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"Il fondamentalista riluttante" di Mira Nair

29 agosto 2012 Recensioni 10 Commenti
CineFile

Eagle Pictures, 13 Giugno 2013 – Insipido

Changez Khan, giovane pakistano, vive il sogno americano: laureato a Princeton, trova lavoro presso un’importante società finanziaria, ma l’11 settembre gli cambia la vita, portandolo a tornare in Pakistan. Un giornalista statunitense lo crede in contatto con un gruppo terroristico…


Liev Schreiber e Riz AhmedIl Festival di Venezia del 2001 si concluse tra le polemiche per la scelta della giuria presieduta da Nanni Moretti di premiare con il Leone d’Oro, all’interno di un concorso globalmente di buon livello, Monsoon Wedding, uno dei verdetti più contestati da almeno vent’anni a questa parte. Pochi mesi dopo il direttore della Mostra Alberto Barbera fu burrascosamente allontanato per decisione delle alte sfere governative. Nel 2012, dopo la fine del doppio mandato di Marco Müller, viene nominato nuovo direttore del Festival proprio Alberto Barbera, che sceglie come film d’apertura l’ultimo lavoro di Mira Nair. Un chiaro segnale della volontà di dare continuità al lavoro così bruscamente interrotto un decennio prima. Mira Nair, però, ci regala uno dei peggiori film d’apertura del Festival degli ultimi diec’anni.

Kiefer SutherlandTratto dall’omonimo romanzo di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante è l’ennesima riflessione cinematografica sui postumi dell’11 settembre, ma seppur le cose da dire sull’argomento sarebbero ancora molte e molto interessanti, lo sceneggiatore William Wheeler (L’imbroglio) sceglie di non approfondirne nessuna. La volontà, anzi, di rendere perfettamente comprensibile ogni sfumatura della storia azzoppa la narrazione e costringe i personaggi all’interno di facili stereotipi e di una miriade di situazioni estremamente banali. E sì che l’intreccio è particolarmente interessante e il prologo faceva ben sperare. Ma per l’ennesima volta, «le apparenze ingannano».

Kate Hudson e Riz AhmedSi potrebbe anche pensare che Mira Nair abbia coscientemente deciso di costruire il film così come ha fatto, ma viste le sue pellicole precedenti è invece più logico immaginare che questo sia l’unico modo di fare cinema che lei conosce. Un modo piatto, scialbo, che in passato ha spesso trovato elementi secondari capaci di valorizzare un insieme per altri versi assolutamente modesto (come l’esplosione di vitalità e colori proprio in Monsoon Wedding). Nata in India ma trasferitasi negli Stati Uniti a 19 anni, la Nair era umanamente la persona giusta per raccontare al cinema questa storia, ma gli intenti del progetto andavano evidentemente ben oltre le sua capacità registiche.


La locandina statunitenseTitolo: Il fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist)
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura: William Wheeler
Fotografia: Declan Quinn
Interpreti: Riz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland, Om Puri, Shaban Azmi, Martin Donovan, Nelsan Ellis, Haluk Bilginer, Meesha Shafi, Imaad Shah, Chris Smith
Nazionalità: USA – Regno Unito – Qatar, 2012
Durata: 2h. 08′


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Attualmente ci sono 10 commenti a questo articolo:

  1. Anonimo scrive:

    Mah, io l’ho trovato complessivamente un buon film. Con alcune scene scritte malissimo, altre superflue, ma in generale ben fatto.

  2. Alberto Cassani scrive:

    Certo: è sicuramente un film ben curato, ha un’aura da film ad alto budget pur non essendolo, ma mi sembra che come efficacia del messaggio sia ben lontano da quanto avrebbe voluto.

  3. Federico scrive:

    E’ divertente come Cinefile dia commenti ai film diametralmente opposti a quelli che sento dare da Tatti Sanguineti su Iris. Non ho visto i film quindi non so chi ha ragione, ma su shark 3D e su questo siete opposti. Ovviamente non vuol dire nulla, ma è una considerazione simpatica.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Non vedo come si possa avere dubbi su chi ha ragione tra noi e Sanguineti…

  5. sober in the rye scrive:

    Ecco…Lo sapevo… Uno di quei pochi libri scritti con uno stile impeccabile con al centro una storia ricca di introspezioni etniche e drammi personali rilegata a una mera messa inscena da “cinema da camera”.

    Un vero peccato, visto il testo di Mhosin Hamid.

  6. Alberto Cassani scrive:

    Non direi che si possa definire il film come “cinema da camera”, perché comunque è un film movimentato e complesso, però non aggiunge nulla all’intensità del romanzo. Anzi…

  7. Fabrizio Degni scrive:

    Buongiorno,
    non ho visto il film ma lo farò questo fine settimana perché commentare per vece di non è mai bene…

    Faccio notare solo come il botteghino lo abbia sonoramente “valorizzato” e come, di settimana in settimana, se il film fosse stato meritevole, il passaparola anziché affossarlo gli avrebbe garantito entrate superiori o in linea (dopotutto tra marketing e campagna pubblicitaria non si erano sforzati per pubblicizzarlo) mentre la buca di settimana in settimana sprofonda in modo esponenziale (senza contare gli schermi su cui proiettato):

    Opening Weekend
    $30,920 (USA) (28 April 2013) (3 Screens)

    Gross…
    $519,535 (USA) (9 June 2013)
    $497,916 (USA) (2 June 2013)
    $456,157 (USA) (26 May 2013)
    $348,273 (USA) (19 May 2013)
    $244,277 (USA) (12 May 2013)
    $129,979 (USA) (5 May 2013)
    $30,920 (USA) (28 April 2013)

    Weekend Gross…
    $11,230 (USA) (9 June 2013) (21 Screens)
    $22,522 (USA) (2 June 2013) (29 Screens)
    $61,160 (USA) (26 May 2013) (51 Screens)
    $67,242 (USA) (19 May 2013) (58 Screens)
    $73,819 (USA) (12 May 2013) (46 Screens)
    $86,225 (USA) (5 May 2013) (35 Screens)
    $30,920 (USA) (28 April 2013) (3 Screens)

  8. Alberto Cassani scrive:

    In realtà quando negli Stati Uniti un film esce in così poche sale il passaparola è molto difficile che abbia effetti, perché magari una sala è in California e un’altra nello Utah… Ad ogni modo, più che la riuscita artistica penso che a tener lontano gli spettatori sia stato il tema.

  9. Fabrizio Degni scrive:

    Salve a tutti,
    ho visto il film e probabilmente meritava un riscontro migliore, almeno per gli incassi. La regista ha cercato di mostrare come diversità non significhi o implichi selezione naturale, scontro diretto, lo sfrecciare a velocità folle diritti contro un muro. E’ nel capire, nel sapersi porre, nell’essere inclini a la chiave che può e deve essere alla base di conciliazioni anche fra mondi agli antipodi, perché, dopotutto, è la diversità che arricchisce e fa crescere.
    Forse noi, spettatori, viviamo talmente fuori tali logiche che la pellicola non ha riuscito a far breccia negli stereotipi che ci portiamo dietro e alimentiamo “grazie” ai media, e qui, francamente, escludo volutamente il Web perché se TV e stampa, per quanto siamo noi a “scegliere cosa vedere/leggere”, ci propinano un informazione a senso unico (quando informano) o corrente alternata (quando se ne ricordano) il Web ci spalanca le porte a punti di vista che possono o meno piacerci ma che di per sé sono appendice e non arrivo di una qualsiasi problematica.
    Come voto gli darei un 8, confesso che per quanto non proprio ritmato, il film mi è piaciuto.

  10. Alberto Cassani scrive:

    Non credo che il problema sia che la pellicola non fa breccia nei nostri stereotipi, ma piuttosto che non riesce a far breccia nei suoi. Non prova nemmeno ad affrontare un discorso complesso come questo in modo cinematograficamente originale, si appoggia su idee e situazioni banali e svilisce il tutto affogando le poche trovate brillanti nell’ovvietà registica.
    Peraltro, io ho l’impressione che questo tipo di film finiscano sempre per fare prediche ai convertiti, perché sicuramente chi ha idee opposte a quelle presentate qui è più facile che guardi “Il mercante di pietre” piuttosto che questo, ma se è così perché allora non provare a fare qualcosa di più coraggioso? Mal che vada ti fanno comunque i complimenti per il nobile tentativo…

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