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Soundtrack: "La pazza gioia" di Carlo Virzì

20 giugno 2016 Soundtrack 0 Commenti
La pazza gioia

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * ½

Anche lui regista e sceneggiatore, Carlo Virzì è un musicista raffinato e laborioso, che ama contaminare i propri lavori con le fonti di ispirazione più diverse e attraversare gli stili a seconda della necessità. La colonna sonora per l’ultimo film del fratello, La pazza gioia, non fa eccezione…


L’intelligente, sensibile e attenta “comédie humaine” che è al centro del cinema di Paolo Virzì ha sempre trovato nelle musiche del fratello Carlo un contrappunto tanto puntuale quanto disincantato e garbatamente (auto)ironico. Perle rare – entrambi nei rispettivi campi – nel panorama, spesso desolante per volgarità e pressapochismo, della commedia cinematografica nostrana. A dimostrazione di ciò, Carlo Virzì – anch’egli regista e sceneggiatore, stretto collaboratore del fratello nonché già front leader della band di indie rock livornese degli Snaporaz – applica nelle sue colonne sonore procedure molto raffinate e laboriose di contaminazione e polistilismo, sicuramente ereditate dalla sua esperienza nella band, celebre soprattutto per la mescolanza dei generi (dal pop inglese degli anni 90 alla musica latina) e lo spiccato senso dell’umorismo. E siccome nei film di Paolo Virzì l’umorismo va sempre sottobraccio con la malinconia e la riflessione amara, è evidente che anche la musica si fa carico di questa colorazione agrodolce, con una delicatezza e un’arguzia di grana sottilissima, che si integra senza conflitti con le numerose canzoni ad hoc (tra tutte, “Senza fine” di Paoli) presenti nella colonna musicale di La pazza gioia.

Innanzitutto Carlo Virzì riserva una grande attenzione alla “forma”, e ai suoi elementi costitutivi. “Terapia (Version n.1)” è ad esempio una habanera, sommessa quanto ossessiva, sul cui ritmo un violoncello solista alza un tema conduttore lamentoso, ripreso dal flauto in una versione orientaleggiante e misteriosa intessuta di variazioni: come se Sheherazade incontrasse Carmen sulle coste della Versilia. In “Buonanotte” invece è un pianoforte, con leggerissimo effetto di scordatura, a cantilenare una breve, spettrale ninnananna, mentre il brano che prende il titolo dal film, scritto con Leonardo Milani, chiama di nuovo in causa il canto triste del violoncello ma su un frizzante sfarfallio di chitarre, in un impasto timbrico vaporoso e beneaugurante. Ma la cifra più autentica della partitura sta forse in brani come “La veggente”, che sposa sonorità artificiali e vitree con la linea melodica arabeggiante del flauto; o in “Terapia (Version n.2)” che riprende la habanera iniziale spostandola inizialmente ai fiati, e “Montecatini”, che prosegue nel dialogo tra una linea melodica di sapore esotico e il pizzicato ostinato degli archi.
Se “Back on the ground” paga un tributo quasi provocatoriamente esibito alla techno music da discoteca, che funge anche da sapido contrasto con il carattere riservato e sofisticato dello score, “Lungomare (Version n.1)” torna al clima rarefatto e intimo di un melodismo lunare, smarrito tra rintocchi celestiali e accenni tematici, accentuati in “Tema di Elia (Version n.1)” da accordi lenti, orizzontali e nella terza versione di “Terapia” da un ulteriore contrarsi dei timbri che accompagnano e sostengono il tema del violoncello, sempre più solitario e ruvido, al quale il flauto risponde con frasi spezzate da lunghe pause. Ancora il cello, con altri archi e il contrappunto dell’arpa, celebra in “Lungomare (Version n.2)” quella fedeltà alla melodia e al cantabile che è una costante della musica di Virzì ed era anche una delle caratteristiche salienti del lavoro degli Snaporaz, pur se si tratta di una melodia sui generis, volutamente trattenuta al di qua di ogni possibile superficiale ridondanza; così nella seconda versione del “Tema di Elia” il discorso musicale si allarga nuovamente ad ampie frasi lente degli archi, con il flauto che sembra rinunciare al disegno di qualunque “motivo” e si limita a regolari, cadenzati interventi di poche, deserte note: il tutto col sigillo finale di “Seven apples”, nuovamente e baldanzosamente in stile disco.

Una musica gentile e a tratti indecifrabile dunque, quella di Virzì, che restituisce bene la fragilità interiore delle due protagoniste ma ne addolcisce le pene in un’eleganza affettuosa e ironica insieme, dove è sempre l’intelligenza dell’insieme a governare il rischioso abbandonarsi alle passioni.


La copertina del CD di La pazza gioiaTitolo: La pazza gioia

Compositore: Carlo Virzì

Etichetta: Lotus Production, 2016

Numero dei brani: 14

Durata: 37′ 08”


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