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"Mein Führer" di Dani Levy

20 novembre 2007 Recensioni 0 Commenti
Emanuele Rauco, 20 Novembre 2007: Rischioso
Videa-CDE, 23 Novembre 2007

Adolf Grunbaum è un attore ebreo deportato in un lager che diventa di primaria importanza per il Reich quando viene richiesto da un Ministro come motivatore del Führer in vista del discorso a Berlino nel ’45. Come si comporterà la vittima, col suo carnefice? E cosa nasconde il piano del governo tedesco?


Tema annoso quasi quanto il cinema: fino a dove è possibile spingersi con la rappresentazione ironica delle tragedie? Quanto e come è lecito scherzare sui drammi del mondo? E su un dramma diventato ormai storico e collettivo come quello dell’Olocausto? Da Il grande dittatore di Chaplin fino a La vita è bella di Benigni, il tema ha appassionato spettatori e critici, e fatto infuriare pesanti polemiche. Ma stavolta la posta in gioco è un po’ più alta, perché Dani Levy – regista ebreo residente in Germania – decide di prendere di mira il simbolo assoluto del male nazista, Adolf Hitler, e di metterlo al centro di un film che lo irride e lo ridicolizza, rendendolo più umano e più miserabile. Coraggio o irresponsabilità?

Scritta dal regista (giunto qui al suo undicesimo lavoro cinematografico), Mein Führer è una commedia surreale dai tratti farseschi e grotteschi che miscela varie influenze – dal classico humour yiddish all’immediato Lubitsch, dai Monty Python fino ad arrivare alla situation comedy degli anni ’60 Gli eroi di Hogan – per raccontare una sorta di “vendetta” del popolo d’Israele verso il suo più spietato e folle avversario.

Quasi interamente chiuso nella sala principale del governo del Reich, dove Hitler e il “suo ebreo” costruiscono l’ultimo atto del dominio nazista, il film è fondamentalmente una satira dell’idiozia del governo nazionalsocialista, ripreso nel momento più difficile (cosa non nuova, da Sokurov a Hirschbiegel), quello in cui tutte le contraddizioni e le consapevoli follie insite nel delirio hitleriano divennero ancora più evidenti. Un film di paradossi, in sostanza, dove un ebreo diventa la chiave di successo del nazismo, dove Hitler ha smesso di credere ai propri ideali lasciandoli ai suoi ben più esaltati sottoposti, dove la volontà di potenza ha lasciato il posto alle reverenze (i continui saluti romani) e alla burocrazia (divertenti gli scambi a suon di moduli e documenti).

Levy, correndo un rischio di certo molto consapevole (e non peregrino, a guardare il grande successo riscontrato in Patria), analizza il lato umano del Führer, ne mette in scena le debolezze e ribalta i rapporti di forza tra carnefici e vittime, ma non umanizza il dittatore né lo comprende. Semplicemente – e con stile molto ebraico – lo demitizza, livellandolo al ridicolo e all’infimo della sua statura morale, riportandolo coi piedi a terra dove lo si può prendere a calci, invitandolo a dormire tra le proprie coperte (scena emblematica e ambigua), facendogli sentire il bisogno che la Germania ha del popolo d’Israele.

Con un incipit teso e ironico, Levy scrive un copione complesso, ricco di sottotesti e spunti di riflessione, forse però un po’ troppo ambizioso per la sua verve, che non sempre riesce a reggere il tono. Così come la regia, in cui il ritmo supplisce alla staticità della messinscena e l’ironia filtra nelle pieghe del racconto e dei ritratti. Ma soprattutto, il vero atout della pellicola è la recitazione di tutti gli interpreti, con ovvio occhio di riguardo ai protagonisti, il compianto ed eccellente Ulrich Mühe e Helge Schneider, che presta la sua maschera dolente alla tragica follia di un omino ridicolo. Assieme danno perfetta aderenza all’idea di recitazione come psicoanalisi, e di vita come recitazione, che è un po’ il fiume carsico che corre nel cinema di Levy, e che gli dà la possibilità di comunicare con una certa freschezza anche con il pubblico non vicino allo humour ebraico.


Titolo: Mein Führer – La veramente vera verità su Adolf Hitler (Mein Führer – Die wirklich wahrste Wahrheit über Adolf Hitler)
Regia: Dani Levy
Sceneggiatura: Dani Levy
Fotografia: Carl-Friedrich Koschnick, Carsten Thiele
Interpreti: Helge Schneider, Ulrich Mühe, Sylvester Groth, Adriana Altaras, Stefan Kurt, Ulrich Noethen, Lambert Hamel
Nazionalità: Germania, 2007
Durata: 1h. 35′


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