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Soundtrack: Vittoria e Abdul di Thomas Newman

4 giugno 2018 Soundtrack 0 Commenti
Vittoria e Abdul

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * *

Thomas Newman – erede di una delle più gloriose dinastie della musica hollywoodiana – è una sicurezza, per i produttori. Non c’è storia, contesto, ambientazione o atmosfera che non lo trovi capace di assecondare le esigenze del racconto, plasmando la propria ispirazione su fonti e materiali più diversi…


Per un regista o un produttore dev’essere una vera gioia, e una grande fonte di sicurezza, lavorare con Thomas Newman. Non c’è, infatti, storia, contesto, ambientazione, atmosfera che non trovino questo compositore – erede di una delle più gloriose dinastie della musica hollywoodiana – pronto a una totale disponibilità, capace di assecondare le esigenze del racconto plasmando la propria ispirazione su fonti e materiali più diversi: mantenendo costante una leggerezza, una delicatezza di tocco, una discrezione di eloquio encomiabili. A questo si aggiunga un’apertura culturale insolita e una particolare facilità nell’assorbire linguaggi musicalmente eterogenei, e si ha il profilo di un musicista forse non di squillante originalità ma sicuramente elegante, puntuale e di grande sensibilità.

Vittoria e Abdul, la storia dell’intensa amicizia spirituale fra un’anziana Regina Vittoria e “munshi”, il suo segretario indiano – parabola multietnica tipica del regista Stephen Frears (solitamente legato ad Alexandre Desplat, una volta tanto in pausa…) – è in tal senso un’occasione d’oro per Newman. Infatti, sin da “Agra Gaol” o più avanti in “Peacock throne” e nell’incantevole “Unveiled”, l’assunzione del colore orchestrale e dei modi e strumenti tipici della musica autoctona indiana e orientale, come il dulcimer o il bansuri, è esibita con immediata spontaneità e naturalezza, anziché come elemento puramente decorativo ed esotico. Ma questo vale anche per l’altra parte, ossia il Vecchio Continente, rappresentato da frammenti tradizionali come la “O’Sullivan March” o dalla movimentata “Civilization”. Ma questi due mondi, con le rispettive culture, sono poi sintetizzati dal compositore nel segno di un lirismo melodico sobrio e meditativo, come nell’adagio di archi che introduce il morbido tema di “Victoria Regina”, senza contare le movenze allegre e virtuosistiche di alcune pagine, come per esempio “Quenelle with Regency Sauce etc.” o “The Queen’s gaze”, di sapore quasi mozartiano. Anche la struttura dello score, che procede per frammenti molto brevi, spesso sotto il minuto, testimonia l’impianto brillante e privo di enfasi: d’altronde Newman non è mai stato musicista dai toni urlati o pompieristici. Ma in particolare qui risulta assai felice l’equilibrio fra un sentimento gioioso, vitale, e un’incessante e insopprimibile malinconia, che restituiscono al meglio il legame fra l’anziana sovrana, di cui tutti sembrano attendere con impazienza la dipartita, e il raffinato servitore indiano, malvisto a corte e destinato a essere cacciato di lì a poco.

Newman trascolora le proprie pagine da un’atmosfera quasi di fiaba, con flauti, archi e cembalo (“Florence”), a quella sottilmente insinuante di “The wickedness of children”, dagli echi celtici di “Loch Muick” ad ariose aperture melodiche, come dimostrano le evoluzioni del flauto in “Glassalt shiel”. I momenti di tensione, come “Mutiny lesson” o “Knocked for six”, sono risolti da Newman in direzione di una sospensione armonica e di un prosciugamento dei timbri, anche ricorrendo ad assoli (come il violino nel secondo brano), piuttosto che ricorrendo a facili stereotipi. Lo stesso “Racialists” raggiunge tonalità minacciose semplicemente ruotando intorno a un ritmo scandito di bassi, mentre “A deputation” col suo rullare di tamburi fa balenare le ombre sinistre di una marcia verso il patibolo, “Certified insane” è un’accorata perorazione degli archi e il tronfio “Sons of the brave” in stile imperiale trasmette un’inevitabile sentimento caricaturale. Ma “Resign to my face” e “Banquet hall of eternity”, con tremoli di archi e pianoforte dialoganti e gli interventi del flauto, ci riportano ad atmosfere di quieta, quasi sorridente, rassegnazione, preparando l’epilogo. Sul quale domina il lungo (sei minuti, un’eccezione nello score) “The Empress of India”, il cui inizio sottovoce, intessuto di accordi lunghi, sonorità lontane, in realtà prepara un complesso sviluppo del tema di Vittoria, ottenuto con il progressivo intervenire delle sezioni di strumenti sino a un luminoso, avvolgente e caldo finale delegato agli archi e alla coda del violino solo.

Particolare significato poi ha il fatto che, dopo una sorta di sintesi affettuosa di tutti gli elementi melodici principali in “Victoria & Abdul”, i due brani conclusivi, “Munshi Mania” e “Gain the Ocean – End title”, s’incarichino di riaffermare con spigliata allegria e tocco impeccabilmente neoclassico l’ottimismo di fondo che sprigiona dal film: il primo tornando a quei tratti di eleganza molto “europea” già riscontrati in brani precedenti, il secondo celebrando il sopravvento della cultura indiana, aperta e tollerante, vivace e vitale, nella sfilata di tutti i principali strumenti caratteristici di quel paese. Una testimonianza musicale, quella di Newman con Vittoria e Abdul, di un dialogo e di una compenetrazione reciproca fra culture, della quale oggi avvertiamo un disperato bisogno.


La copertina del CDTitolo: Vittoria e Abdul (Victoria & Abdul)

Compositore: Thomas Newman

Etichetta: Backlot Music, 2017

Numero dei brani: 32

Durata: 46′ 06”


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