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“La rosa bianca” di Marc Rothemund

9 febbraio 2006 Recensioni 0 Commenti
Paola Cavallini, 9 Febbraio 2006: Lancinante
Istituto Luce, 28 Ottobre 2005

Monaco, 1943. Mentre la guerra di Hitler devasta l’Europa, un gruppo di coraggiosi giovani universitari decide di ribellarsi al nazismo e forma il movimento di resistenza chiamato la Rosa Bianca. Sophie Scholl è l’unica donna che si unisce al gruppo; una ragazza come tante, che matura in una combattente audace…


1943, Berlino. La Germania Nazista è ancora convinta di poter vincere la guerra nonostante tra il popolo, ed in particolare tra i giovani intellettuali, sia molto forte l’opposizione interna al Regime. Sophie Scholl, una giovane universitaria ventunenne, e suo fratello Hans fanno parte di un gruppo di ragazzi che combattono l’ideologia nazista con la non-violenza: “La Rosa Bianca”. Diffondono in tutta la città i loro volantini e sono, un po’ ingenuamente, convinti di poterla far franca. Una mattina Sophie, suo fratello ed il loro amico Christoph vengono portati nel quartier generale delle SS, e qui cominciano per loro i lunghi giorni degli interrogatori e della sempre più chiara strada che li porterà verso un’unica fine possibile: l’esecuzione.
All’inizio Sophie è convinta di poter essere rilasciata, di poter convincere il suo aguzzino che è completamente estranea a quello di cui è accusata, ma man mano che il film procede la ragazza si rende conto che il prezzo della sua salvezza consisterebbe nel rinnegare i propri ideali, e nel tradire chi le è più caro. E’ qui che decide di non negare più, di confessare, ma non solo, di sostenere proprio davanti alle SS, rappresentate da un mentecatto che non è nemmeno abbastanza cattivo per fare il Nazista, il suo punto di vista. Ed è quello che farà, fino all’istante della sua morte. L’accanimento del suo nemico fa si che ella si renda conto ancora di più del valore delle proprie idee.

La cosa più interessante di La Rosa Bianca – Sophie Scholl, è proprio il taglio di lettura ed interpretazione del Nazismo e dei suoi orrori che il regista ha scelto: non terribili campi di sterminio, nessuna tortura fisica, pochissime (e lontanissime) bombe, nessun cumulo di macerie. Solo – ma è senza dubbio sufficiente – l’orrore di un Regime disperato che teme un piccolo gruppo di universitari pacifisti tanto da arrivare ad ucciderli. La violenza che permea il film di Marc Rothemund non è fisica, visibile, diretta, ma al contrario suggerita, strisciante, quasi narrata in sogno; ed è ottima la sceneggiatura che potrebbe apparire ad uno sguardo superficiale forse un po’ pesante. In realtà, il continuo faccia a faccia tra la giovane e chi la interroga, ancorché a tratti un po’ teatrale, rende benissimo l’idea di un potere che sta crollando a pezzi e che in qualche modo se ne è reso perfettamente conto. Un film che sembra non avere la necessità di mostrare il sangue per raccontare l’orrore, ma soprattutto l’Uomo.

E nel film ci appaiono diversi tipi umani, tutti ben narrati, che ci mostrano che cosa possa la guerra causare nel cuore umano: la giovane idealista Sophie, disposta ad andare fino in fondo per i suoi ideali, non è però un’invasata che desidera il martirio, solo qualcuno che crede profondamente in un ideale ed ha il coraggio che serve a sostenerlo; suo fratello che la appoggia e condivide le sue scelte, ma che cerca più di una volta di addossarsi tutte le colpe per salvare almeno lei; il loro amico Christoph che è invece – umanamente comprensibile – disposto a rinnegare ciò che ha fatto pur di sopravvivere e continuare ad essere un padre per i propri figli; l’inquisitore tedesco, un poveraccio che non ha mai fatto una scelta di ideale, ma sarebbe anche disposto a rilasciare Sophie, se solo lei gliene desse l’occasione, agendo per una volta sola come lui ha fatto per tutta la vita.

Bellissima, su tutte, la scena del Processo-farsa, a dir poco kafkiana, nel quale un gruppo di magistrati-pagliacci condanna Sophie, Hans e Christoph a morte, in qualche modo ammettendo la loro pericolosità, dando rilievo alle loro figure ed alle loro idee. Lo strepitante Giudice vestito di rosso porpora, i suoi togati aiutanti, i graduati tedeschi che assistono al processo sono l’immagine di una Germania che sta crollando, e che ne è ben consapevole.

Ottima la realizzazione, a partire dalla sceneggiatura di Fred Breinersdorfer, per passare alla fotografia, alla scenografia ed alle singole interpretazioni, soprattutto quella di Julia Jentsch nella parte della giovane Sophie: riesce infatti a dare l’immagine di una ragazza come tante che ha vissuto in un momento storico complesso e terribile, e che ha scelto il coraggio, senza farne un’eroina da melodramma. Terribile e paradossalmente freddissima la scena finale dell’esecuzione, che non vi anticipo, non perché ne vada della lettura del film, ma solo perché merita di essere vista senza saperne assolutamente nulla.


Titolo: La rosa bianca – Sophie Scholl (Sophie Scholl)
Regia: Marc Rothemund
Sceneggiatura: Fred Breinersdorfer
Fotografia: Martin Langer
Interpreti: Julia Jentsch, Fabian Hinrichs, Gerald Alexander Held, Johanna Gastdorf, André Hennicke, Florian Stetter, Johannes Suhm, Maximilian Brückner, Jörg Hube, Petra Kelling, Franz Staber, Lilli Jung, Norbert Heckner
Nazionalità: Germania, 2005
Durata: 1h. 57′


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