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Soundtrack: "Biancaneve e il cacciatore" di James Newton Howard

7 gennaio 2013 Soundtrack 0 Commenti
Biancaneve e il Cacciatore

Roberto Pugliese, in collaborazione con Colonne Sonore* * * *

Comporre le musiche di un fantasy moderno è particolarmente difficile, perché è difficile non farsi cannibalizzare dalla musica impetuosa che caratterizza tante pellicole di questo genere. James Newton Howard c’è riuscito con una musica sospesa fra tradizione e contemporaneità…


Non c’è modo di sfuggire al problema principale che il megagenere contemporaneo chiamato “fantasy” pone ai compositori, cioè quello di come non sprofondare nel più generico e confondibile “rumble” e provare viceversa a elevarsi con partiture che possano in qualche modo aspirare a una permanenza un po’ più stabile nell’immaginario collettivo. A tale scopo servono – inutile rimarcarlo – musicisti di vaglia, di prima fila (lo Shore di Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato è l’esempio forse in questi giorni più lucente), che si pongano dinanzi alle trappole sonore del genere con astuzia e personalità. James Newton Howard rappresenta in tal senso una garanzia di qualità essendo, tra gli esponenti della generazione post-williams-goldsmithiana, quello con le radici forse più solide e profonde nella concezione classica, sinfonica della soundtrack. Gli apparati sonori evocati per questa particolare rivisitazione della fiaba dei Grimm si situano, non a caso, in quella dimensione “atemporale”, sospesa fra tradizione e contemporaneità, di cui parla anche il regista Rupert Sanders nelle sue note di copertina. E la chiave di molti di questi score si trova proprio qui, in questa “terra di mezzo” dell’orchestrazione, fra un sinfonismo colossale e schiacciante, corrusco, ma spesso raccolto in amplissime e struggenti oasi solistiche (il violoncello e il quartetto d’archi, nella fattispecie) e un trattamento del suono composito e stratificato, cui le tecnologie contribuiscono più in sede di sottolineatura o amplificazione dei dettagli che di pura e semplice “sostituzione” dell’acustico con l’elettronico.
Poi è ovviamente di notevole supporto la capacità di evocare Leitmotiv che si imprimano nella memoria e nelle emozioni: quello principale, qui, alzato con nobile, luminosa solennità dal corno in “Snow White” e più volte ripreso nello sviluppo, appartiene alla più aurea e altolocata tradizione del tematismo tradizionale hollywoodiano, di cui condivide la vastità del respiro e la meditatività del fraseggio. In realtà tutta questa partitura respira attraverso una profondità, una concentrazione e un’andatura molto severe, espresse con una dinamica spesso molto contenuta, compressa (a differenza di quanto ad esempio Howard ottiene nei quasi simultanei The Bourne Legacy o Hunger Games), nella quale raramente c’è posto per esibizionismi aggressivi: anche se, per fare un esempio al contrario, l’urlo degli ottoni e il montare del crescendo in “I’ll take your throne” non possono lasciare indifferenti. E tuttavia il segreto del 61enne maestro californiano sembra risiedere più in opzioni sommesse e sospese in un mistero indecifrabile, come i nitidi, vitrei flautandi dei violini di “Something for what ails you”, che include anche uno degli ardenti assoli di violoncello di Maya Beiser. L’incantatorio, dolente, schubertiano quartetto d’archi che apre e si dilata con straordinaria intensità e calibratura di colori in “You failed me Finn”, preludiando a una riesposizione del tema di Biancaneve nei celli, è in tal senso forse la pagina più alta dell’intero lavoro; e il colore malinconico, introspettivo caratteristico del violoncello diviene tratto psicologico e stilistico di molte pagine anche drammatiche (“Journey to Fenland”, “Fenland in flames”), a testimoniare che l’approccio di Howard è più intimista che energico, più crepuscolare (in linea anche con la rivisitazione tutta particolare, psicologica e anticonvenzionale, che il film opera nei confronti dei mitologemi favolistici) che assertivo od ottimistico. Il finale di “Fenland in flames”, in particolare, dove sinistri effetti al synt sostengono gli interventi spettrali, filiformi del cello, dimostra bene il doppio passo e la doppia anima dello score.

Interessanti sono anche che le pagine di azione, dove Howard non fa sconti a nessuno in termini di violenza al calor bianco (assecondato dalla direzione d’orchestra muscolare e imperiosa di Pete Anthony) si fondino essenzialmente su un’ancestralità ritmica selvaggia (“Escape from the tower”, “White Hart”), galoppante su percussioni furiose, ma trafitta da dissonanze acute dei legni e degli archi, e spesso bruscamente troncata in pedali filiformi e flautati. In queste circostanze, e in particolare attraverso il trattamento orchestrale del musicista, emergono le pulsioni di modernità e le spregiudicate tecniche tipiche della sua strumentazione (“I remember that trick”), sempre pronta ad alternare masse sonore immense (puntuale l’uso minaccioso e rinforzante del coro di tenori e soprani delle London Voices) con repentini squarci solistici e cameristici in cui è condotto a inserirsi, affidato magari al suono solitario dell’oboe o del fagotto, il Leitmotiv principale… Ma se insistiamo sulla qualità e intensità del fraseggio e sulla declinazione esplicita di un panorama tonale mesto e intriso di pietas è perché l’insieme complessivo (archi, legni, arpa, liquidi e parchissimi effetti elettronici, la voce celestiale di Clara Sanabras) riescono a volte a fondersi (“Death favors no man”) con una coerenza poetica irresistibile, nella quale l’emersione del tema di Biancaneve acquista una perentorietà lirica inattaccabile.

La “battle music”” del film, come la martellante e ferrigna “Warriors on the beach” o la zimmeriana “You can not defeat me”, paga decorosamente il proprio tributo al coté adrenalinico e atletico dello score (sempre iniettando tuttavia nell’architettura militaresca e squadrata dei brani più d’una inquietudine armonica), e la compostezza classica, meditabonda, sobriamente virile della pagine di epilogo come “You can’t have my heart” e soprattutto “Coronation”, dove lo “Snow White theme” esplode liberatoriamente, riafferma in Howard un compositore per il quale la forma è sostanza, e lo stile è linguaggio essenziale alla comunicazione delle emozioni musicali.
Va aggiunta la parsimoniosa discrezione con cui nella partitura sono distribuiti, quasi sottotraccia, elementi “etnici” o folklorici, con tanto di consulente per la musica di origine irlandese. Nulla a che vedere con gli espliciti riferimenti e citazionismi celtici di Shore nella saga tolkieniana, ma piuttosto una scelta – ancora una volta – di “colori” allusivi e atmosferici. In questo contesto si situano, come suggestivo pezzo d’ambiente “Gone” scritto e cantato – o meglio “ripreso” in una scena – dalla voce di Ioanna Gika, ma soprattutto l’hit “Breath of life”, scritto dalle inglesi Florence Welsh e Isabella Summers e proposto, con irresistibile vigore, dal gruppo indie-rock di cui entrambe fanno parte, “Florence + the Machine”: brani entrambi, va precisato, sotto l’arrangiamento di Howard. Non due presenze decorative ma contestuali al racconto, e testimoni di una precisa collocazione culturale che lascia, per il resto, libera la partitura di volteggiare senza ancoraggi filologici tra le più diverse suggestioni della fantasia.


La copertina del CD di Biancaneve e il CacciatoreTitolo: Biancaneve e il cacciatore (Snow White and the Huntsman)

Compositore: James Newton Howard

Etichetta: Universal Republic, 2012

Numero dei brani: 19 (17 di commento + 2 canzoni)

Durata: 62′ 59”


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