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"This Must Be the Place" di Paolo Sorrentino

10 ottobre 2011 Recensioni 59 Commenti
Alberto Cassani, 10 Ottobre 2011: Apatico
Medusa, 14 Ottobre 2011

Cheyenne è un’ex stella del rock ormai cinquantenne che non ha però ancora abbandonato il look di quando calcava i palchi. La sua vita a Dublino scorre lenta e monotona, finché la notizia della malattia del padre non lo convince ad attraversare l’Oceano e tornare a New York…


A metà strada tra Robert Smith e Ozzy Osborne – ma con la musica dei Talking Heads – il protagonista del primo film internazionale di Paolo Sorrentino ci guida in uno spiazzante viaggio attraverso la psicologia umana prima ancora che attraverso il mondo e gli Stati Uniti. Quello di Cheyenne è quasi un viaggio iniziatico, e di conseguenza il film è quasi un romanzo di formazione, alla scoperta di un mondo che non ha mai conosciuto e verso il quale non ha mai avuto alcun interesse. Purtroppo, però, questo viaggio sulla carta molto interessante coincide con il film meno riuscito del regista napoletano.

Più che un viaggiare dentro un mondo, infatti, sembra che Cheyenne se ne stia fermo a guardare il mondo che gli scorre davanti, lasciando che gli eventi facciano il loro corso senza mai cercare realmente di influenzarli, e non preoccupandosi poi molto di quanto possano influenzare lui. In quest’impressione ha molta colpa anche Sean Penn, autore di un grande lavoro sulla voce ma tutt’altro che intenso in quanto a mimica facciale, cosa che rende ancor più evidente la distanza emotiva che separa Cheyenne da ciò che accade. Certo è facile pensare che un viaggio simile il personaggio lo faccia perché ha deciso di farlo, perchè ritiene giusto farlo, ma sono troppi i momenti in cui sembra quasi scrollare le spalle con noncuranza, conscio che “the Place” non sia il luogo che va cercando quanto quello che lo aspetta una volta tornato a casa. Non un viaggio alla Brigham Young, quindi, ma nemmeno un viaggio sull’onda del «home is where I want to be», perché davvero Cheyenne pare avere la testa fra le nuvole, dove nulla può andare storto.

Se la sceneggiatura convince poco, anche la regia di Sorrentino appare involuta e incapace di adattarsi a luoghi e situazioni che gli sono evidentemente meno familiari di quelli da lui finora raccontati. I tentativi di replicare i barocchismi delle Conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia sono ovvi anche se mascherati, quasi nascosti in nome di un’estetica da cinema indipendente che non rende per nulla giustizia a un autore da sempre caratterizzato da un’idea registica molto precisa e personale. Eppure This Must Be the Place non è un film disprezzabile, perché la carne al fuoco è tanta e diversi momenti funzionano davvero bene nonostante i personaggi secondari siano monodimensionali. E perché in fondo, su certi argomenti bisogna mettercisi d’impegno per sbagliare totalmente la mira. Sorrentino, col talento ernome che ha, non avrebbe potuto mancare il bersaglio nemmeno provandoci.


Titolo: This Must Be the Place (Id.)
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Fotografia: Luca Bigazzi
Interpreti: Sean Penn, Frances McDormand, Judd Hirsch, Eve Hewson, Kerry Condon, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, David Byrne, Olwen Fouéré, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Grant Goodman
Nazionalità: Italia – Francia – Irlanda, 2011
Durata: 2h.


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Attualmente ci sono 59 commenti a questo articolo:

  1. Fabrizio scrive:

    Film malriuscito: brutta sceneggiatura, costruzione (ed evoluzione) del personaggio piatta e assai poco emozionante. Non si capisce, poi, che bisogno c’era di andare a pescare nell’Olocausto. Mi è sembrata una forzatura, certo non quello che serviva a questo tipo di storia e di personaggio.

    Sorrentino si è sforzato in tutti i modi di creare atmosfere e situazioni da film indie e per questo gli è uscito fuori un filmetto men che mediocre. Peccato, perché come vien detto nella recensione l’autore ha talento.

  2. Daniele scrive:

    Classico esempio di un “buon film mancato”. Siamo forse in presenza di quel leggero, ineffabile movimento che dal talento porta alla presunzione? Troppo autocompiacimento e citazione di se’ stessi sono segni purtroppo inequivocabili.

  3. WarezSan scrive:

    L’olocausto l’hanno infilato per far piacere ai soliti noti che nell’ambniente “chiedono pegno”.

    Per il resto a me il film e’ piaciuto, molto bella la fotografia, ottima la caratterizzazione che Penn ha dato al suo personaggio, ottima la recitazione del protagonista.

    Bella anche l’idea non certo originale del viaggio, ottima anche la crescita del personaggio attraverso simbolismi forse un pelo banali ma azzaccati.

  4. Fabrizio scrive:

    Sarà, ma io ho trovato il tutto abbastanza piatto e artificiale (personaggio principale incluso, benché interessante di concetto). Poche le idee e gli sviluppi davvero degni di nota e i momenti realmente riusciti e sentiti. E come ho detto, l’Olocausto in questa storia c’entrava come i cavoli a merenda. Capisco l’opportunità generale di inserire l’argomento, ma di fatto questo “lega” poco all’interno del film e con il mondo del personaggio, e finisce con l’oscurare le varie e ben più centrate sotto-tematiche introdotte nella prima metà della pellicola e che alla fine rimangono troppo sullo sfondo.

  5. weach1952 scrive:

    Paolo Sorrentino dice del suo film : parla della la distanza che ha voluto rappresentare dal mondo che ci passa accanto come di un atto di consapevolezza che non è indifferenza bensi fuga verso l’impermanenza;appranti analoge con il pensiero orentale rendono questa stasi apparente , quasi avvincente.

  6. weach1952 scrive:

    mentre il sogno diviene vivida realtà

    this must be the Place
    di Paolo Sorrentino
    anno di produzione 2011
    La storia di Cheyenne non ha analogie con “Il Divo”, diverso l’argomento , differente il contesto e gli input; se proprio vogliamo collegarli possiamo solo dire che è un film di Paolo Sorrentino :basta.
    Poi mi correggo ed intravedo un legame:l’ l’uso intelligente dei primi piani che parlano spesso più della parola come del resto i silenzi e gli occhi che osservano.
    Il senso del film ?Non tutto deve avere un senso; si può anche essere semplicemente osservatori di accadimenti che ci scorrono addosso.
    Tutto ciò non ha indirizzo, proposito,messaggio, ma può essere proposito o esercizio di stasi volta ad assimilare una profondità che si è persa.
    La dilatazione dello spazio e del tempo nell’opera di Sorrentino confluiscono in un luogo indeterminato dove tutto può evolvere verso una crescita.
    Apprezzabile la sinergia che si riesce a costruire fra suoni ed immagini.
    Imbattibile Sean Penn che gioca mirabilmente nel ruolo di Cheyenne!!!!!!!!!.
    Alla fine parliamone bene , molto bene di quest’ ultima opera di Paolo Sorrentino,una fucina di esperimenti,un intelligente brodo primordiale dove si ramificano idee e propositi.
    Vale sicuramente quattro stelle d’oro ,………… tutto da vedere !!!!!
    Buona visione
    weach illuminati
    quindi siamo in linea carlo Alberto la tua lettura è eccellente

  7. Alberto Cassani scrive:

    Grazie weach, ma in realtà mi sembra che le posizioni siano abbastanza diverse. Al di là della lettura, io ho molte riserve sul film e non lo consiglierei in senso assoluto.

  8. weach1952 scrive:

    per il caro direttorissimo.
    Non ho visto nella tua lettura un gudizio negativo. Trai semplicemente conseguenze differenti dall’apparente indirizzo neutro del film, che io reputo interessante.L’impermanenza equvale a leggerezza e distanza . il film realizza questo porposito se tale lo si può definire . Ciao

  9. Alberto Cassani scrive:

    No, no: ma infatti il mio non e’ un giudizio negativo. E’ vero, tiro conclusioni ben diverse dalle tue partendo dallo stesso tipo di analisi. Ma mi sembra già una bella differenza…

  10. weach1952 scrive:

    mi rifiondo nel tuo sito solo per dire :
    è piacevole la sua impostazione che sitomola un dialogo immediato, veramente liberatorio .
    Grazie

  11. Alberto Cassani scrive:

    Eh, l’idea era proprio quella. Mettere i commenti in coda alle recensioni fa molto blog ma spostarli su un’altra pagina non mi piace, è troppo macchinoso e rende quasi impossibile creare un rapporto tra critico e lettore. Anche suddividere i commenti in pagine è preferibile dal punto di vista grafico ma non mi piace, perché rende difficile seguire la discussione e inserircisi per chi arriva dopo.

  12. weach1952 scrive:

    Ti ricordi quando avevo espresso dei dubbi sull’impostazione del tutto……………..?Ebbene mi ricredo la tua è un’idea vincente , intuitiva, partecipativa , di scambio , di confronto……..che non annoia ; vengo con più gradimento qui che altrove.
    ciao e buona notte

  13. weach1952 scrive:

    propongo una nuova lettura di
    this must be the Place-ultima
    di Paolo Sorrentino
    anno di produzione 2011
    La storia di Cheyenne non ha analogie con “Il Divo”, diverso l’argomento , differente il contesto e gli input; se proprio vogliamo collegarli possiamo solo dire che è un film di Paolo Sorrentino :basta.
    Poi mi correggo ed intravedo un legame:l’ l’uso intelligente dei primi piani che parlano spesso più della parola come del resto i silenzi e gli occhi che osservano.
    Il senso del film ?Non tutto deve avere un senso; si può anche essere semplicemente osservatori di accadimenti che ci scorrono addosso.
    Tutto ciò può anche non avere indirizzo, proposito,messaggio, ma essere solo proposito o esercizio di stasi volta ad assimilare una profondità che si è persa.
    La dilatazione dello spazio e del tempo nell’opera di Sorrentino confluiscono in un luogo indeterminato dove tutto può evolvere verso una crescita.
    Apprezzabile la sinergia che si riesce a costruire fra suoni ed immagini.
    Imbattibile Sean Penn che gioca mirabilmente nel ruolo di Cheyenne!!!!!!!!!.
    Ma quando il sogno diviene vivida realtà?Solo nell’attimo in cui il contenitore fatuo dei cimeli del passato, coccolati da Cheyenne con dedizione ipnotizzante , all’improvviso, perdono forma e sostanza:il clown si osserva e cambia faccia mentre si strucca;l’apparenza evapora e la sostanza riaffiora come un bagliore di luce cristallina.
    Restano tanti ” lumicini “, apparentemente generici o trattati con troppo pudore; ma non è così!! si scivola sul molto per apprezzarne i primi sapori per poi gettarsi dentro una cascata turbinosa ,la vita.
    Apparentemente “frigido” questo this must be the Place, è invece severissimo nella denuncia contro la società occidentale che palesa il suo degrado , putridume, avidità maniacale: lascio a voi i moltissimi richiami lanciati un poco ovunque nella pellicola.
    Il clown senza trucco è ora un uomo ? Forse,ma potrebbe nuovamente smarrire la via e cadere ancora nell’incantesimo:la regia sembra concedere una lettura di evoluzione: la metamorfosi dovrebbe procedere.
    Alla fine parliamone bene , molto bene di questa ultima opera di Paolo Sorrentino,una fucina di esperimenti,un intelligente brodo primordiale dove si ramificano idee e propositi.
    Vale sicuramente quattro stelle d’oro , tutto da vedere !!!!!

    Buona visione
    weach illuminati

  14. vigile scrive:

    Sono d’accordo sul definirlo un brodo, ma nient’affatto primordiale. Carne ne é stata cotta tanta , in questo brodo, ma stranamente non c’é sapore, e, come il protagonista, l’apatia ci pervade. Quindi ancora una volta azzeccato l’aggettivo che qualifica il film da parte di Alberto. Da notare,o perlomeno da salvare, la fantastica scena dell’esibizione musicale di Byrne, una delle piu’ belle scene di musica” live” anzi direi di “cinema musicale live” mai viste. Chapeau. Ma se Sorrentino si crogiolasse meno nell’autocompiacimento e lasciasse fluire la narrazione senza preoccuparsi ad ogni sequenza di fare una “scena-capolavoro-dal significato profondissimo”, non staremmo qui a cercare di convincerci che é un bel film.

  15. Alberto Cassani scrive:

    Vero, la scena del concerto è davvero bella, mi ha fatto piacere trovare un foto da mettere nella recensione perché merita davvero. Nel press-book non viene spiegato, ma immagino che la coreografia sia un parto della mente di David Byrne.

    E’ vero anche che Sorrentino è compiaciutodi se stesso, più che in passato, ma c’è per tutto il film quest’aria da film indie che mi ha davvero colpito, perché si lega pochissimo con l’occhio del regista. Sorrentino ha detto di aver cercato di realizzare una messa in scena “semplice e al contempo bella”, mettendosi “al servizio del personaggio”. Forse l’ha fatto rispetto ai suoi standard, ma certo non in senso assoluto.

  16. Fabrizio scrive:

    Vero, molto bella la scena del concerto. Però, se notate, è come se fosse una cosa e sé rispetto al resto, una sorta di break slegato da tutto. Quindi il fatto che sia probabilmente (assieme ad un’altra scena) il miglior momento del film non è molto incoraggiante.

  17. vigile scrive:

    Ora capisco meglio .Se Sorrentino dice di aver voluto una messa in scena “semplice e bella” mi fa pensare a un pittore che dice:” ora mi siedo e faccio un bel quadro” o un compositore che prende la chitarra e dice :”ora scrivo una bella canzone” . Non funziona cosi’. E non sempre riesce. Se ci mettiamo “il bello” come obiettivo, si perde di vista il vero bisogno artistico di parlare di qualcosa, magari anche attraverso il “brutto” o l’imperfezione. Va bene che nel cinema si cerca di controllare tutto a monte, ma pur sempre si dovrebbe trattare di un processo artistico e quindi svincolato dal dover prevedere la bellezza quale scopo ultimo .

  18. Fabrizio scrive:

    vigile, essendo questo progetto un momento chiave per la carriera (internazionale) di Sorrentino, non sorprende il fatto che l’autore abbia cercato di “controllare” e “mediare” il tutto. Era prevedibile. Tutto è stato pesato e valutato per cercare di fare un film che potesse piacere ad un certo tipo di pubblico e risultasse ben digeribile oltreoceano. E l’eccessivo calcolo ha prodotto un film nel complesso non brutto ma piuttosto asfittico, privo di quella verve autoriale che invece “Il divo” aveva.

  19. weach1952 scrive:

    Ascoltando i commenti di vigile.fabrizio ed alberto che rispetto tutti, non posso associarmi perchè resta in me il convincimento che il nostro bistrattato film sia uno dei più bello del 2011 ,di alto profilo e che va capito per il suo contenuto non verbale.

  20. Stop Making Sense scrive:

    X il recensore: la scenografia della scena del concerto è OVVIAMENTE un parto della mente di Byrne. Peccato che abbia già un paio di decenni, in quanto compare per la prima volta in un CONOSCIUTO film musicale che incentra la propria storia su un concerto dei Talking Heads, e quello che vediamo di fatto non è altro che la citazione di quel concerto. Sappiamo di cosa stiamo parlando? a quanto pare no. Per il resto, non concordo molto con la recensione, in particolare quando si dice ‘lavoro tutt’altro che intenso quanto a mimica facciale': mi viene il dubbio che non abbiamo visto lo stesso film. Oltre che essere voluta, credo che sia una grandissima interpretazione (ovviamente parere personale).
    Cordialmente

  21. Plissken scrive:

    SE è “Stop making sense” di Demme di decenni ne ha praticamente tre, sapendo di cosa si sta parlando…

  22. Alberto Cassani scrive:

    Io non capisco perché si voglia partire negando la possibilità di discutere con gli altri, perché attaccare le opinioni altrui invece di esporre compiutamente ed educatamente le proprie…

    Comunque, “Stop Making Sense” sarà anche un film noto, ma non per questo è un film davvero conosciuto. Al di là che per definizione può non interessare a chi non apprezza(va) la musica dei Talking Heads, non è che ci siano state molte occasioni per vederlo, a parte l’uscita del DVD. Ricordo che è stato trasmesso dalla tv francese lo scorso maggio, ma la sera prima che io arrivassi in Francia. Quella è stata l’unica occasione in cui avrei potuto vederlo (a parte ovviamente la possibilità di comprare il DVD su un sito straniero, perché non mi risulta sia disponibile in Italia). Per farti capire lo scarto tra notorietà e reale conoscenza, prova a pensare a quanto sia noto Peter Pan e quanta poca gente abbia realmente letto il romanzo di Barrie. O, se vogliamo rimanere in tema musicale, quanta gente conosce Bob Dylan e quanti pochi hanno sentito tutti i suoi dischi… Quello che sto cercando di dire è che non c’è motivo di sorprendersi se qualcuno non ha visto “Stop Making Sense”, tantomeno incazzarsi…

    Riguardo la mimica facciale di Sean Penn, certo che è voluta, non l’ho mai messo in dubbio e non mi sembra che ciò che ho scritto faccia pensare questo. Resta però il fatto che il risultato è, come ho scritto nella stessa frase che tu hai citato parzialmente, “che rende ancor più evidente la distanza emotiva che separa Cheyenne da ciò che accade”. Ossia, come ho scritto nella recensione, che Cheyenne stia facendo qualcosa a cui non è davvero interessato, qualcosa al cui risultato non tiene così tanto come si potrebbe pensare. E questo finisce per caratterizzare tutto il film, collaborando a dargli appunto quell’aria apatica di cui si parla nella recensione e nei commenti. Io e altri lo riteniamo un difetto anche piuttosto grosso della pellicola, ma non c’è dubbio che sia un tipo di lavoro inusuale che può piacere.

  23. weach1952 scrive:

    Un forum giustamente non deve essere una corrida, un campo di battaglia dove vincere il nostro rigurgito dell’ego. Dobbiamo rispettarci, confrontarci arricchirci e ciò è possibile se solo non abbiamo nulla da dover dimostrare a nessuno , nessuna speciale “dottità” nessuna superiorità, ma invece umiltà e voglia di condividere l’altrui prospettiva.. ciao a tutti e spero di non aver offeso nessuno non era nei mie intenti quanto meno.

  24. Plissken scrive:

    Io credo che un’opinione civilmente espressa e soprattutto ben poco eccepibile come quella esternata da Weach su sacrosanto “spunto” del Cassani non solo non offenda nessuno ma ponga in evidenza come in questo sito vi sia spazio per tutti, e se me ne sono accorto io che sono uno degli ultimi arrivati e non solo, dovrebbero poterlo fare tutti.

    Personalmente io contesterei a Stop Making Sense non solo la forma con cui ha espresso il suo pensiero, ma anche la sostanza: il film dei Talking H. è rivolto prevalentemente ai fan, non credo sia d’obbligo né per un critico né per un cinefilo doverlo necessariamente conoscere. Io ne intravidi uno spezzone molti anni fa e ne ho un vago ricordo, in quanto mi aggradano molte delle canzoni del gruppo di Byrne ma non mi ritengo un fan vero e proprio.

    Il film non mi pare contenga particolari qualità (musicali a parte) tali da farlo assurgere a classico della cinematografia, non si parla di “Quarto potere” mi sembra.

    La forma inoltre, onestamente, mi sembra piuttosto incline allo scontro più che al confronto, parafrasando il buon Weach.

    Non vorrei con tali esternazioni alimentare sterili quanto inutili polemiche, ma teoricamente un pur accennato dibattito su qualche questione di ordine “etico” dovrebbe essere di utilità per tutti, me compreso naturallement.

  25. weach1952 scrive:

    Plissken..Namasté amico mio sei una persona intelligente non ti disperdere in puntualizzazioni che potrebbero alimentare lo scontro . sei intelligente e generoso Namasté

  26. anna scrive:

    “Stop Making Sense” sarà anche un film noto, ma non per questo è un film davvero conosciuto.
    noto= sin. conosciuto
    oppure
    noto= largamente conosciuto

  27. Alberto Cassani scrive:

    Hai ragione, Anna: ho sbagliato a scegliere le parole, non sono stato abbastanza chiaro. Intendevo dire che SMS è un film famoso (per lo meno nel suo ambito) ma non per questo realmente conosciuto. Famoso, noto e conosciuto possono essere usati come sinonimi ma a conti fatti hanno significati fondamentalmente diversi: una cosa famosa non è necessariamente conosciuta in prima persona, né una persona a me conosciuta è necessariamente nota. Io conosco il mio vicino di casa, ma perché è il mio vicino di casa, non perché è una persona nota. Allo stesso modo, Sean Penn è una persona nota ma io non lo conosco (personalmente).

  28. Fabrizio scrive:

    @ Anna

    Perfetto.

    Dunque “Stop making Sense” sarà anche un film noto (conosciuto), ma non per questo è un film davvero conosciuto.

    Non faceva una grinza.
    Inutile forzatura critica.

  29. anna scrive:

    se leggi tutto il post di alberto, il film risulta essere di difficile reperibilità e di nicchia e quindi non cosi conosciuto/noto. paragonarlo a un Peter Pan o a un Bob Dylan poi mi sembra un errore un pò grossolano.

  30. Alberto Cassani scrive:

    Anna, non so cosa dire: adesso mi sembra di essere stato sufficientemente chiaro. Peraltro dimentichi che l’appunto del lettore è stato mosso al recensore (in questo caso io), quindi il discorso va rapportato a questo aspetto. Che il film di Demme non sia famoso quanto “Il silenzio degli innocenti” è fuori di dubbio, ma nell’ampia nicchia di film musicali della cui esistenza un critico dev’essere al corrente ci sta in pieno. E l’esempio di Peter Pan, rapportato appunto alla situazione specifica, secondo me rende benissimo l’idea: tutti (nell’ambito della discussione) sanno chi/cosa è, ma pochi l’hanno letto. Gli esempi (per lo meno questo tipo di esempi) non si fanno per riproporre in altri termini una situazione identica all’originale, ma per trasporre su un altro piano la situazione originale in modo da renderla più comprensibile all’osservatore esterno. Se avessi fatto l’esempio di un altro film più o meno di nicchia – tipo “Berlin” di Schanebel – a cosa sarebbe servito?

  31. Fabrizio scrive:

    Forse è utile specificare una cosa. E’ vero che un critico dovrebbe conoscere “Stop making sense” almeno di nome, ma non è che per forza deve averlo visto o ricordarlo a fondo. E non è obbligatorio che un critico che recensisce “This must be the place” sappia che la scena del concerto di Byrne è incentrata su un’idea scenica dello stesso Byrne e presa da una sua reale esibizione. Lo sarebbe se il recensore avesse deciso di commentare la suddetta scena, ma siccome in questo caso ciò non avviene e la recensione si concentra su altri aspetti, certe sottilizzazioni mi paiono alquanto inutili e pedanti. Come anche star lì a disquisire sull’accostamento di due termini all’interno di un concetto espresso comunque chiaramente. Senza offesa per nessuno, s’intende.

  32. anna scrive:

    credo che un critico abbia il dovere di non soffermarsi al titolo di un’opera, ma questa è una mia visione del mestiere; un appriopriato utilizzo della lingua italiana non è inutile e pedante: è il MINIMO che venga richiesto.
    saluti

  33. Fabrizio scrive:

    Il fatto è che questa non è la recensione di “Stop making sense” ma di “This must be the place”. E visto oltretutto che la scena con protagonista Byrne non viene citata, non vi è alcuna necessità per il recensore di aver visto il film di Demme.

    Quanto al discorso sulla lingua italiana, va bene porre l’accento sugli strafalcioni o sui passaggi non chiari, ma in primo luogo non mi sembra quello il caso, e secondariamente stai facendo le pulci ad un commento scritto velocemente. Avrei capito già di più la tua critica se fosse stata rivolta ad un passo della recensione.

  34. Alberto Cassani scrive:

    Anna, tu insisti a sostenere che io abbia sbagliato nell’uso dei termini, ma non è assolutamente vero. Che io avrei potuto essere più comprensibile usando termini diversi è vero, ma che i termini che io ho usato fossero sbagliati no. Come ho già detto, noto, famoso e conosciuto non hanno come unico significato quello con cui sono considerati sinonimi, e io in questo senso li ho usati. Una cosa nota (ossia della cui esistenza si è a conoscenza) non è necessariamente famosa in tutto il mondo, né tantomeno è conosciuta in prima persona. D’altra parte una cosa/persona può essere famosa solo all’interno di un certo ambiente ed essere praticamente ignota al di fuori di questo ambiente, ma questo non può annullare la sua notorietà specifica. Hank Williams, per rimanere in campo musicale, è uno dei più famosi e importanti cantanti della storia del country, ma è totalmente sconosciuto a un italiano che non ascolta quel genere di musica. Questo però non vuol dire che non sia famoso, anche se non è noto a tutti.
    Poi non capisco cosa intendi col “soffermarsi al titolo dell’opera”: io il film di Demme lo conosco e so com’è strutturato, ma non avendo mai avuto occasione di vederlo non ne conosco le singole scene, di conseguenza non posso riconoscerle quando le vedo. Non capisco proprio il senso della tua affermazione…

  35. Plissken scrive:

    Sbaglierò, ma io continuo a rimanere della mia idea, ovvero che un critico non è tenuto a conoscere per forza il film “Stop making sense”. Più che un film nel senso classico del termine, è una sorta di extended-video clip, nel senso che non vi è una struttura “classica” definita da soggetto sceneggiatura e così via.
    Mi parrebbe più simile ad una pièce teatrale o a qualche musical di Broadway: a questo punto se tali forme d’arte venissero riversate in celluloide diverrebbero vero “cinema”? Tutti i critici e cinefili dovrebbero immergersi in maratone notturne per prendere visione anche di ciò? Mah…

    In quanto ad Anna, senza offesa e con il massimo rispetto, l’impressione che dai è che ti stia un po’ arrampicando sugli specchi.
    Tra l’altro, un “appropriato uso della lingua italiana” presuppone il rispetto delle elementari norme grammaticali, comprese le maiuscole dopo il punto. L’eccessiva puntigliosità può essere un’arma a doppio taglio… ;-)

  36. Fabrizio scrive:

    Plissken, è infatti impensabile che un critico conosca e abbia visto tutti i film di questa terra, anche solo limitandosi a quelli di una certa “tiratura”. E’ pressoché ovvio il fatto che persino i maggiori “esperti” di cinema non abbiano visto molti film anche importanti. Talvolta per principio. D’altronde, se pensi che c’è anche gente che scrive la recensione senza aver visto il film…

  37. weach1952 scrive:

    Un augurio sincero.
    Che questo forum, stemperi i toni dettati unicamente da voglia di far prevalere le prorie posizione,;che ci si concentri su annotazioni d rilevo , con onestà intellettuale, voglia di confronto, piacere per la composizione!!!!!!!!Parlare del nulla non è utile, è un grande spreco di tempo!!!!!!!!!!!!
    Con rispetto, senza acrimonia , con affetto.

  38. Alberto Cassani scrive:

    Massì, dai: mi sembra che si sia comunque discusso in toni pacati e con educazione…

  39. Plissken scrive:

    In verità sembrava anche a me. Comunque non stavamo “parlando del nulla”. Amen.

  40. Guido scrive:

    Finalmente sono riuscito a vedere questo film.

    Il film di Sorrentino è, a mio parere, un film molto buono. Partivo abbastanza prevenuto, dal momento che l’acclamato “Le conseguenze dell’amore” non mi era piaciuto, e pure “Il Divo” non mi aveva particolarmente entusiasmato. Ero curioso di vedere a cosa avrebbe portato questa collaborazione Sorrentino / Penn.

    Sean Penn, da anni il mio attore preferito e ottimo regista (oltre al capolavoro “Into the Wild”, non scorderei
    l’eccezionale “La promessa”) dimostra, sempre a mio parere, di essere uno dei migliori attori al mondo (vorrei dire il migliore insieme a Day-Lewis, per capacità di “scomparire” nei suoi personaggi [“Mystic River”, “Dead Man Walking”, “Milk”, “Mi chiamo Sam”, “A distanza ravvicinata”… per dirne alcuni.]) e anche in questo caso non fallisce.Il suo Cheyenne è straordinario e mi permetto di dissentire con la recensione: non ho trovato apatica la sua mimica facciale, tutt’altro: molto spesso anche con un mezzo sorriso Sean riesce a comunicare quello che le (poche e “svogliate”) parole di Cheyenne non dicono.
    Anche Frances McDormand è una garanzia, bravissima come sempre.
    Bravo Judd Hirsch e bellissima apparizione di Harry Dean Stanton.
    Non ho trovato eccessivo l’inserimento della tematica dell’Olocausto, trattato in modo abbastanza delicato.
    Alcuni bei momenti, come l’incontro con l’uomo tatuato, o la scena della partita di ping pong, per dirne un paio.

    Ciò che non mi ha particolarmente entusiasmato è la regia di Paolo Sorrentino.
    Dall’inizio alla fine mi è parso che il regista abbia voluto confezionare un esercizio di stile il quale, se all’inizio può funzionare, complessivamente risulta un po’ stucchevole (le inquadrature degli oggetti di mobilia ad esempio, durante dialoghi abbastanza importanti ai fini della storia, finiscono per soffocare l’impatto emotivo delle scene e distolgono l’attenzione dello spettatore).

    Mi è piaciuta la conclusione della storia, anche se mi piacerebbe avere una conferma al mio dubbio.
    Cheyenne è dunque Tony??? Ho letto opinioni discordanti al riguardo.

  41. Alberto Cassani scrive:

    Il dubbio può nascere ma direi di no, visto che nel corso del film chiede più volte agli altri se ci sono notizie di Tony.

  42. Marco scrive:

    Ho faticato veramente a tenere aperti gli occhi dopo un pò. Se il cinema di Sorrentino è questo, non fa per me, come quello di Malick tra l’altro.
    Bella fotografia e bella musica. Nient’altro.

  43. Alberto Cassani scrive:

    Direi che questo stilisticamente è il meno sorrentiniano di tutti, quindi se ti sei addormentato qui figuriamoci con gli altri… Però magari un’occhiata a “L’amico di famiglia” glielo puoi dare, è quello forse meno aulico di tutti.

  44. Gaothaire scrive:

    Film nel complesso sciocco, ingenuo, che vuole per forza far colpo, riuscendo invece solo ad infastidire. D’altronde non è di certo nuovo a tali trovate uno come Sorrentino.
    Peccato, perchè il monologo finale e la conseguente scelta di mozzarlo a metà, facendolo narrare prima dal nazista e poi dal padre stesso, donando un’immensa umanità all’aguzzino e negandogliela poi quando non si rivela all’altezza dello stesso è una perla di rara bellezza, che viene però anch’esso ammorbato dalla sceneggiatura, che conclude il film con un finale di rara stupidità (e autocompiacimento), oltre che con uno dei peggiori colpi di scena a cui io abbia mai assistito.
    Bleah. Persino un personaggio monolitico come David Byrne ne esce insipido e caricaturale, in un film del genere.

  45. Alberto Cassani scrive:

    Il confronto col nazista è effettivamente ottimo, anche nella sua conclusione. Che il colpo di scena finale sia realmente un colpo di scena, invece, ho qualche dubbio: nel corso del film ci sono diversi dialoghi che portano a pensare che le cose stanno diversamente. Per come la vedo io, la lettura del “colpo di scena” dipende semplicemente da una cattiva gestione registica dell’ultima scena. Purtroppo Sorrentino ce l’ha per vizio, di non riuscire a chiudere in maniera secca e “giusta” i suoi film.

  46. weach illuminati scrive:

    Gaothaire,tutti possiamo dire tutto……………………ma non condivido nulla di ciò che dici…..questo certo non è un problema………………grazie a Dio possiamo ancora parlare e dico ………………..This Must Be the Place è il miglior film italiano del 2011.ciao

  47. Gaothaire scrive:

    Per carità, e ci mancherebbe.
    C’è gente che ascolta l’ultimo disco di Madonna e chi Captain Beefheart. Il mondo è bello perchè è avariato. Comunque Sorrentino resta un gran bluff, indipendentemente dai gusti. Io ad esempio apprezzo molto Aronofsky, ma riconosco che apparte un paio di lavori è un altro immenso bluff. Basta essere obiettivi, poi i gusti restano su un altro piano.

  48. Gaothaire scrive:

    Per me, comunque, basta poco per superare un carrozzone di tale portata.. Persino una banalità come Un giorno questo dolore ti sarà utile o un divertissement come Habemus Papam..

  49. weach illuminati scrive:

    Va bene così Gaothaire…………………………il bello della vita sta nella visone delle cose secondo il nostro punto di osservazione e questa diversità alla fine regala comunque un poco a tutti noi.
    Ciao Gaothaire avremo modi di riconfrontarci su altre filmografie

  50. Alberto Cassani scrive:

    Non so se sia giusto definire Sorrentino e Aronofski due bluff. E’ vero che prestano più attenzione all’aspetto visivo dei loro film, in una maniera molto diversa da come fa Tony Scott, ma non credo sia per nascondere la pochezza della narrazione. Poi comunque non sempre funziona, ma ritengo che nel caso di Aronofski siano scelte volte a ottenere proprio un certo effetto narrativo, mentre a Sorrentino i barocchismi servono per definire il mondo in cui i suoi personaggi si muovono.

  51. Francesco Cuffari scrive:

    Magari sbaglio, ma in quanto a furbizia con questo film siamo ai livelli di “Donnie Darko”. E’ un film che camuffa la quasi totale mancanza di contenuto con virtuosismi fini a se stessi e pompose sequenze da film d’autore. Prolisso e spessissimo fuori tema con numerose sequenze del tutto inutili che non avrebbero tolto nulla al film se fossero state tagliate. Solo due scene memorabili: la scena delle ragazze idiote al supermercato e quella del vecchio nazista “pesce piccolo”. Assolutamente dimenticabile e presuntuoso fino all’inverosimile. Il protagonista è davvero bello, ma è stato sfruttato malissimo.

  52. Alberto Cassani scrive:

    Francesco, quello che dici è un po’ il difetto tipico del cinema di Sorrentino, da sempre più attento alla costruzione visiva che al racconto. Stavolta però il modo in cui sono legate le scene funziona decisamente peggio che in passato. Però non sono d’accordo sulla mancanza di contenuto: il “succo” c’è ma è sviluppato e quindi raccontato male. Certo però che è il peggior film di Sorrentino, finora.

  53. Alberto Cassani scrive:

    Tra l’altro esce oggi negli Stati Uniti, anche se in poche sale. Sono curioso di vedere come va.

  54. Guido scrive:

    A vedere imdb e Rotten Tomatoes gli americani non ci sono cascati…

  55. Alberto Cassani scrive:

    Il pubblico no (ma era in limited release), ai critici invece è abbastanza piaciuto.

  56. weachilluminati scrive:

    This Must Be the Place
    mi è piaciuto
    caro Alberto
    quando si fa cinema è giuste che le immagini prevalgono sulle parole; questa è quanto mento a mia convinzione.
    Lo ho trovato di un equilibrio estetico notevole.
    Ma sai de gustibus……………………
    ciao
    weach

  57. Alberto Cassani scrive:

    Posso anche essere d’accordo, Weach, ma le immagini devono comunque dire, trasmettere, qualcosa. E qui, rispetto agli altri film di Sorrentino (a parte “L’uomo in più”) mi sembra regalino molto meno.

  58. patrizia scrive:

    leggo per lo più recensioni stereotipate con visioni contenibili in un tunnel lungo e dritto, lungo e dritto, lungo e dritt…Punto sull’inclusione tema Shoah. Differentemente dalle interpretazioni di riscatto o pegno dovuto alle case di distibuzione/produzione tutte ebraiche io esordisco con un tonante “finalmente un film così sulla shoah”. Una shoah che emerge nebulosa e insospettata da metà percorso in poi. Non si conosce quanto sia sotterraneo il riscatto da un evento del genere e quanto possa esserne casuale la coscienza per il prprio privato. Si narra nel film una metabolizzazione troppo intelligente per essere intuita, semplicemente capita da chi si attende che un film sulla Shoah debba obbligatoriamente portare stampigliare in fronte il neon ” questo è un film sulla shoah come ha da essere”. Io no, io no…. no…

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