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Soundtrack: "The Amazing Spider-Man" di James Horner

10 settembre 2012 Soundtrack 0 Commenti
Roberto Pugliese, 24 Agosto 2012: * * * *
In collaborazione con Colonne Sonore

Per la ripartenza della saga cinematografica dedicata all’Uomo Ragno, il californiano James Horner ha composto una partitura ben diversa da chi l’ha preceduto nella saga e tutt’altro che incline a pirotecnie cinefumettistiche…


Il resettaggio totale della saga dell’Uomo Ragno, dovuto alle disavventure della Columbia nel tentativo di varare un capitolo 4 alla serie di Sam Raimi, ha prodotto tra le non ultime conseguenze quella di un radicale e temerario, ambiziosissimo cambio di passo nella musica. Al colorismo iperdinamico e da autentico “cartoon musicale” delle prime due partiture elfmaniane, cui è seguito il più tradizionale, ma corrusco e aggressivo Christopher Young del terzo capitolo, subentra ora il principe della “terza generazione” di compositori hollywoodiani, il premio Oscar James Horner. Qualcuno ha storto il naso per la sorpresa, apparendo il contributo horneriano quasi uno “spreco” dinanzi alla dubbia originalità e alla incontestabile, ripetitiva serialità dell’ennesimo “comic movie” di argomento supereroico.
E tuttavia proprio una committenza così “mainstream” rappresenta per il 59enne compositore californiano una sfida particolare e stimolante, non a caso immediatamente ed entusiasticamente raccolta. Ovviamente non si tratta di porsi in competizione con i lavori precedenti, né di garantire una qualsiasi continuità: tutt’altro. Può bastare il tema principale della tromba in mi bemolle maggiore nei Main Title d’apertura, lucente e trionfaleggiante, ma accompagnato da un inquieto tessuto percussivo e amalgamato dagli archi, a dirci che l’approccio horneriano è quanto mai concentrato e assai poco incline a pirotecnie gratuite e fumettistiche. Anzi, si rimane piuttosto sconcertati nell’annotare, accanto a tratti caratteristici – strumentali e armonici – dei dispositivi musicali horneriani (il coro, le dissonanze aguzze degli archi, le martellate furiose delle percussioni e del piano), anche alcune autocitazioni, a cominciare da Titanic, soprattutto in alcune sovrapposizioni armoniche molto spericolate (“Becoming Spider-Man”) ma anche da film assai meno prossimi al genere, come A Beautiful Mind. Un camerismo liquido, trasparente e raffinato attraversa infatti pagine come “Haunting for information”, mentre la qualità di scrittura superiore del compositore emerge nell’adagio severo e dolente, ma anche etereo o lieve, di “The Briefcase”, dominato dal tocco sommesso del pianoforte e dal tessuto pensieroso degli archi su cui si alza la melopea dei corni, in quello che risulterà poi essere il tema d’amore della partitura. Si tratta di una cifra ricorrente, questa della malinconia e di un classicismo romantico quasi schubertiano, nello score horneriano: una delle molte, aggiungeremo, accanto a quella senz’altro squillante e torrenziale e anche a un’impronta ironica, addirittura “buffa”, come testimonia lo staccato di tromba e pizzicati di “Playing Basketball”, con supporto di schiocchi di dita e di uno strepitoso assolo per basso tuba!

Facendo un oculato utilizzo delle risorse elettroniche ma soprattutto gestendo ferreamente in prima persona orchestrazione e direzione d’orchestra, Horner – compositore che, ricordiamolo, si è formato nello studio in particolare del sinfonismo russo novecentesco (Šostakovič in primis) – amministra le risorse di una partitura estremamente eterogenea ma senza disperdere mai idee o energie. Le pagine d’azione (“The Spider Room/Rumble in the Subway”) sono sostenute principalmente da elementi ritmici poderosi e altrettanto perentori staccati degli archi, mentre l’attenzione leitmotivica non conosce cedimenti (“Secrets”, marcato da un celestiale effetto corale) e alcune soluzioni, come il disegnino staccato e petulante dei legni di “The Briefcase” più volte ripreso, si rivelano di icastica quanto penetrante efficacia descrittiva e psicologica. Inoltre le opzioni e gli accostamenti di timbro (pianoforte, arpa, percussioni, archi), mai convenzionali, si traducono spesso in un clima rarefatto e sospeso (“The Equation”) o solennemente sinistro, contrapposto a improvvise, ariose aperture melodiche (“The Ganali Device”): la continua alternanza tra oasi cameristiche, prevalentemente per piano solo, e il cospicuo sostegno orchestrale o elettronico crea inoltre una stimolante conflittualità emozionale nella partitura, impedendole di rifugiarsi in qualsivoglia stereotipo di genere. Esemplare, in tal senso, “Ben’s Death”, con la melodia modale iniziale esposta in uno stupefacente pianissimo dal corno solo e la successiva costruzione in crescendo con l’inevitabile sfogo ritmico inframmezzato dal tipico “motto” horneriano del guizzante disegno ribattuto degli ottoni. Ma l'”Horner’s touch” è ben ravvisabile anche nel fraseggio degli archi con cui si apre “Metamorphosis”, stroncato da una brutale progressione ritmico-percussiva ancorché sigillato da una luminosa riesposizione negli ottoni del Main Theme.

La struggente serenata per pianoforte e archi e poi oboe di “Rooftop Kiss” svela finalmente la fisionomia di quel love theme, modulato tra maggiore e minore, che avevamo già assaporato in “The Briefacase”: qui spicca tutto il talento di Horner per una concezione leitmotivica della musica per film, il che è l’elemento che lo connette più strettamente alla lezione dei grandi maestri sia della Golden Age che della “generazione dei ‘30”. Impressionante poi “The Bridge”, con l’adrenalina ritmica a mille e il richiamo a tutta forza dei corni scandito con brutalità dalle percussioni, in un dispiego di forze che tuttavia si interrompe repentinamente per lasciare ancora il passo a un clima più sospensivo e allarmante. Il clarinetto si riaffaccia pensoso con il tema di Spider-Man in “Peter’s Suspicions”, poi ecco la stretta degli archi e delle percussioni al solito minacciosissime, prima di una tagliente dissonanza ultimativa. Horner evita in questo modo, con interventi calibrati anche nella durata, il rischio comune ai soundtrack di questo ormai dilagante genere action-comic-fantasy, cioè quello di scomparire sotterrati dal diluvio della colonna-effetti o di dover, per evitarlo, adeguarvisi pompando decibel a casaccio. La sua opzione lavora, al contrario, anche per sottrazioni ed ellissi, e alcune audacissime soluzioni timbrico-armoniche (“Making a Silk Trap”) si rivelano preziose; inoltre, le deflagrazioni o le accelerazioni di passo come in “Lizard at School” – dove comunque trova sempre posto il Main theme – appaiono governate da un’architettura formale implacabile e disseminate di indizi e soluzioni assolutamente personali. Il lunghissimo “Saving New York”, articolato in almeno tre sezioni, è nuovamente fondato su una grandiosità più strutturale che esteriore, nella quale le continue modulazioni armoniche giocano un ruolo decisivo, così come alcuni elementi inconfondibilmente horneriani (il musicista possiede ormai un vasto repertorio di “marchi” stilistici ben riconoscibili), quali i secchi e agghiaccianti accordi dissonanti del pianoforte inframmezzati da lunghe pause, o il recupero dell’effetto corale in un’accezione quasi misticheggiante.
L’intero climax della partitura sembra venire ricapitolato e compulsato in una sorta di galop liberatorio e sfrenatamente hi-tech con “Oscorp Tower”, ma è nell’irresistibile, sublime e dolente adagio per archi in apertura di “I can’t see you anymore” che ricompaiono e catturano il fiume lirico e la matrice classica dell’ispirazione horneriana. Il fraseggio degli strumenti, la distribuzione delle pause, il dialogo del pianoforte con gli archi, la dinamica degli strumenti con punte di pianissimi quasi impercettibili, la nobiltà dell’eloquio con cui vengono riproposti i temi principali, amalgamati in una concezione unitaria e reciprocamente dialogante, testimoniano un’idea del ruolo e delle possibilità della musica, anche in film apparentemente votati a relegarla in ruolo di riempitivo, frutto di un talento e una filosofia culturale superiori. E così, in “Promises/End Titles”, il tema di Spider-Man può liberamente e gioiosamente dispiegarsi tra archi e ottoni in una sorta di “Americana Forever” che rinvia sicuramente a certi epiloghi goldsmithiani, quando il groviglio inestricabile delle disarmonie e le calcolatissime, spiazzanti zoppìe ritmiche si risolvevano solarmente in marce trionfali e accecanti: ma nulla, in nessun momento, appare facilmente enfatico o pompieristico nello score horneriano. Dove invece avvertiamo con chiarezza una malinconia di fondo e un senso di inquietudine che sono forse la cifra musicale più consona alla rilettura di un eroe sui generis, e suo malgrado, dei fumetti, instabile e nevrotico, fragile ed emotivo, timido ma romantico, apparentemente insicuro ma positivo e vincente. Proprio come la musica di James Horner.


Titolo: The Amazing Spider-Man (Id.)

Compositore: James Horner

Etichetta: Sony Classical, 2012

Numero dei brani: 20

Durata: 76′ 55”


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