Bathroom stall”, che palesano in Byrne anche una non comune e spregiudicata perizia di scrittura, non piegata a sterili esibizionismi ma costantemente finalizzata all’evocazione del climax richiesto e subordinata a un rigoroso ordine formale.

L’utilizzo dei crescendo (“Liquid gold”) e dei grumi atonali si alterna così a estenuate e lamentose oasi tonali in minore (“Washing Veronique” e la straziante, strascicata “Phonebox”), a volte di stupefatta immobilità (“Niall”, che è anche il nome del personaggio interpretato da James Cosmo), lasciando a più movimentati, ribollenti passaggi come “Van rescue” il ruolo di pagine d’azione, e continuando a tornare al prediletto, struggente pianoforte (“Hospital”) per conferirgli il testimone dei momenti più interiorizzati. In una incessante alternanza di stati d’animo la partitura evoca a volte brividi trattenuti (la semplicissima ma agghiacciante “Cemetery”), altre un romanticismo sfatto e supplicante (“Sofia & Marc”), ma conserva lungo tutto il suo percorso un colore livido e allucinatorio (“Hide and seek”) che pare stemperarsi solo nella finale “Out of darkness”, veloce e forse illusoriamente positiva conclusione per archi e pianoforte, a sigillare una partitura che evoca il senso e la prigionia di un’oscurità mentale prima ancora che fisica, ma aspira anche a illuminarne le possibili vie d’uscita.


La copertina del CDTitolo: In Darkness – Nell’oscurità (In Darkness)

Compositore: Niall Byrne

Etichetta: Sony Classical, 2018

Numero dei brani: 31

Durata: 59′ 53”


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