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"I bambini di Cold Rock" di Pascal Laugier

19 settembre 2012 Recensioni 19 Commenti
I bambini di Cold Rock

Moviemax, 21 Settembre 2012 – Blando

Cold Rock, nello stato di Washington. Una miniera chiusa, niente scuole, un bosco che si estende per miglia e cunicoli sotterranei altrettanto lunghi. Probabilmente il peggior posto al mondo dove cercare le tracce di 18 bambini scomparsi…


Una scena di I bambini di Cold RockNon si può dire che Pascal Laugier non abbia le idee chiare sul tipo di storie che vuole raccontare nei suoi film. Dopo il valido Saint Ange e lo straordinario Martyrs, infatti, eccolo di nuovo mettere al centro del suo lavoro una donna e dei bambini che soffrono, ed eccolo di nuovo scompigliare le carte a metà del racconto. Stavolta, però, il risultato è tutt’altro che convincente. Ed è un peccato, perché se alla luce di Martyrs appariva perfetta la sua scelta come regista del remake di Hellraiser, alla luce di questa sua prima prova in lingua inglese appare giustificata la decisione dei fratelli Weinstein di sollevarlo dall’incarico.

Jessica Biel in  I bambini di Cold RockDopo una prima parte interessante ma non particolarmente ricca di tensione, Laugier cambia come al solito direzione, finendo però per sgonfiare tutto quanto di buono aveva fatto fino a quel momento. Il nuovo risvolto, infatti, si sviluppa in maniera banale e scontata, attraverso dialoghi mal scritti e con pochissimi guizzi registici degni di nota. L’utilizzo scomposto della voce fuori campo dimostra ulteriormente la confusione di scrittura alla base di un film che non appassiona mai.

Jodelle Ferland e Jakob Davies in una scena di I bambini di Cold RockJessica Biel – che credeva talmente nel progetto da coprodurlo con la sua Iron Ocean Films – appare giustamente dimessa ma non per questo riesce a brillare in quanto a recitazione. E se l’idea era che la sua presenza sarebbe stata sufficiente a trascinare il pubblico nelle sale statunitensi a vedere il film, allora si può parlare di fallimento completo, visto che I bambini di Cold Rock è stato giustamente relegato al mercato dello straight-to-video.


La locandina di I bambini di Cold RockTitolo: I bambini di Cold Rock (The Tall Man)
Regia: Pascal Laugier
Sceneggiatura: Pascal Laugier
Fotografia: Kamal Derkaoui
Interpreti: Jessica Biel, Jodelle Ferland, William B. Davis, Garwin Sanford, Samantha Ferris, Teach Grant, Colleen Wheeler, John Mann, Eve Harlow, Ferne Downey, Janet Wright, Jakob Davies, Stephen McHattie
Nazionalità: Canada – Francia, 2012
Durata: 1h. 46′


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Attualmente ci sono 19 commenti a questo articolo:

  1. Plissken scrive:

    Chissà perché un po’ mi aspettavo uno scivolone di Laugier. Non per suo demerito, è una questione di statistiche: sovente dopo un ottimo film ne segue uno (dello stesso regista) riuscito maluccio, o perlomeno mi sembra che ciò accada più spesso negli ultimi anni; il problema è che quando il film è finito non si può gettare come nulla fosse e ricominciare, come per una scultura, una tela od un capitolo di un libro… dev’essere dura fare cinema. :-)

    @ Cassani
    Dai commenti su “The Grudge” ho visto che hai posto “Martyrs” sul primo gradino del podio, con riferimento agli horror degli ultimi dieci anni; per curiosità, come mai non lo avete recensito? Aggiungo: che ne pensi di “Alta tensione”?

  2. Alberto Cassani scrive:

    La recensione manca perché ogni volta che mi metto a scriverla non ne sono soddisfatto e la butto. Ma prima o poi la finirò.

    “Alta tensione” non m’è piaciuto per niente. Ho trovato la storia estremamente pretestuosa e la messa in scena confusa e manipolatoria. Per quanto alcune scene funzionino egregiamente, non c’è un singolo momento che mi abbia davvero colpito. Aggiungiamoci due attrici che non è che mi stiano proprio simpatiche e siamo a posto.

  3. Marco scrive:

    Io in “Martyrs” ho visto solo violenza fine a se stessa, un film diviso in due parti dove la prima scontata e la seconda noiosa a dir poco (e lo dico da fan del gore). Molto meglio le atmosfere surreali di “Saint Ange” o, anche se di poco, la violenza giustificata di “Frontier(s)”.
    L’esordio di Aja mi è piaciuto, sa tenere ritmo e suspence.
    Comunque per me i migliori rimangono “Dog Soldiers” e “The Descent” di Neil Marshall, superlativi.
    Notevole anche “Altered” di uno dei due registi di Blair Witch Project.

  4. Plissken scrive:

    Mi interessava l’opinione su “Alta tensione” poiché, al pari di “Martyrs”, è un film i cui giudizi sono spesso combattuti anche tra gli appassionati del genere. A me il film di Aja è piaciuto, nonostante alcune evidenti pecche. Rispetto ad altri sul genere, trovo abbia una marcia in più per ciò che concerne la creazione della tensione psicologica.

    Martyrs ritengo sia un un film decisamente “disturbante”, duro, feroce: mi è piaciuto ed oltre al soggetto ho apprezzato molto la regia di Laugier, tanto di cappello.

    Come già ho espresso “the descent” è tra i miei preferiti del genere; “Frontiers”… mah, non ne ho un buon ricordo.

    “Saint ange” non l’ho ancora visto; non conoscevo invece “Dog soldiers”, vedrò di procurarmelo. :-)

  5. Alberto Cassani scrive:

    Di “Dog Soldiers” mi hanno sempre parlato bene ma non l’ho ancora visto. Idealmente immagino che si situi tra l’efficacia di “The Descent” e la bruttura di “Doomsday”.

    La violenza di “Martyrs” può anche essere ritenuta gratuita ma in realtà è molto meno frequente di quello che può sembrare a pensarci: nella prima parte c’è grande profusione di sangue ma oltre all’omicidio della famiglia ci sono solo ferite autoinferte. Dopodiché, per mezz’ora c’è solo qualche calcio e qualche pugno prima dello scorticamento, che però avviene in fuori campo. Poi in pratica non succede più niente. Vero, come ho detto, che c’è grande profusione di sangue e molte ferite ci vengono mostrate con dovizia di particolari, ma non per “semplice” morbosità gratuita, bensì perché è la violenza stessa il motore da cui nasce la trama (nel senso che è la violenza ciò che porta l’organizzazione a rapire le ragazze, e quindi dal punto di vista della coerenza filmica non avrebbe avuto senso scansarla. Sarebbe stato come fare un film su una spogliarellista e non fare scene di nudo.
    Detto questo, però, è comprensibilissimo che il film non piaccia, perché è vero che la prima parte è prevedibilissima (per quanto riguarda l’origine allucinatoria del “mostro”) e il contrasto tra il ritmo della seconda e il sangue che scorre risulta facilmente fastidioso. Però criticarlo come hanno fatto in molti (non Marco, qui) solo perché la violenza sarebbe gratuita – visto che a conti fatti non lo è: ha esattamente la stessa ragione di esistere che ha nella serie di “Hellraiser” – trovo sia sbagliato.

  6. Plissken scrive:

    Per ciò che concerne “Martyrs”, la mia definizione di “feroce” non è riferita all’aspetto legato alle torture in sé (Frontiers è molto peggio in tal senso, o almeno così lo ricordo) ma al motivo per il quale vengono effettuate. Frontiers non mi è piaciuto, ed a differenza di Marco in esso ho ravvisato “violenza gratuita” nel senso che viene dispensata ai fini di inorridire lo spettatore mediante l’aspetto “carnale” ma senza alcuna correlazione con un eventuale fine (inteso come scopo): tutto sommato molti dei film sul generis (Hostel, Saw, mi pare definiti “torture porn”) mi sembra siano stirpe di una corrente di cui Lenzi, Deodato & company (che sopporto a stento) sono stati i precursori.

    Ieri sera ho visionato “Saint Ange”; anche in questa pellicola ho ravvisato, oltre ad un’ottima fotografia e curata ambientazione, una notevole perizia da parte di Laugier nell’uso della macchina da presa (perlomeno a quel che ne capisco). Sicuramente il film di differenzia moltissimo da”Martyrs” in quanto eretto su canoni volti ad evidenziare la “tensione psicologica”. Peccato che di tensione non ci sia nemmeno l’ombra, e che lo svolgimento risulti assai prolisso, tediando in maniera inaccettabile. Nel complesso l’ho trovato piuttosto pretenzioso; un conto è impostare un film di questo tipo cercando di conferire uno “Stile” elegante e “discreto”, un conto è riuscirci.
    A mio personale avviso Laugier ha “cannato” di brutto (mi si consenta l’espressione) mentre sul generis ha sicuramente fatto assai meglio Amenábar con “the Others”.

    A questo punto mi accingo a visionare l’ultimo tassello del new horror francese, ovvero “à l’interieur” di cui ho sentito parlare più che bene.

  7. Marco scrive:

    Mi permetto di dissentire a Plissken su “Frontier(s): se ricordo bene i protagonisti erano ragazzi che provenivano dalle Banlieu parigine dove nel 2005 mi pare scoppiò una rivolta molto violenta contro le varie istituzioni. Successivamente venivano catapultati in una vicenda simile a “Texas Chainsaw Massacre”, ovvero una famiglia dove il padre padrone aveva idee naziste e tutta la sua famiglia ne era succube e non si faceva problemi a torturare la gente proprio per arrivare al suo scopo di razza pura. Quindi questi ragazzi passano da una violenza odierna con precisi scopi ad una violenza, se vogliamo, che riguarda intenti che si riferiscono al passato ma che alla fin fine è la stessa, medesima violenza, ergo la razza umana è destinata a distruggersi a vicenda. Questo almeno è ciò che mi pare di ricordare dal film e quello che penso di aver inteso.
    Quindi io non trovo che la violenza sia gratuita ma giustificata.

    In “Martyrs” sono d’accordo con Albe che la violenza è il motore della sua narrazione, ma proprio per questo non mi è piaciuto. Sinceramente preferisco un torture porn senza cervello come “Hostel”, dove l’intento è solo uno, che horror con intenzioni alquanto dubbie.

  8. Plissken scrive:

    Si in effetti il “sunto” di “Frontier(s)” me l’ha riportato alla mente in quanto ne avevo un ricordo appannato. Ovviamente il fatto che non mi abbia colpito positivamente (gli preferisco senz’altro “Non aprite quella porta”) va ricondotto alla mia personale lettura del film: nulla da eccepire verso coloro che ne hanno avuto migliore impressione. A me i “torture porn” fini a se stessi non entusiasmano salvo qualche rara eccezione, ma è appunto una questione di gusti personali. Diciamo che preferisco horrors quali “Alta tensione” che puntano ad un coinvolgimento emotivo in virtù della vicenda più che agli effetti splatter (che in “Alta tensione” sono la parte che meno ho apprezzato).

    Sempre restando in tema di horror transalpino e di Banlieue parigine, non mi parve male il film “La Horde”: niente di trascendentale (zombie movie) ma da sufficienza.
    Un po’ meglio “Mutants” che, pur se in ambientazione diversa, riprende l’inflazionato tema “morti viventi” con uno sviluppo più “personale” da parte del regista.
    Tutt’altro che capolavori, ma per una leggiadra serata horror abbastanza indicati, in my opinion.

  9. Alberto Cassani scrive:

    “La horde” secondo me è abbastanza una vaccata. “A l’interieur” (ammesso che sia giusto definirlo un horror) ha dei momenti straordinari e altri che fan cadere le braccia, e direi che il finale è piuttosto brutto. “Mutants” e “Frontieres” invece non li ho visti. In genere, tra l’altro, io apprezzo molto poco i film con trame alla “Non aprite quella porta”, che raccontano di personaggi che si perdono e finiscono in mano ai violentissimi redneck del caso.

  10. Plissken scrive:

    Nemmeno io apprezzo molto i film sul genere, ma a “Non aprite quella porta” sono un po’ affezionato, in quanto lo considero l’archetipo del genere e Hooper è un regista che mi è simpatico. Nostalgia canaglia, he he …

    “La horde”, è una mezza vaccata si, ma per una (molto) spensierata serata con gli amici penso possa andare… non m’è parso peggio di “Saw” ad esempio, che uso un po’ come riferimento per gli horrors odierni, visto il successo che ha avuto. “Mutants” secondo la mia personale opinione è migliore (non che ci voglia molto eh…) e per certe scelte sia “stilistiche” che dello script gli darei un punto in più della sufficienza.

    Ho guardato “A’ l’interieur” e mi è parso di molto superiore ai sopraelencati: è bello tosto, ha in effetti parecchi difetti (condivido l’opinione sul finale), ha uno sviluppo piuttosto “classico” (in alcune parti sembra quasi un film anni ’80) e a volte ha un che di deja-vu ma val la pena vederlo solo per come sono state risolte alcune scene. Credo che un amante del genere non dovrebbe perderselo.

    P.S.: in che senso “ammesso che sia giusto definirlo un horror”?

  11. Alberto Cassani scrive:

    Secondo molti manuali di sceneggiatura, l’horror presenta una minaccia non proveniente dal mondo del protagonista (la faccio a spanne): può essere estranea ma razionale (un alieno) oppure un vero fenomeno irrazionale (un fantasma). Quando manca lo “scarto” tra il mondo del protagonista e l’origine della minaccia, come nel caso di un maniaco assassino, staremmo nel campo del thriller (ossia un giallo raccontato dal punto di vista della vittima). In realtà l’unica cosa che in questi casi distingue un horror da un thriller è la quantità di sangue finto (sempre a spanne): “A l’interieur” è un horror, “Inserzione pericolosa” un thriller.

    Il “Non aprite quella porta” di Hooper ha una forza che praticamente nessun epigono ha, e questo nonostante sia praticamente scevro da sequenze truculente (per lo meno nella VHS che ho io, se poi sia tagliata non so…). Anche quelli che se ne discostano notevolmente (“Non violentate Jennifer” e relativo remake) o quelli che hanno provenienze diverse (“Calvaire”) non hanno nulla che riesca a non rendere noiosa l’escalation di violenza (in realtà “Calvaire” ha molti estimatori, però).

    “La horde” è forse meglio di “Saw” proprio perché non si prende sul serio, ma secondo me non funziona né come horror né come semiparodia.

  12. Plissken scrive:

    Ah, capito ti ho. Beh, credo non sia semplicissimo in molti casi riuscire ad attuare una distinzione tra thriller ed horror, forse perché sovente gli elementi dell’uno sono talmente radicati nell’altro da divenirne parte integrante, un po’ quel che succede secondo me in “A’ l’interieur”, che non avrebbe la stessa forza senza il ricorso al grand guignol.

    Riguardo “non aprite quella porta” concordo pienamente, e il fatto che un film del genere riesca a spaventare anche senza ricorrere a scene sanguinolente la dice lunga sulla validità dello stesso e su come a volte non vedere sia peggio che vedere. Non condanno a priori l’uso del sangue nei film horror, ma ovviamente ciò diviene fastidioso quando nelle intenzioni dovrebbe sopperire a mancanze più gravi, divenendo fine a se stesso.

  13. Plissken scrive:

    Torno in tema horror, giusto per due chiacchiere, in quanto ho avuto modo di visionare “Dog soldiers”. Sinceramente mi aspettavo un film piuttosto diverso: mi sembra molto ma molto distante da “the descent” soprattutto per ciò che concerne il fine principale del film, ovvero “far paura”.

    E’ ravvisabile già dai primi minuti la stretta parentela nel soggetto con il capolavoro McTiernano “Predator”, di cui questo film sembra un po’ una variante “povera” (di molto superiore al film-remake di Antal comunque).
    Anche se da un punto di vista registico mi sembrano ravvisabili più cose positive e sia presente una discreta caratterizzazione dei personaggi, mi sembra che la pellicola alla fine di una lunga, lunga pista stenti a decollare:
    ho avuto un po’ per tutto il film una sensazione di deja vu, ed ero sempre avanti di un minuto allo stesso, cosa che ovviamente mi ha portato alle considerazioni inerenti la mancanza di suspance.

    Direi che è a livello di un onesto B-movie o poco più, non per colpa del regista ma di un insieme che ha sapore un po’ stantio.
    Il film potrebbe assurgere (sempre in my opinion) a ben più alta valenza se fosse stato girato in low budget: in tal caso potrei capire alcune lungaggini ed ingenuità di cui risentono soprattutto i dialoghi (forse dovute alla mancanza di risorse atte a risolvere in maniera diversa) e comprenderei il fatto che soggetto e sceneggiatura appaiano di sapore piuttosto “arcaico”, pur da non intendersi necessariamente in senso dispregiativo: per sviluppare certe idee, ci vogliono soldi: se non ci sono, ci si deve arrangiare un po’.

    Per CERTI versi il film mi ha ricordato un po’ “La casa” di Raimi (da qui il dubbio inerente l’eventuale basso budget) con riferimento all’ambientazione ed allo sviluppo giocato su personaggi in balia di uno spaventoso evento, ma non riesce ad avvicinarvisi nel creare tensione.
    Nonostante ciò, tutto sommato lo consiglierei: di carne al fuoco ce n’è (già bella e frullata…) e ci fosse un regista italiano capace di girare un film così in qualche italico bosco, gli farei un monumento seduta stante.

  14. Marco scrive:

    Penso che la natura low budget sia una delle cose che, insieme alla valida regia e allo script ben congengato, fanno di “Dog Soldiers” un buonissimo B-movie. Ma i pregi non sono finiti qui.

  15. Marco scrive:

    Innanzitutto un mio plauso a Laugier per non essersi venduto, come tutti i suoi conterranei quando approdano su suolo statunitense, ai soldi facili dell’industria U.S.A. ma che, quando è arrivato il suo turno, sia riuscito a tenere la sua idea di fare cinema che si porta dietro fin dal suo primo film.

    Detto questo posso anche essere d’accordo con la recensione di Albe, i difetti enunciati li ho riscontrati un pò anch’io, però bisogna anche tener conto di alcuni pregi presenti nel film: in primis la regia di Laugier è veramente molto valida, tiene il ritmo, non annoia e ci regala non poche belle soluzioni registiche e piani-sequenza ben girati; buono anche il reparto tecnico quale fotografia, scenografia (azzeccati i luoghi della British Columbia) e montaggio. Solo la musica ho trovato un pò anonima.

    Lo script ha la pecca non di essere brutto o mal scritto ma di non risultare tanto interessante a fine visione, lasciandoci con la domanda: “si ok, quindi???”. Con questo non voglio dire che non mi ha appassionato (anzi per tutto il film ho cercato di trovare varie soluzioni alla storia) ma alla fin fine non ti rimane più di quello che uno ha già assimilato nelle sue precedenti visioni di altri film che magari trattano lo stesso tema.
    Non sarei stato tanto duro come Albe ha scritto nel secondo capoverso.

    Quello che differenza questo film dagli altri è sicuramente i due twist a metà e alla fine (un pregio sicuramente è di capovolgere le carte in tavola facendo passare – SPOILER – la protagonista da buona, a cattiva ed infine ancora a buona) e i virtuosismi di camera del regista.
    La prova della Biel è discreta con qualche caduta nel melodrammatico.
    Ovviamente chi ha apprezzato la precedente opera di Laugier ne rimarrà estremamente deluso sul fronte splatter ma magari apprezzerà (in parte come me) questa “visionarità” che continua a portar avanti con interesse.

    P.S. Non ho ben capito se a Plissken gli sia piaciuto il film.

  16. Plissken scrive:

    Ciao Marco,

    non ho più avuto modo di vedere questo film e mi sono dedicato ad altre pellicole in quanto scoraggiato dalla recensione in rosso.
    Quello da te immesso è l’unico commento inerente “I bambini di Cold Rock” e quindi, fino ad ora, non avevo nemmeno avuto l’occasione di sentire altre opinioni. :-)

  17. Andrea scrive:

    Concordo con la recensione: film pretenzioso con colpi di scena puramente artificiosi (ergo la trama non sta in piedi neanche col puntello).

  18. Marco scrive:

    Ho rivisto “Martyrs” che condannai alla prima visione. Questa volta (anche leggendo le recensioni, tutte positive, sui siti di genere) posso essere in parte d’accordo col commento di Albe più sopra riguardo il succitato film e qualche lancia a sua favore la spezzo volentieri.
    E’ il tipico film che o lo ami o lo odi, non vi sono mezze misure. Personalmente non l’ho odiato ma, capendo l’intento di Laugier, non mi ha lasciato nulla nè fatto provare niente durante la visione (a parte qualche disgusto in alcune scene).
    Hal il pregio però, pur coi suoi evidenti difetti (ripresi da Albe nel suo commento), di trascinarti durante la visione senza stancare, ma anzi generando una morbosa voyeristica curiosità nello scoprire cosa succederà nelle scene seguenti.
    Non appassiona, sia chiaro, però la regia e le sue indovinate intuizioni riescono a renderlo non estenuante nonostante il ritmo lento della seconda parte.
    La prova attoriale, poi, fà il resto.
    E’ sicuramente un’altro tassello dello stato, buono, di salute del cinema di genere d’oltralpe.

  19. Alberto Cassani scrive:

    Credo che “Martyrs” abbia, agli occhi soprattutto dei non appassionati, soprattutto il difetto di non essere totalmente né carne né pesce: uno splatter violentissimo ma anche un film lento e profondo nelle intenzioni, e questo non è stato visto bene all’epoca dell’uscita. Ma credo che sia innegabile l’efficacia della sua componente violenta e la bravura di Laugier nel dirigerlo.

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