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"Hunger" di Steve McQueen

18 aprile 2012 Recensioni 5 Commenti
Hunger

Bim, 27 Aprile 2012 – Spietato

L’ultimo periodo di vita dell’attivista per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord Bobby Sands, rinchiuso tra le mura del carcere di Long Kesh dove, il primo marzo 1981, iniziò un lungo sciopero della fame che lo portò alla morte due mesi dopo, il 5 maggio…


Una scena di HungerArrivato in Italia con ben quattro anni di ritardo nonostante avesse vinto la Camera d’Or al Festival di Cannes del 2008, Hunger porta sul grande schermo la drammatica storia di Bobby Sands e degli altri prigionieri irlandesi, senza ignorare il punto di vista dei carcerieri. Il film presenta una realtà di rara drammaticità: girato quasi interamente dentro la prigione conosciuta come The Maze (il labirinto), riporta le condizioni di vita dei detenuti repubblicani nel pieno della “protesta dei lenzuoli” e della “protesta dello sporco” che riducono la loro quotidianità a livelli di degrado inumani. La narrazione si affida alle immagini più che ai dialoghi e non viene risparmiato nulla, non ci sono censure né tregue alla tremenda realtà mostrata allo spettatore.
Una scena di HungerMcQueen ha però l’ambizione di non raccontare soltanto un pezzo di storia: la questione nordirlandese non viene approfondita, i drammatici avvenimenti vissuti nel carcere non sono contestualizzati con precisione al periodo storico. Certo si prende spunto dalla storia di Bobby Sands, ma la riflessione che il regista costruisce potrebbe essere applicata a molti altri leader della storia e all’uomo in generale. L’ideologia portata all’estremo, la lotta per l’indipendenza che comporta decisioni estreme e richiedono la morte del leader e di chi lo segue con disperata fiducia, l’abbandono dei cari e dei figli per inseguire fino alla fine il sogno di giustizia e libertà: quando tutto questo diventa follia?

Michael Fassbender e Liam Cunningham in HungerLa protesta cresce nella prigione, l’esterno non ci viene mai mostrato, la spietata voce della Thatcher che ribadisce di non voler concedere nulla rimane senza volto, come se i valori e le decisioni di Bobby Sands avessero perso il contatto con l’esterno, con la realtà. E’ il dialogo che ha con il sacerdote, memorabile duello verbale che irrompe in una prima parte che predilige la narrazione visiva, a racchiudere la riflessione principale dell’opera: l’incomprensione tra ideali e razionalità, tra chi combatte per la stessa causa ma nutre sentimenti estremamente diversi, chi pone la vita come valore supremo e chi non considera vita una situazione priva di libertà. Viene presentata la storia di un leader umiliato fisicamente, combattuto tra l’idea del dialogo con un nemico in posizione di forza che offre pietà in cambio della rinuncia al sogno e il dovere di proseguire la lotta, ad ogni costo, per non abbandonare la libertà che ogni popolo merita.

Michael Fassbender in una scena di HungerLa prima opera cinematografica di Steve McQueen (seguita da Shame, che però è uscito in Italia prima di Hunger) non può lasciare indifferenti e mostra una grande abilità narrativa che non cede mai al patetismo o al semplice resoconto storico partigiano. Certo si può rimproverare qualche caduta registica su lunghissimi piani sequenza non sempre giustificati, infatti se è estremamente riuscito quello sul dialogo con il prete, appesantiscono un po’ l’opera altri meno necessari, ma nel suo complesso il film riesce a non perdere mai l’attenzione dello spettatore e a colpirlo in profondità. Molta della riuscita si deve anche all’interpretazione di Michael Fassbender che rende al suo personaggio quel misto tra dolore, disperazione e fermezza che sono alla base della riflessione di McQueen.

Michael Fassbender in una scena di HungerIn Hunger non ci sono momenti o personaggi positivi, la tragicità dell’ambiente carcerario non risparmia nessuno: vittime e carnefici si intrecciano e gettano disperazione su ogni protagonista, vittima a suo modo dell’inamovibile contrasto tra le due parti. L’unica speranza viene dal passato, dai ricordi illuminati e “colorati” da una fotografia che riporta ottimamente il contrasto tra le origini e l’abisso gelido e incolore in cui è precipitata la realtà di Bobby Sands e di tutta l’Irlanda del Nord. E’ cinema in cui non c’è spazio per la finzione, che ricorda l’attualità delle testimonianze che ci arrivano dagli odierni teatri di guerra e racconta l’estrema determinazione dell’uomo che si ribella con ogni mezzo, fino a quello più estremo e drammatico: il proprio corpo. Steve McQueen (autore con Enda Walsh anche della sceneggiatura) non si schiera da una parte o dall’altra, ma con grande abilità riesce a obbligare noi a farlo.


La locandina di HungerTitolo: Hunger (Id.)
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Enda Walsh, Steve McQueen
Fotografia: Sean Bobbitt
Interpreti: Michael Fassbender, Stuart Graham, Laine Megaw, Brian Milligan, Liam McMahon, Karen Hassan, Frank McCusker, Lalor Roddy, Helen Madden, Des McAleer, Geoff Gatt, Rory Mullen, Ben Peel, Paddy Jenkins, Liam Cunningham
Nazionalità: Regno Unito – Eire, 2008
Durata: 1h. 36′


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Attualmente ci sono 5 commenti a questo articolo:

  1. Marco scrive:

    Concordo su tutto. Vero cinema, puro ed essenziale.
    Grandissimo Fassbender sia per la preparazione di un mese del piano sequenza di 20 minuti (magistrale) con l’altrettanto bravo Cunnigham, sia per la drammatica trasformazione fisica nel finale, veramente insostenibile allo sguardo (pensavo di aver visto tutto con Bale nel ” L’uomo Senza Sonno” ma mi sbagliavo).
    Un film che fa parlare le immagini, lo definirei una sorta di documentario d’epoca sulle condizioni dei carcerieri, ma comunque notevolmente realistico grazie anche all’asciutta regia di McQueen.
    Comparto tecnico buono.
    Non sono i miei preferiti questi film che puntano sul “silenzio verbale” ma non rimpiango il tempo speso a vederlo.
    Albe che ne pensi te?

  2. Alberto Cassani scrive:

    Sono d’accordo, è un grandissimo film. Io l’avevo visto all’epoca e mi aveva molto impressionato la maturità registica di McQueen: non c’è mai un momento in cui sembra fare le cose tanto per farle, e il risultato è che ogni sequenza ottiene esattamente ciò che vuole. Il pianosequenza, al di là che ha un dialogo eccezionale, lascia a bocca aperta anche perché il film è girato in pellicola e quindi inquadrature così lunghe erano una disgrazia, da sbagliare.

  3. Guido scrive:

    Che film… e che esordio -nei lungometraggi- per McQueen.
    Ricordo poche “prime volte” così folgoranti al cinema.
    Neanche Kubrick o Scorsese, per citare due grandi qualunque.
    Un film perfetto, sotto tutti i punti di vista.

  4. Alberto Cassani scrive:

    Eh sì. Peccato che il suo sia uno stile che per il pubblico è largamente indigesto (“12 anni…” a parte, che non è esattamente nel suo stile).

  5. Guido scrive:

    Sì, l’ho sempre pensato anch’io. Speriamo che con il suo prossimo film torni nei suoi ranghi, anche se dopo aver vinto ad Hollywood la vedo dura.

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