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"PerdutoAmor" di Franco Battiato

7 giugno 2003 Recensioni 0 Commenti
PerdutoAmor

Warner, 16 Maggio 2003 – Confuso

Un ragazzo cresce fra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60. L’infanzia in Sicilia, divisa fra la gioia di vivere e gli insegnamenti di un colto aristocratico del paese. L’adolescenza a Milano, in contatto con il mondo della musica e con un gruppo esoterico, ma con il sogno di diventare scrittore…


Una scenaEsordio alla regia di Franco Battiato, PerdutoAmor è un film impossibile da riassumere. Le vicende si snodano in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’50 fino al 1968, tra la Sicilia e Milano. Protagonista, un ragazzo appassionato di musica, che possiamo seguire nella sua crescita, dall’infanzia fino ai vent’anni: difficilissimo dire qualcosa in più di una trama che sembra inesistente. PerdutoAmor probabilmente ambisce ad essere un ritratto di artista da giovane; e non è difficile immaginare quanto della vita e delle esperienze personali di Battiato vi sia raccontato.

Corrado FortunaNella prima parte vediamo infatti il protagonista – Ettore Corvaja – bambino nella Sicilia degli anni ’50; e qui Battiato ci stupisce, offrendoci un’immagine insolita delle donne meridionali del tempo. Figlio (e nipote) di una sarta rinomata, Ettore vive in un tranquillo ambiente piccolo-borghese nel quale la presenza femminile prevale senza incertezze. Le donne si dimostrano inaspettatamente dinamiche e attive: autonome dai mariti, sanno conquistarsi l’indipendenza economica e soprattutto gestiscono la vita quotidiana con assoluta libertà.
È in questa prima parte del film che Battiato riesce ad inanellare alcune sequenze di grande suggestione, con le quali sembra voler rappresentare ciò che è inesplicabile: quell’infinito universo di sottili sensazioni, di intime suggestioni, che colpiscono l’animo dell’artista nella sua osservazione del quotidiano, e che contribuiscono a formare la sua sensibilità. Il passaggio di un transatlantico di fronte alla costa (evidente l’omaggio al Rex evocato da Fellini in Amarcord), l’incanto della natura, ma anche una semplice festa in maschera – o una lezione di cucito – sono tutti episodi di cui l’artista bambino sa cogliere (forse ancora inconsciamente) il significato che agli altri resta nascosto, e che sedimentano nel suo animo come humus prezioso.

Nicole GrimaudoPurtroppo però tutto questo si perde in un grande mare di immagini ed episodi diversi. Battiato sembra voler mettere troppa “carne al fuoco”: il ritratto della Sicilia anni ’50, incurabilmente fatalistica e chiusa alla modernità, ma allo stesso tempo terra magica ed iniziatica; il ritratto di una coppia in crisi (i genitori di Ettore), che riesce a trovare un proprio (inspiegato) equilibrio, alcuni personaggi “bizzarri”: tutto viene amalgamato in un racconto non sempre coerente e spesso confuso, che lascia lo spettatore interdetto, con una sgradevole sensazione di estraneità al film.

Donatella FinocchiaroLa storia di Ettore prosegue con le sue esperienze di adolescente: il primo amore, la formazione culturale. Fanno la loro comparsa due “maestri di vita”: un caustico professore di filosofia ed un indolente nobiluomo marxista. La sceneggiatura (scritta da Battiato insieme a Manlio Sgalambro) diviene però quanto mai oscura, e cede senza più resistenze alla tentazione (fino a quel punto faticosamente dominata) di una concettualizzazione estrema, di una rappresentazione puramente astratta, che raggela lo spettatore per la sua staticità. Staticità che si rispecchia perfettamente nell’organizzazione dello spazio scenico adottata dal regista, che coordina i movimenti degli attori in modo tale da creare un’impressione di fastidiosa rigidità, e di artificiosità della messa in scena.

L’ultima parte del film si svolge a Milano, dove Ettore approda per realizzare le sue ambizioni di musicista. In un mondo diverso, in cui la contestazione sessantottina domina la scena, una nuova esperienza lo attende: l’esoterismo e la filosofia tantrica. E così finalmente, istruito sulle pratiche di meditazione e di introspezione orientali, arrabattandosi tra impieghi precari ed esibizioni di incerto successo, Ettore arriva ad affermare il suo talento d’artista, ma, sorprendentemente, non nel settore musicale. Il film si chiude con le parole dello stesso Sgalambro, che ribadisce quello che tanti artisti siciliani ci hanno già raccontato: la fuga di Ettore è solo illusoria, la Sicilia prima o poi rivendica sempre per sé i suoi figli.

Gabriele Ferzetti e il regista Franco BattiatoPer tutta la sua durata, PerdutoAmor è un lungo omaggio alla musica leggera italiana. Ovviamente Battiato sa scegliere in modo sapiente le canzoni più significative di ogni periodo, e sa amalgamarle bene con le immagini che scorrono sullo schermo. Lunghissima è poi la serie di comparsate che vedono come protagonisti alcuni dei più significativi esponenti della musica d’autore italiana di oggi e di ieri. L’esordio di Battiato alla regia però non risulta affatto convincente. Anche se alcuni intuizioni sono sicuramente affascinanti (molto bello, ad esempio, nella prima parte dell’opera è il trascolorare frequente dal giorno alla notte), il regista si dimentica troppo presto che un film dev’essere prima di tutto un racconto per immagini. In particolare un film come questo, che non vuole narrare una storia, ma ambisce a rappresentare la complessa crescita di un animo umano.

Si tratta di un’opera colta, raffinata, ricchissima di suggestioni intellettuali, in cui Sgalambro e Battiato hanno riversato molto del loro mondo poetico. Peccato però che il risultato sia così freddo: domina il cervello, ma sono state dimenticate le emozioni.


La locandinaTitolo: PerdutoAmor
Regia: Franco Battiato
Sceneggiatura: Franco Battiato, Manlio Sgalambro
Fotografia: Marco Pontecorvo
Interpreti: Corrado Fortuna, Donatella Finocchiaro, Gabriele Ferzetti, Ninni Bruschetta, Tiziana Lodato, Nicole Grimaudo, Anna Maria Gherardi, Lucia Sardo, Manlio Sgalambro, Rada Rassimov, Francesco De Gregori, Giovanni Lindo Ferretti
Nazionalità: Italia, 2003
Durata: 1h. 27′


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