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"Babycall" di Pål Sletaune

25 settembre 2012 Recensioni 2 Commenti
Raffaello De Masi, 21 Settembre 2012: Sperimentato
Nomad Film, 31 Agosto 2012

Anna, mamma di un bimbo di 8 anni, per sfuggire al marito si nasconde in un appartamento all’interno di un gigantesco condominio, dotando il figlio di un baby monitor. Una notte, grida provenienti dall’apparecchio le fanno temere il peggio, ma paiono frutto di una interferenza…


Che la cinematografia scandinava sia divenuta adulta e capace di competere ad armi pari con quella internazionale è fatto ormai consolidato. E lo dimostra questo bel film, a metà strada tra il thriller e l’horror, dove un’idea molto simile a quella di infiniti altri soggetti riesce a vivere di luce propria creando uno scenario originale e di buona suspense. Chiave di volta di questa buona architettura è certamente Noomi Rapace, assoluta protagonista che, quanto mai lontana dall’immagine della dura cyberpunk di Millennium e della stereotipata componente dell’equipaggio del Prometheus, dimostra un’accurata maestria nell’interpretare il profilo di una mamma spaventata e capace di tutto per difendere la sua famiglia.

Grazie alla sceneggiatura scritta dallo stesso Sletaune, il film ha il merito di distribuire con pazienza e maestria, durante tutta l’ora e mezza di visione, gli elementi costituitivi del puzzle risolutore, dando continuamente allo spettatore l’impressione di essere vicino alla soluzione e fornendo contemporaneamente ulteriori elementi per allontanarlo da essa. Purtroppo, e questo è forse il vero limite del film, è lo scontato uso delle scene scarsamente illuminate (che non spaventano più nessuno) e dell’altrettanto stereotipato modello che vede da una parte la protagonista bisognosa d’aiuto e dall’altra personaggi (come ad esempio l’assistente sociale) bovinamente incapaci di credere a quanto la protagonista racconta. A questo fanno corollario le solite scene e situazioni usate e abusate in infiniti film del genere: corridoi senza fine con luci spettrali, laghetti che il giorno dopo divengono parcheggi asfaltati, messaggi misteriosi senza apparente logica. Situazione fin troppo abusata, arma a doppio taglio che se colpisce in maniera forte come – ad esempio – in film come Dark Water, rischia, come accade qui, di risultare posticcia e capace di far decadere l’attenzione dello spettatore scaltrito, abituato a più raffinati scenari.

In ogni caso si tratta di particolari, che riducono solo in parte il piacere della visione di un film sufficientemente teso da condurre per mano lo spettatore verso l’inatteso finale, che non ha bisogno, però, delle ultime scene, apparentemente posticce e mal legate alla trama ben tessuta del film.


Titolo: Babycall (Id.)
Regia: Pål Sletaune
Sceneggiatura: Pål Sletaune
Fotografia: John Andreas Andersen
Interpreti: Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring, Stig R. Amdam, Maria Bock, Torkil Johannes Swensen Høeg, Bjørn Moan, Henrik Rafaelsen

Nazionalità: Norvegia – Germania – Svezia, 2011
Durata: 1h. 36′


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Attualmente ci sono 2 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Concordo con la recensione.
    Più che altro non mi è piaciuto il fatto che non tutto viene spiegato alla fine del film e molte domade rimangono ancora aperte.
    Solo lo spettatore avvezzo ormai a certi stilemi può dare una sua, pur fantasiosa, spiegazione.

  2. Plissken scrive:

    Ho visto il film che mi ha lasciato davvero entusiasta per ciò che concerne molti aspetti, tra i quali spiccano oltre alla fotografia l’ambientazione molto curata in cui gli ambienti, per quanto quotidiani, assumono forte valenza per il modo in cui vengono cinematograficamente descritti al fine di conferire al tutto un’ottimo fondo di inquietudine. Anche se in recensione vengono definite come “solite scene”, mi sembra vi sia stato da parte del regista una grande perizia nell’usarli per avvolgere i protagonisti, tra cui spicca oltre alla Rapace un ottimo Kristoffer Joner.

    Il film mi è sembrato molto elegante e ben sviluppato, ritmicamente appagante, perlomeno per ciò che concerne i primi due terzi. Poi subentrano subdolamente rimembranze shyamalaniane che cominciano a far un po’ decrescere la (presunta?) aura di atipicità del soggetto. Nonostante ciò la visione prosegue di buon grado, considerando l’ottimo lavoro di cui sopra ed una buona sceneggiatura come da recensione.

    Il problema grosso a mio personale avviso arriva nella parte finale, da recensione:

    “…il film ha il merito di distribuire con pazienza e maestria, durante tutta l’ora e mezza di visione, gli elementi costituitivi del puzzle risolutore…”

    purtroppo dal mio punto di vista il puzzle è rimasto incompiuto, di risolutore non vi è nulla di esplicito e rimangono parecchi dubbi inerenti la presenza o meno di alcuni personaggi che non assumono carattere materiale: esistono realmente o sono parto della mente della protagonista? Se esistono, che ruolo ricoprono nella vicenda?

    Insomma sempre a mio personale avviso il regista o non si è curato di dare una spiegazione esplicita nel finale o non c’è riuscito. Nella prima ipotesi non credo abbia attuato una scelta apprezzabile, nella seconda… nemmeno, in quanto rimane una scelta ponderata (e quindi colpevole) il non aver voluto introdurre, anche a priori, elementi a sostegno della nebbiosa parte finale.

    Alla fine si rimane come quando ci si trova piacevolmente immersi nel piacere mangiando una squisita tavoletta di cioccolato con le nocciole e la solita sf*ga vuole che l’ultima sia quella amarissima che ti lascia l’amaro in bocca.
    Ovviamente forse sono io che non sono riuscito a trovare la giusta chiave di lettura… si accettano suggerimenti. :-)

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