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"Babel": incontro con Alejandro González Iñárritu

18 settembre 2006 Interviste 0 Commenti
Babel

Nella cornice della Casa del Cinema di Roma, il regista messicano Alejandro González Iñárritu ha incontrato la stampa in occasione della promozione per l’uscita italiana del suo ultimo film, vincitore della Palma d’oro per la miglior regia a Cannes…


Ancora un film di riflessione sul Caso, sulle coincidenze che legano la nostra vita a quella di altre persone. Stavolta anche a migliaia di chilometri di distanza…
Potrei definire Babel come l’evoluzione naturale della trilogia iniziata con il mio primo film Amores Perros, in cui sperimentavo per la prima volta la prospettiva locale delle storie del mio Paese. In 21 Grammi mi sono avventurato in un territorio per me sconosciuto, mentre per Babel il discorso è un po’ diverso. Ho voluto in un certo senso chiudere un cerchio ed analizzare una storia di gente comune a livello più globale.

Quale sentimento in particolare l’ha spinta a fare questo film?
Volevo più di ogni altra cosa raccontare l’odissea di tutti coloro che cercano di oltrepassare una frontiera in cerca di un futuro migliore. Ma quel che mi ha spinto è stato il desiderio di raccontare al mondo cosa vuol dire sentirsi un esiliato, cosa significa vivere in un Paese pieno di contraddizioni come il Messico o in un Paese straniero che non è quello in cui sei nato. In cui tutti ti guardano dall’alto in basso.

Lei ha parlato più volte della sua condizione di “autoesiliato” negli Stati Uniti. Cosa vuol dire esattamente?
Semplicemente, sono un cittadino del terzo mondo che vive in quello che viene definito il mondo civilizzato per eccellenza. Ogni sei mesi rinnovo il mio permesso di soggiorno negli USA e vedo quanta sofferenza c’è nei volti di queste persone. Senza questa esperienza non avrei mai capito fino in fondo come ci si sente.

In Babel come anche negli altri suoi due film si raccontano piccole grandi storie di solitudine ma più in generale la solitudine di un’umanità esiliata e del disperato bisogno che c’è nel mondo di compassione. E’ questo il suo pensiero al riguardo?
Esattamente. Babel è un film sulla compassione, una cosa che tutti noi abbiamo perso strada facendo, ma che è l’unica in grado di abbattere le frontiere dello spirito e del cuore. Non solo le frontiere territoriali. Si sente molto parlare di tolleranza, ma è un termine secondo me orribile che implicitamente racchiude una sorta di repressione. Bisogna rispettare le differenze, non tollerarle.

Queste differenze di cultura, di religione e di lingua si sono fatte sentire sul set durante la lavorazione?
Tra gli attori delle diverse nazionalità e le troupe si parlavano almeno sei lingue diverse. Per potersi comprendere e riuscire a girare al meglio una scena, a volte sono servite anche tre o quattro ore. Le sfumature di ogni lingua e i significati delle parole talvolta sono difficilissimi da conciliare. Ma a mio avviso in questo film l’importante non è capire il linguaggio ma vedere, partecipare in prima persona, seguire gli eventi che si susseguono repentini.

Perché questo titolo biblico? Andiamo, secondo lei, verso un’irreversibile Apocalisse sociale e culturale che ci dividerà tutti per sempre fino all’autodistruzione?
Il mio film non contiene messaggi, io personalmente non credo nella felicità assoluta o nella tristezza eterna. La vita è un mix di tutto questo, è un’unione di segmenti felici e tristi, concatenati da chissà quale legge. Purtroppo abbiamo perso le mezze misure e tendiamo ad estremizzare tutto quello che ci accade. Pensate che, paradossalmente, questo è il film più allegro di tutti quelli che ho diretto.

Nonostante il titolo, il film è fortemente laico. Perché ha deciso di estromettere Dio da questa catena di eventi e soprattutto in Paesi come il Marocco, Stati Uniti e Giappone, in cui c’è una forte presenza religiosa?
Considero il mio film molto terreno, affronta temi molto primitivi che sono indipendenti dalla religione. E’ un film sugli esseri umani e sulle differenze che tendono a dividere e ad unire le loro esistenze su questa Terra. Se gli spettatori usciranno dalle sale dimenticandosi la nazionalità e la religione dei personaggi ma ricorderanno solo la storia, allora potrò dire di aver raggiunto il mio obiettivo.

Babel sembra volerci dire che non siamo soli in questo mondo, che da qualche parte c’è qualcuno la cui vita può dipendere dalla nostra. In senso positivo o negativo ovviamente. E’ anche il suo pensiero?
E’ il principio fondamentale su cui ho basato la mia trilogia. In Amores Perros c’erano tre storie che ad un certo punto si incrociavano, in 21 Grammi la storia era unica ma vista da tre diversi punti di osservazione, in Babel si raccontano quattro storie di personaggi che non si incontrano mai ma che sono emotivamente molto legati fra loro per via della loro “condizione”.

Però c’è anche un lato critico molto spiccato nei confronti delle forze di polizia. L’immagine che si da dei pubblici ufficiali non è delle migliori. Ha avuto qualche esperienza negativa in proposito?
La mia è sostanzialmente una critica nei confronti delle istituzioni, dei metodi di repressione usati dagli agenti che hanno a che fare con clandestini o persone irregolari, talvolta costrette a dire il falso o ad ammettere di essere una persona diversa da quella che si è.

C’è un brano del film che dice testualmente «il governo americano spinge affinché questo crimine venga riconosciuto come un attentato terroristico». La sua è evidentemente una critica politica…
Lungi da me fare un film politico, non è un argomento che mi interessa. Il mio è un ritratto, un racconto di come le barriere possono rovinarci la vita, quelle tra padri e figli, tra mariti e mogli. Un ritratto di quel che accade nel mondo lontano da occhi indiscreti.

Per quanto riguarda il doppiaggio, sarebbe straordinario se si potesse mantenere l’integrità della versione originale sottotitolata in inglese in tutto il mondo. Il suo è un film molto complesso sotto questo punto di vista, come ha risolto il problema per la distribuzione italiana?
Chiesi alla 01 Distribution di non doppiare il film in Italia, e loro dopo averlo visionato hanno ben compreso il motivo della mia richiesta pur non potendola accogliere fino in fondo. A mio avviso il pubblico avrebbe avuto molte difficoltà a seguire le immagini e contemporaneamente tutti i sottotitoli dei doppiaggi delle varie lingue. Ho ottenuto da loro un risultato molto importante, forse sarà il primo caso in Italia di un film americano che uscirà nelle sale doppiato solo in parte. Nei dialoghi fra Pitt e la Blanchett, ad esempio.

La lingua che crea più problemi della religione. Quasi incredibile, non crede?
La religione polarizza su di sé l’attenzione dello spettatore, io volevo che questa si focalizzasse su altre cose. Il 95% degli attori (nella parte marocchina soprattutto) erano non professionisti, presi dalla strada, ma nonostante questo la religione non ha mai influito minimamente sulle mie scelte e ostacolato in qualche modo il mio lavoro. Babel racconta quello che al mondo ci rende felici e che ci fa più soffrire ma ha il grande pregio di porre l’accento sull’incapacità di comunicare e di trasmettere amore agli altri. La religione c’entra veramente pochissimo.


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