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"Sunshine": incontro con Danny Boyle

17 aprile 2007 Interviste 0 Commenti
A cura di Emanuele Rauco, 17 Aprile 2007

Dal suo cinema potevamo capirlo, ma verificarlo di persona ci ha fatto un bell’effetto: Danny Boyle è un personaggio simpatico ed estroso, quasi spavaldo. Lo ha dimostrato a Roma nell’occasione della presentazione del suo nuovo film…

Questo è un film di fantascienza pura: cosa l’ha spinta a tornare a questo genere?
Il fatto di avere tra le mani un’idea molto interessante, specie perché nessun film sul Sole ha mai raccontato realmente cosa sia questa stella. Io ho voluto farne un viaggio fisico e psicologico verso la fonte di tutti gli esseri viventi.

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’introduzione di un codice etico per i robot: è un caso in cui la realtà è fantascienza, pensando ad Asimov. Cosa ne pensa?
Che questo tipo di ricerca congiunta tra scienziati e scrittori è molto positiva, se si pensa che la NASA consulta gli scrittori per avere ipotesi e spiegazioni sul futuro. Devono pensare oltre i confini, ed è quello che ho cercato di fare anch’io con il mio sceneggiatore Alex Garland.

Ci parla del concetto visivo del film.
Siamo partiti dalla figura del cerchio, ed abbiamo costruito il film attraverso quest’immagine ricorrente. Nel film ci sono cerchi ovunque. Poi all’interno della nave abbiamo messo solo colori freddi, per trasmettere la mancanza del sole, in modo che più ci si avvicina, più la sua luce diventi penetrante.

E poi è un film di contrasti…
Luce e buio, caldo e freddo, sono elementi primari nello spazio, ma anche nello spirito di ognuno, per questo andando avanti, emerge lo scontro tra Paradiso ed Inferno.

Ha percorso molti generi nella sua carriera: qual è più vicino e quale più lontano dalle sue corde?
Cerco sempre di variare il mio percorso, per cercare di dare il meglio delle mie possibilità in quel momento. La fantascienza è un genere molto difficile, perché molto tecnico e complesso, ma anche uno dei più soddisfacenti; i miei film più famosi invece sono meno codificati, quindi tendono ad allontanarsi da me per diventare ì del pubblico, che a volte li ama più di me. Così io sono costretto a difendere i miei film “minori”.

Quali sono le opere di fantascienza che più l’hanno ispirata?
Ovviamente 2001: Odissea nello Spazio, Alien e Solaris. Da lì non si può fuggire, visto che sono le pietre angolari del genere e del mio film.

Perché il protagonista del film, Robert Capa, si chiama come il celebre fotografo di guerra?
Intanto per omaggiare questo grande fotografo, perché il nome aveva un bel suono e soprattutto perché il film aveva molto a che fare con il vedere e con la luce. Ed era interessante il parallelo sulle loro fini, essendo tutti e due morti su una bomba.

Cosa nel film è più romanzato e cosa è più attendibile?
L’ultima mezz’ora è tutta immaginaria ed ipotetica, creativa, perché mancano dati su cosa accade così vicini al Sole, ed anche per ragioni di convenienza narrativa. Poi il resto è invece è piuttosto accurato nella ricostruzione.

Uno dei nuclei del film sembra essere lo scontro tra la cultura razionale e quella teologica…
Sì, è molto avvincente, anche nella realtà, il confronto tra scienza e Dio, con la prima come ultimo baluardo della ragione contro i fondamentalismi, incarnati nel film dal sopravvissuto alla prima missione.

Com’è arrivato ad un film così forte e complesso come questo? E’ accaduto qualcosa nella sua vita?
Semplicemente è accaduto che i due precedenti film hanno avuto molto successo e ci potevamo permettere un film di questo tipo, più alternativo. Ho sempre amato il cinema fatto in questo modo anticonvenzionale ed ho approfittato subito del fatto di poter partecipare ad un progetto simile. Per me è stato come guardarmi allo specchio.


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