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"Achille e la tartaruga" di Takeshi Kitano

28 agosto 2008 Recensioni 0 Commenti
Paola Cavallini, 28 Agosto 2008: Poetico
Ripley’s Film, Agosto 2009

Machisu sogna di diventare un pittore fin da bambino. A scuola non fa altro che disegnare, e anche quando il padre si suicida in seguito alla bancarotta della sua società continua a dedicare tutto il suo tempo al disegno. Crescendo, il successo gli manca ma non la voglia di riuscire…


Per dichiarazione dello stesso regista, Akires to kame è l’episodio conclusivo della trilogia che aveva avuto come primi episodi Takeshis’ e Kantoku Banzai, ed è certamente il più riuscito. Dopo le due realizzazioni precedenti, che poco successo avevano riscosso sia presso il pubblico sia la critica, Kitano sembra avere ritrovato la sua vena creativa e poetica, quella di Hana-bi, Dolls e L’estate di Kikujiro.

La narrazione della vita e dell’ossessione di Machisu procede cronologicamente, suddivisa in tre capitoli, corrispondenti all’infanzia, alla giovinezza e alla maturità, preceduti da una breve animazione che introduce il celebre paradosso di Achille e della Tartaruga: nonostante Achille sia molto più veloce, è destinato a non raggiungere mai la sua ben più lenta avversaria. Anche la vita di Machisu assomiglia alla corsa di Achille, tutta dedicata alla soddisfazione della sua unica ragione di vita, il raggiungimento del successo come pittore. L’eterno inseguimento della fama si trasforma presto per Machisu in un’inutile ossessione, che alla fine dimentica anche il suo scopo: consigliato da un avido e incompetente gallerista figlio di un amico del padre, egli si dà di volta in volta alla realizzazione di opere appartenenti a correnti artistiche diverse, imitando l’uno e l’altro senza mai sviluppare quello che sembrava un precoce talento artistico. Neppure le persone che lo amano contano qualcosa per lui: la moglie è solo un’altra mano ed un altro corpo da utilizzare per dipingere, poco importa che ella lo faccia solo per amor suo; la figlia è una figura sullo sfondo che interrompe fastidiosamente la sua attività artistica. Nemmeno davanti al cadavere della ragazza, rimasta probabilmente vittima del suo mestiere di prostituta, Machisu riesce a provare dolore, l’unica cosa che gli viene in mente è impiastricciarne il volto con un rossetto allo scopo di realizzare una bizzarra e macabra Sindone.

Machisu è circondato dalla morte: quella del padre, della matrigna che lo amava davvero, di un uomo debole di mente che condivideva il suo amore per la pittura, di due amici che condividono con lui la passione per l’arte. Ed anche la propria morte assume per Machisu valore solo nella misura in cui diventa occasione di dipingere, e i suoi numerosi tentativi di suicidio altro non sono se non performances che vorrebbero arrivare alla vera arte.

Akires to kame è un film sulla pittura come ossessione, sottolineato dai colori che fanno da percorso alla vita di Machisu: il bianco e l’azzurro dei quadri di lui bambino, il collage delle secchiate di vernice gettate su muri e tele, il giallo dell’auto che sceglie come luogo per il suo tentato suicidio, il blu del tubo del gas, il rosso sangue della stanza in cui si rinchiude alla fine della sua opera, il bianco e nero di ciò che è rimasto di lui nella scena finale.

Ottimo come sempre sotto l’aspetto tecnico, dal cast alla scenografia, dalla fotografia ai costumi, alla sceneggiatura, tutto concorre a fare di Akires to kame un film veramente bello: dolente e divertente, tenero e crudele, grottesco e poetico allo stesso tempo come sa esserlo solo Kitano.

Machisu è un uomo tanto innamorato della sua ossessione da non essere paradossalmente in grado di amare nessuno, neppure se stesso, ma è circondato da persone che lo amano, ed il finale, che non vi sveliamo, chiuderà degnamente la vita di Machisu ed il film di Kitano.

Akires to kame è un racconto autobiografico, nel quale l’ossessione di Machisu per la sua arte corre parallela a quella di Kitano per il suo cinema, con le crisi ed i dubbi che devono averne certamente fatto parte. Il messaggio finale che il film pare mandare allo spettatore è che l’unico modo di non tradire la propria arte sia seguire la propria creatività, non seguendo le richieste di galleristi/produttori, ma le proprie inclinazioni di pittori/registi.


Titolo: Achille e la tartaruga (Akires to kame)
Regia: Takeshi Kitano
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Fotografia: Katsumi Yanajima
Interpreti: “Beat” Takeshi, Kanako Higuchi, Yurei Yanagi, Kumiko Aso, Akira Nakao, Masatoh Ibu, Reo Yoshioka, Mariko Tsutsui, Ren Ohsugi, Aya Enjouji, Eri Tokunaga, Nao Omori

Nazionalità: Giappone, 2008
Durata: 1h. 59′


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