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Mattia Matteucci, 14 Ottobre 2002: Maturo |
Buena
Vista, 17 Ottobre 2002
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Signs
di M. Night Shyamalan
"Signs"
è l'ultimo film di M. Night Shyamalan, dopo "Il
sesto senso" e "Unbreakable".
E' un film che permette di fare un punto della situazione su come si
sia evoluto questo regista e dove sia arrivato il suo cinema. Proviamo
a capire e cercare di analizzare quale sia il suo stile registico-narrativo.
Il
primo punto fondamentale di questo film è la struttura narrativa,
e quindi come questa stessa narrazione viene costruita. Questo diverso
modo di approcciarsi ad un tema e allo sviluppo di un soggetto resta
la cosa più positiva del film, soprattutto se consideriamo che
su questo sviluppo si costruiscono non solo le sequenze del film, ma
ciò che le immagini devono raccontare.
"Signs"
si riferisce ai quei segnali tangibili che l'uomo trova sulla terra
e che attribuisce, per un'incapacità di spiegazione, a forme
di vita extraterrestri, e infatti il tema del film è, o sembrerebbe
essere, la possibilità di un'invasione o di un contatto alieno.
Con lo svilupparsi del film questo tema si farà sempre più
pressante e darà sempre meno spazio alla possibile interpretazione
razionale dell'uomo. Gli alieni ci sono. E si vedono. Ma questo è
soltanto una piccola caratteristica dell'intero film, che invece è
molto più complesso e architettato.
La verità è che il film sposta quello che dovrebbe essere
il tema narrativo portante in secondo piano. Quello che emerge e quello
su cui ruota tutto il film è il dramma esistenziale di un uomo,
un pastore, un prete, che, dopo la morte improvvisa della moglie perde
la fede. L'invasione degli alieni è soltanto l'elemento che metterà
un uomo e il suo dramma in relazione ad una situazione estrema, da tutti
considerata l'Apocalisse. Un uomo senza fede e la possibile fine del
mondo in un piccolo paese della profonda America rurale (per la precisione
Bucks, quaranta miglia da Philadelphia, come recita l'unica didascalia
del film).
Nelle
inquadrature iniziali viene mostrato il dettaglio di una fotografia
di famiglia appoggiata sul comodino, che mostra Mel Gibson vestito da
prete accanto a sua moglie e ai suoi due figli. In questa inquadratura
si capisce molto. Nulla è lasciato al caso e la foto ha un preciso
e voluto significato: suggerire. Si possono capire subito quali siano
le motivazioni e le scelte di un inizio di questo genere. Il particolare
dell'abito da prete e la moglie sono i punti d'attenzione dello sguardo.
Il viso di Mel Gibson (Graham Hess) compare in campo coprendo la visuale
della fotografia dopo essersi svegliato di soprassalto. Seguono delle
inquadrature silenziose dove Gibson si muove per le stanze della casa.
Queste inquadrature di collegamento confermano l'immediato suggerimento
della fotografia. È una casa vuota, dove qualcosa manca. Improvvisamente
delle urla fuori campo, in lontananza, rivelano la presenza dei bambini.
Siamo subito di fronte ad un tessuto segreto e allusivo.
Tre elementi. La foto, le urla di conferma, Mel Gibson solo in casa.
All'appello manca la madre e, scopriamo poco dopo, anche il vestito
da prete (e il crocefisso nella stanza di cui è rimasta l'impronta
segnata sul muro), e con esso la Fede. È questo soltanto un piccolo
esempio che dura visivamente pochi secondi e meno di una decina di inquadrature,
ma da cui è già possibile intuire la diversità
del film. Un film ricco di livelli in cui lo sviluppo narrativo generale
e lo sviluppo dei diversi temi procederà per intersezione e alternanza:
da una parte gli alieni e la loro inspiegabile e misteriosa improvvisa
invasione, e dall'altra il procedere e lo disvelarsi del dramma umano.
La prima parte del film è ricca di indizi. Di continui rimandi.
Gli alieni sono una possibilità remota, equivocabile e interpretabile.
Non vengono mai mostrati e questo trucco narrativo permette al film,
alla sua struttura narrativa, di creare un'attesa. Ne deriva una suspense
arricchita da timidi indizi visivi che però lasciano sempre aperta
ogni possibile interpretazione o dubbio, almeno fino ad un certo punto
del film.
La
caratteristica principale che si è andata formando in questo
regista è una caratteristica che troviamo spesso nel cinema d'autore
americano. Si tratta di quella tendenza che permette al film di costruirsi
sull'eliminazione e la sottrazione della visione diretta degli elementi
narrativi sui cui ruota tutto il film. Gli alieni non si vedono. Si
sentono, si crede di vederli. Sono un suono, i canneti mossi dal loro
passaggio, il terrore dei cani da guardia.
Questa spada di Damocle costituita da un'attesa continuamente disattesa,
se da una parte soddisfa il nostro senso di non voler vedere rappresentato
ciò che non si conosce, dall'altra porta a credere che il film
sia strutturato interamente sul colpo di scena finale. Colpo di scena
che porterebbe in sé la reinterpretazione di ciò che è
stato visto al livello di "ciò che credete di aver visto".
Ma non è il caso di questo film. Anzi è tutto il contrario.
Se tra "Il Sesto Senso" e "Unbreakable"
possiamo trovare analogie narrative e di ricerca registica, non si può
non constatare che con questo terzo film certe modalità siano
cambiate.
L'effetto a sorpresa del finale si è andato nel tempo a spostare
sempre di più verso la fine dei film, fino a sparire; e appunto
in "Signs" non esiste. In questo senso il film assume una
forma più aperta. E' quindi sicuramente un film più maturo
e ricercato, con intenti di ampio e maggior respiro e lo stesso soggetto
si distende su tutta la durata del film. Shyamalan si incentra maggiormente
su un racconto lineare che ha un suo inizio, uno suo svolgimento, nessun
improvviso cambio di prospettiva, una fine.
Il
film comunque ha i suoi pregi e i suoi difetti. Da una parte è
apprezzabile questa volontà di affrontare e scrivere un soggetto
che non si esaurisca nell'effetto, dall'altro Shyamalan ha perso molta
della sua incisività e ricercatezza visiva. Il piacere della
visione viene epurato di molti orpelli virtuosistici che spesso potevano
risultare esagerati e eccessivamente ricercati, tanto da risultare inutili,
ma è anche vero che la regia spesso si stabilizza su scelte decisamente
accademiche e prevedibili, in particolare nelle scene di dialogo. E'
proprio quando il dialogo, e quindi l'importanza empatica della storia,
prende il sopravvento che il film non riesce ad essere efficace, utilizzando
uno stile molto asciutto e meno ricercato, anche se probabilmente più
maturo.
La
prima parte, è stato detto, è costruita sulla mancante
certezza della presenza degli alieni. Il film suggerisce senza mai dare
certezze. La scoperta dei segni nel campo di pannocchie dell'ex pastore
Mel Gibson, vengono quasi dimenticati. Il film si incentra sulla famiglia,
sulle relazione con il fratello e i figli, sul dramma personale della
mancanza della moglie e della perdita della Fede, mentre il sottofondo
narrativo della presenza aliena in un certo senso catalizza lo scorrere
degli eventi.
La
mitologia che si costruisce intorno all'arrivo e alla comparsa degli
alieni è interamente affidata, almeno inizialmente, al medium
televisivo. La televisione commenta, attraverso il suo schermo, ciò
che sta avvenendo fuori nel mondo. E' l'unica vera finestra sulla realtà
esterna, perché da un certo punto in avanti il film si sviluppa
principalmente in interni. Questa scelta porta subito alla memoria un
film come "Zombi" di George Romero, dove in televisione si
svolgevano accesi dibattiti, e grazie alla quale si poteva delegare
la narrazione di parte di ciò che stava accadendo nella storia
del film senza dover ricorrere ai dialoghi. Ma a Romero e in particolare
a "La notte dei morti viventi" pensiamo soprattutto nelle
ultime sequenze di "Signs", quando la calma apparente, l'attesa
silenziosa, si trasforma in azione con l'improvviso attacco degli alieni
alla casa dove si sono barricati i protagonisti.
Anche in "Signs" quindi la televisione dà ritmo al
film. Scandisce i momenti della narrazione. E', infatti, attraverso
questa che si assiste all'invasione: una serie di luci misteriose restano
immobili nel cielo di Città del Messico, la città più
grande del mondo, mentre un alieno è ripreso e quindi reso visibile
attraverso riprese amatoriali trasmesse al telegiornale. E' la prima
apparizione reale. La seconda e ultima sarà appunto un incontro
ravvicinato nel finale del film.
Questo particolare narrativo imperniato sull'utilizzo del medium televisivo
ha un suo corrispettivo anche nella costruzione visiva. La televisione
diventa un elemento catalizzatore a cui i personaggi si rivolgono per
ascoltare e vedere ciò che succede nel mondo. Ma rimane sempre
un 'vedere' dei personaggi. Sono pochi, infatti, gli indizi visivi dedicati
allo spettatore del film. La macchina da presa, quindi, sia negli interni
che negli esterni occupa spesso posizioni fisicamente marginali. Spesso
è al posto di una porta o di una finestra, al limite del canneto
che circonda la casa e che divide il visibile dall'invisibile, nei punti
di passaggio e di confine o, come nel caso del televisore, è
il punto che accentra tutti gli sguardi. Sono poche le inquadrature
che potrebbero essere considerate soggettive proprie dei personaggi.
E' raro che venga mostrato ciò che i personaggi vedono, perché
l'esperienza diretta è tenuta volontariamente nell'ellissi.
La
tensione quindi si struttura particolarmente attraverso due modalità
differenti. Abbiamo a che fare con un doppio registro di costruzione
drammatica: da una parte il prolungamento di determinate inquadrature
e l'ambigua posizione della macchina da presa, che delega al fuoricampo
il luogo dove la tensione si concretizza, dall'altro l'utilizzo dell'ellissi
visiva nei momenti di maggiore azione. Sono sostanzialmente le due componenti
fondamentali del cinema, il visivo e il sonoro e il loro uso narrativo,
a costruire il film. La tensione visiva è il risultato di un
continuo rimando in avanti di un qualcosa che potrebbe succedere ma
che non avviene. Una sensazione di non detto e d'invisibile, ma anche
di ansiosa imminenza, percorre tutto il film.
E' questo tipo di tensione visiva che viene costruita attraverso l'ambiguità
interpretativa di alcune inquadrature. La macchina da presa occupa spesso
posizioni difficili da interpretare: vediamo i personaggi che guardano,
ma che non scorgono, che non capiscono, che si sentono osservati. Anche
quando viene usata una semi-soggettiva quello che ci viene mostrato
è sempre una mancanza, una non-presenza. A questa mancanza si
aggiunge il controcampo da interpretare con il viso dell'attore. Spesso
Shyamalan indugia su queste ultime inquadrature, e questo indugiare
permette uno slittamento, seppure momentaneo e mai confermato, di interpretazione.
Infatti il prolungamento della durata di un'inquadratura di questo genere
sposta l'oggettività stessa di un possibile controcampo in una
probabile e ambigua soggettiva di un qualcosa di sconosciuto e di cui
non si può confermare la presenza, ma che permette allo stesso
fuoricampo di vivere di una concretezza fisica e reale. Il personaggio
quindi viene inquadrato e guarda diretto verso di noi e, attraverso
questo espediente, dietro di noi, verso ciò che sta dietro alla
macchina da presa. Si ha la sensazione che ci sia sempre un qualcosa
di più che noi non possiamo vedere, ma soltanto percepire. Qualcosa
è sempre sul punto di accadere. La tensione si accumula intorno
all'attore, il fuoricampo preme con il suo aumento di concretezza pronto
ad esplodere nell'in-campo in una rivelazione visiva. Ma è soltanto
un espediente costantemente rimandato.
Il fuoricampo assume un ruolo di maggiore rilievo nel momento preciso
dell'azione. Se il film si costruisce di continui accumuli drammatici
disattesi, la parte finale del film richiede una soluzione effettiva
dove le tensioni stesse vengono lentamente dissolte.
Seguendo sempre il dettame del tenere nascosto ciò che è
difficile rappresentare, preferendo sempre l'elusione, Shyamalan costruisce
le ultime scene, prima dello scontro ravvicinato con l'alieno, in maniera
esemplare.
Dopo
essersi barricati in casa con finestre e porte sprangate, scende la
notte. La notte dell'attacco degli alieni. Da qui in poi, fino a prima
dell'ultima sequenza, il film si costruisce principalmente con il sonoro.
L'udito è il senso coinvolto maggiormente anche se comunque supportato
dal visivo. Assistiamo, infatti, all'arrivo degli alieni attraverso
indizi sonori. Innanzi tutto il walkie-talkie che riesce ad intercettare
le comunicazioni incomprensibili degli alieni, assieme ad una serie
di scariche statiche si riesce a distinguere distintamente un qualche
tipo di linguaggio. Le distanze tra gli alieni e la casa diminuiscono
progressivamente: subito dopo si sentono i guaiti del cane da guardia
che viene attaccato e ucciso. La macchina da presa è all'interno
della casa e si muove in avanti verso la parete, nella direzione della
fonte sonora. Mano a mano che gli alieni si avvicinano alla casa e passano
davanti alle finestre sotto il porticato, la macchina da presa si sposta
con lo spostarsi del sonoro. E' un leggero movimento all'interno di
un'inquadratura. Si vorrebbe vedere, ma le pareti della casa impediscono
la visuale, potrebbe essere buio e come se lo fosse, ma il visivo in
questo caso suggerisce ancora di più quanto sia il sonoro stesso
l'elemento narrativo portante di questa fase del film: cerca di inquadrare,
di visualizzare, una cosa che si può solo sentire.
Gli
alieni attaccano, improvvisamente, senza una ragione precisa. La tensione
del film aumenta al massimo catalizzata dall'incomprensione stessa delle
motivazioni di questo attacco.
Attraverso il sonoro sentiamo i tentavi inesorabili degli alieni di
trovare una via d'accesso. Dopo aver provato a forzare le porte e le
finestre, salgono sul tetto ed entrano dal piano superiore. Il sonoro
fuoricampo aumenta sempre di più, mentre i protagonisti immobili
sembrano attendere impotenti la loro fine. Joaquin Phoenix, che qui
interpreta il fratello minore di Mel Gibson, accanto alle scale che
conducono al piano superiore si sposta per guardare di sopra; la macchina
da presa inquadra e stringe sulla botola della soffitta, unica apertura
verso l'esterno dimenticata di essere sprangata. Sembra l'inevitabile
fine del film. Anche perché è in questo momento che Gibson
racconta ai suoi bambini un aneddoto sulla loro nascita come se volesse
per sempre salutarli. È un efficace trucco di sceneggiatura.
Le musiche di James Newton Howard aumentano drammaticamente quando d'improvviso
Graham Hess decide di trascinare tutti in cantina, ultimo luogo disponibile
per potersi salvare. Gli alieni sono ormai entrati in casa.
È
proprio la sequenza della cantina che riassume esplicativamente l'uso
del fuoricampo nelle scene d'azione. Innanzi tutto l'unica fonte di
luce, la lampadina, viene accidentalmente rotta da Joaquin Phoenix.
La scena si svolge interamente nell'oscurità. Il quadro è
totalmente buio. Un fuoricampo nel campo. Dentro a questo rettangolo
nero sono le due torce elettriche a disposizione, che con i loro cerchi
di luce costruiscono la regia. Ovviamente ci sono stacchi e molti punti
macchina, ma sono soltanto i fasci di luce che ci permettono realmente
di vedere, di dividere il fuoricampo da ciò che è in campo.
Questa regia dentro la regia è perfettamente assicurata dall'efficacia
della fotografia di Tak Fujimoto. Il buio è un buio estremamente
denso, dentro al quale è impossibile scorgere qualsiasi cosa.
E questa è una cosa abbastanza rara nel cinema, dove spesso invece
nelle scene notturne o di oscurità, secondo una necessità
narrativa, ci è sempre permesso di vedere e di scorgere qualcosa.
Shyamalan trova un espediente narrativo abbastanza efficace (le torce)
che gli permette quindi di costruire l'azione in un buio reale e concreto
per sottolineare in maniera ancora maggiore sia un momento di tensione
sia l'utilizzo preciso che fa del fuoricampo.
E' dunque questa scelta narrativa che permette di delegare al sonoro
il ruolo principale. Nella foga per liberare il figlio dalla presa di
una mano aliena infilatasi attraverso una grata, le torce cadono per
terra rotolando ai piedi della figlia, l'unica rimasta esclusa dall'azione.
La macchina da presa diventa quindi la soggettiva della torcia inquadrandole
soltanto le gambe con un angolazione molto accentuata. L'azione si svolge
fuori campo ed è solo il suono a comunicarci indistintamente
ciò che sta avvenendo nella lotta. Sarà poi la stessa
figlia che, impugnata la torcia, ci permetterà di vedere l'esito
dello scontro. Davanti alla grata dove si trovava il bambino ora vediamo
Joaquin Phoenix appoggiato ad un cumulo di sacchi di grano posizionati
come barriera. Mel Gibson e il figlio però sono assenti. Se la
bambina inquadra con il fascio di luce lo zio, Phoenix, con l'altra
torcia, inquadrerà a sua volta Mel Gibson e il figlio abbracciati
assieme appoggiati ad una colonna. Finita l'azione ecco il visivo che
riprende il suo sopravvento. Le torce non si limitano più a ritagliarsi
uno spazio nel buio ma diffondono la luce in maniera più estesa,
e sulla linea immaginaria dei loro fasci si muove il montaggio delle
inquadrature.
La
sequenza finale del film è quella dell'incontro ravvicinato con
un alieno. Nonostante tutte le capacità e le attenzioni della
costruzione visiva fino a qua mostrate, molti degli elogiabili presupposti
registici, per ovvie ragioni narrative, vengono a mancare. E' infatti
impossibile non mostrare, e quindi giocare sul non visto e sul sentito,
uno scontro ravvicinato con un alieno. Seppure Shyamalan cerchi in tutti
i modi di celare visivamente questa presenza attraverso i riflessi sul
televisore spento, posizionando l'alieno in controluce di fronte alla
finestra e cercando di tenere in campo il più possibile i diversi
membri della famiglia. Quest'ultima sequenza dimostra tutta la sua dipendenza
al contesto narrativo della storia. In questo senso si capisce quanto
questa scelta finale sia tutta letteraria e abbastanza inconciliabile
con le modalità con cui il film ci è stato fino ad ora
presentato, ed è per questo che tutti i tentavi visivi di questa
sequenza di mantenere una coerenza stilistica sono abbastanza stridenti.
Shyamalan cerca in tutti i modi di tenere nascosto un qualcosa che narrativamente
non si può più davvero eludere, ma che forse non avremmo
voluto vedere. Le inquadrature e il montaggio procedono a singhiozzi
restituendo una forte sensazione di disequilibrio e non omogeneità
proprio perché ruotano intorno al centro dell'attenzione, cercando
un modo plausibile per celare ciò che ormai la sceneggiatura
impone di vedere. Per la prima volta nel film la narrazione, sempre
compatta e giocata tanto sulla storia quanto sulla regia mediante un'alleanza
tematica e di comune sviluppo, si divide e contrappone nei suoi elementi
rappresentativi. Questo perché la regia cerca di mantenere la
sua modalità elusiva in un momento in cui la sceneggiatura tenta
di chiudere in una maniera plausibile il film, restituendo un senso
ultimo e quindi finalizzato al recupero della Fede, fino ad ora rifiutata.
E' pur vero che ci troviamo negli ultimi secondi del film, ma non si
può non notare, con un poco di disappunto, che Shyamalan pretenda
di chiudere, in maniera del tutto affrettata e non necessaria, un film
che aveva mantenuto, seppur nella sua evidente impostazione narrativa,
una forma piacevolmente aperta.
"Signs"
resta comunque un film di indubitabile piacere per le molte implicazioni
di carattere cinematografico che vengono messe in gioco, seppure lo
stile del film sia molto asciutto e poco ricercato visivamente. Le scelte
registiche si rifanno spesso ad un linguaggio usato e conosciuto e a
volte risultano oltremodo prolungate nel tempo, anche se le implicazioni
che costruiscono il film nella sua durata generale sono efficaci e importanti.
Shyamalan scrive, pensa e gira i suoi film e la volontà di costruire
un film in maniera compatta e coerente su tutti i fronti rimane comunque
l'intento più apprezzabile e godibile. Non si può negare
di trovarsi infine di fronte ad un nuovo Autore le cui capacità
e potenzialità ci sono ormai state ampiamente dimostrate.
Percorsi
tematici
Lady
in the Water - di M. Night Shyamalan; con Paul Giamatti, Bryce
Dallas Howard.
Il Sesto Senso
- di M. Night Shyamalan;
con Bruce Willis, Haley Joel Osment.
Unbreakable - di M. Night Shyamalan;
con Bruce Willis, Samuel L. Jackson.
The Village - di M. Night Shyamalan; con
Bryce Dallas Howard, William Hurt, Joaquin Phoenix.
Titolo:
Signs (Id.)
Regia:
M. Night Shyamalan
Sceneggiatura:
M. Night Shyamalan
Fotografia:
Tak Fujimoto
Interpreti:
Mel Gibson, Joaquin Phoenix,
Rory Culkin, Abigail Breslin, Cherry Jones, M. Night Shyamalan, Lanny
Flaherty, Patricia Kalember, Marion McCorry, Merritt Wever, Michael
Showalter, Ted Sutton, Kevin Pires, Clifford David, Ukee Washington,
Rhonda Overby, Greg Wood, Paul Nolan, Babita Hariani
Nazionalità:
USA, 2002
Durata:
1h. 46'
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