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Captain Marvel di Anna Boden & Ryan Fleck

6 marzo 2019 Recensioni 7 Commenti
Captain Marvel

Walt Disney, 6 Marzo 2019 – Scialbo

Nel mezzo della guerra intergalattica con gli Skrull, una guerriera Kree di nome Vers scopre di avere dei lontani ricordi cui non riesce a dare alcun significato. La guerra la porta proprio sul pianeta in cui quei ricordi sono ambientati, anche se lei non ci ha mai messo piede: la Terra degli anni Novanta…


Un anno dopo Black Panther, la Marvel propone nuovamente un film capace di focalizzare l’attenzione del pubblico su un ben determinato contenuto socio-politico, facendo passare in secondo piano il suo valore puramente cinematografico. Per una volta lo fa in ritardo rispetto alla Distinta Concorrenza, e lo fa con un personaggio che – per i lettori di comics – è il simbolo stesso di quanto poco ci sia di immutabile negli universi supereroici.

Captain Marvel è lodevole per la sua volontà di non essere un film di supereroi vero e proprio e per non avere la struttura tipica delle “origin story”, mescolando la cronologia degli eventi grazie all’idea dei ricordi perduti. La pellicola mette in mostra anche un’inedita attenzione ai lettori più fanatici, cambiando il nome di un personaggio e nascondendo quello di un altro per non lasciar intuire troppo facilmente gli sviluppi della trama. Poi i fan più accesi apprezzeranno particolarmente l’omaggio a Stan Lee contenuto nella sigla iniziale e il suo cameo – particolarmente divertente – ma i pregi del film, praticamente, si esauriscono qui.

A partire da scene d’azione confuse ed effetti speciali particolarmente visibili, Captain Marvel mette in mostra una cura tecnica ben al di sotto del livello cui le produzioni Marvel ci hanno ormai abituati. La sceneggiatura inanella invece rozzezze a profusione, pur a fianco di alcuni dialoghi davvero ben riusciti e un cuore centrale interessante ed emotivamente forte. Quando però partono i No Doubt ad accompagnare una lotta all’ultimo sangue, diventa chiaro che il problema sta nelle idee dei produttori, incapaci di dare ai loro intenti una forma cinematografica bilanciata. Troppo spesso, infatti, si ha l’idea che si sia scelto il modo più banale e fragoroso per raccontare qualcosa, scelta che porta ad azzoppare ulteriormente uno script che non ha ben capito cosa voleva essere.

Nel ruolo del quarto Capitan Marvel dei fumetti (ma il primo oggi si chiama Shazam…), Brie Larson convince solo nelle parti prettamente recitate, tra l’altro non aiutata da un montaggio spesso raffazzonato che si fa scolastico nelle scene più movimentate. Neanche una protagonista più abituata a questo tipo di pellicole avrebbe potuto dare sapore a un film così mal costruito, ma l’attrice californiana è certamente la scelta più giusta per un progetto con questi obiettivi, e per il pubblico di riferimento non ha neanche importanza se questi siano stati raggiunti o meno: certe cose, in certi momenti, è importante dirle e basta, a prescindere dalla lucidità dell’eloquio. Peccato che il cinema abbia altre regole.


La locandinaTitolo: Captain Marvel (Id.)
Regia: Anna Boden & Ryan Fleck
Sceneggiatura: Anna Boden, Ryan Fleck, Geneva Robertson-Dworet
Fotografia: Ben Davis
Interpreti: Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Jude Law, Annette Bening, Lashana Lynch, Clark Gregg, Rune Temte, Gemma Chan, Algenis Perez Soto, Djimon Hounsou, Lee Pace, Chuku Modu, Matthew Maher, Akira Akbar
Nazionalità: USA, 2019
Durata: 2h. 04′


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Attualmente ci sono 7 commenti a questo articolo:

  1. Fabrizio Degni ha detto:

    Ero davvero curioso… E questa recensione ennesima testimonianza di come lhype possa giocare scherzi… Poco piacevoli.
    Fra le critiche più aspre che ho letto anche il fattore ipersteroidismo della protagonista troppo eroe per essere tale o comunque per abbassarsi ai nemici di questi universi.
    Troppo egocentrismo?

  2. Alberto Cassani ha detto:

    Detto che a tutti i miei colleghi fumettisti il film è piaciuto, il problema della gestione dei suoi poteri è che lei li sa usare perfettamente fin da subito. Quindi non c’è l’impressione di “fatica” che il personaggio ha per riuscire ad avere la meglio sui cattivi. È come se, appena ingoiata la pillola rossa, Neo fosse già a un livello di controllo della realtà che raggiunge solo alla fine del terzo film. E questo stride particolarmente con il modo in cui invece questo film racconta la sua presa di coscienza del suo passato.

  3. Fabrizio Degni ha detto:

    Concordo…e’ un supereroe che ci viene presentato gia’ “confezionato” senza quella fase iniziale in cui scopre le sue potenzialita’ ma anche le sue… limitazioni. Penso ai “diversi” della scuola di Xavier che nella loro eccezionalita’ di mutanti, pagano lo scotto con l’esilio o il dover vivere in un continuo compromesso.
    C’e’ da dire pero’ che nonostante le recensioni non lusinghiere al botteghino sta facendo record su record…

  4. Arch Stanton ha detto:

    Alberto, secondo me invece l’assenza di una narrazione riguardo all’apprendimento dei propri poteri non stride nella struttura del film: benché si usino dei flashback, il film è ambientato in un presente in cui Carol ha già trascorso diversi anni con i Kree dopo il suo incidente e si dà per scontato che la fase di crescita sia già avvenuta in precedenza. Per come è strutturato il film, ci sta, e io personalmente l’ho trovata una buona scelta, per non realizzare l’ennesimo film sulle origini uguale a tutti gli altri con le medesime dinamiche ripetute e già viste.

    Più che altro io ho avuto l’impressione di essere di fronte ad un enorme e diluito prologo nato più che altro per dare un senso alla prima scena post credit (che è quello che tutti volevano vedere), e giustificare quanto avvenuto alla fine di Avengers 3; una sorta di lungo filler non particolarmente memorabile.

  5. Alberto Cassani ha detto:

    In un suo celebre articolo, François Truffaut scrisse che il cinema francese dei primi anni 60 era tutto una lunga sequenza di raccordo, ossia una scena che serve solo per legarne insieme altre due ma non ha un significato in proprio. Il Marvel Cinematic Universe è pieno di film che non sono altro che una lunga sequenza di raccordo, ma almeno questo ha la dignità di raccontare un’avventura che per buona parte del suo svolgimento si regge sulle sue gambe. Poi è chiaro che narrativamente sono tutti episodi di una lunga serie televisiva, quindi è normale che l’interesse dello spettatore si centrato soprattutto su elementi esterni alla trama del singolo film.

    Il mio appunto sulla gestione dei poteri si riferisce solo ed esclusivamente al finale, dopo che si toglie il “silenziatore”. Per tutto il film la vediamo effettivamente sforzarsi di controllare i suoi poteri (più che di usarli), ma nemmeno lei era conscia di quale livello questi raggiungessero. Togliere il silenziatore è come dare una Ferrari in mano a un giovane il pomeriggio stesso in cui ha passato l’esame della patente, eppure lei la guida perfettamente. Che poi la scelta sia funzionale al modo in cui è costruito il film è vero, ma a me è parso tutto troppo repentino. Certo non mi aspettavo di vedere Ralph Supermaxieroe che non riesce a volare, però insomma…

  6. Arch Stanton ha detto:

    Massima stima anche solo per la citazione di Ralph Supermaxieroe

  7. Mauro Dario Capelli ha detto:

    I SJW devono morire di una morte lenta e dolorosa.
    Spero solo di godermi la dipartita di uno qualsiasi di quei ratti dalla sessualità indefinita.

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